Seguici su

Difesa

Il Giappone prova a costruire la sua alleanza militare con gli stati insulari del Pacifico

il Giappone cerca di organizzare una sicurezza comune con gli stati insulari del Pacifico, in una politica attiva che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. Un intervento complesso, ma benvenuto

Pubblicato

il

Colakawa tsuna72
Colakawa tsuna72

Il Giappone ha invitato i ministri della Difesa di 14 Paesi insulari della regione del Pacifico meridionale a Tokyo per un incontro multilaterale con il Ministro della Difesa Minory Kihara il 19 e 20 marzo. Si tratta del primo caso di una politica militare di ampiamento dell’influenza militare di Tokio in un’area che, prima della seconda guerra mondiale, costituiva il giardino di casa della disciolta Marina Imperiale giapponese. 

La mossa ha anche lo scopo di contrastare gli accordi della Cina con questi Paesi più piccoli ma strategicamente importanti. Si tratta del primo incontro con inviati di persona dei micro-stati dell’area.

Durante questi colloqui, si prevede che il Giappone offrirà le forze di autodifesa e alla polizia giapponese per impartire assistenza e addestramento  alle forze di questi Paesi insulari. Si tratta di un netto distacco dalle politiche pacifiste del Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L’ultimo incontro si era tenuto virtualmente nel 2021 durante la pandemia COVID-19. Durante questo incontro, è stata rilasciata una dichiarazione congiunta che includeva la politica diplomatica del Giappone di un Indo-Pacifico libero e aperto (FOIP) con l’aggressiva espansione marittima della Cina in corso.

La Cina si è ben radicata tra questi Paesi, dove sta elargendo aiuti, invece di far loro abbandonare il riconoscimento diplomatico di Taiwan. Recentemente, Pechino è riuscita a convincere Nauru, un piccolo Paese insulare del Pacifico, a cambiare la sua politica, ma sinora la posizione di Tokio, anche una potenza economica, era stata secondaria e non attiva.

I Paesi con esercito, come le Figi e la Papua Nuova Guinea, saranno rappresentati dai loro ministeri della Difesa, anche se non è stato facile per Tokio riuscire a raccogliere questi paesi.

I Paesi senza esercito invieranno i rappresentanti delle loro forze di polizia e delle guardie costiere. Anche Paesi come Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e altri parteciperanno come osservatori.

Si prevede che l’incontro ribadisca l’impegno del Giappone a cooperare con questi Paesi su questioni come la sicurezza marittima, il cambiamento climatico e la risposta ai disastri umanitari. Non è prevista alcuna dichiarazione congiunta da questo incontro, che dovrebbe essere all’ordine del giorno della Riunione dei Leader delle Isole del Pacifico prevista per luglio. Sarà in quest’occasione che è possibile vengano conclusi accordi diplomatici e di sicurezza.

Il ruolo attivo di Tokio sia finanziario sia di polizia marittima

Il Giappone ha anche fornito aiuti allo sviluppo finanziario anticipati ai Paesi del Pacifico meridionale. Tokyo non sta aspettando che i Paesi chiedano gli aiuti; piuttosto, sta facendo un pivot politico e sta usando gli aiuti esteri come uno dei suoi “strumenti diplomatici più importanti”, che manterrà l’Indo-Pacifico “libero e aperto”, ha annunciato il Ministro degli Esteri giapponese Yoko Kamikawa il 12 marzo.

Tokyo sta anche collaborando con i Paesi del Pacifico per sostenere il rafforzamento della capacità di applicazione della legge marittima contro la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata nelle loro zone economiche esclusive e i crimini transnazionali come le droghe illecite.

Nell’ambito del quadro di Assistenza Ufficiale alla Sicurezza (OSA) del Giappone lanciato nel 2023, che mira ad aiutare i Paesi in via di sviluppo a rafforzare la loro sicurezza, le Figi sono state elencate come Paese prioritario.

Nel dicembre 2023, il Giappone ha accettato di fornire alle Figi 2,7 milioni di dollari in assistenza alla sicurezza, comprese le motovedette. Probabilmente, in futuro Tokyo utilizzerà un mix di OSA e aiuti allo sviluppo all’estero per rafforzare le capacità dei Paesi regionali.

L’oggetto di questa attenzione nel controllo della pesca illegale è soprattutto la Cina. La flotta peschereccia cinese nel Pacifico si è espansa in modo esponenziale, registrando una crescita del 500 percento dal 2012, e sta minacciando gli interessi economici dei Paesi del Pacifico meridionale. L’Oceano Pacifico è una delle zone di pesca più fertili al mondo e fornisce oltre la metà del tonno mondiale.

I prodotti ittici sono una delle principali fonti di reddito per i Paesi del Pacifico meridionale. Per esempio, Papua Nuova Guinea genera 470 milioni di dollari USA, le entrate delle Figi ammontano a 182 milioni di dollari USA e le Isole Salomone a 101 milioni di dollari USA. Inoltre, i Paesi del Pacifico hanno negoziato collettivamente l’accesso alle loro acque da parte di pescherecci stranieri attraverso le Parti dell’Accordo di Nauru, che si traduce in ulteriori 500 milioni di dollari di entrate annuali.

Attualmente invece un pesce su cinque nel Pacifico viene pescato in modo irregolare e senza pagare questi diritti di sfruttamento. La Cina è l’operatore illegale di maggiori dimensioni. La Cina è accusata di violeare la Zona Economica Esclusiva (ZEE) degli alltri paesi danneggiando i loro interessi economici.

Quindi l’intervento di assistenza del Giappone, che fra l’altro possiede una notevola flotta militare, può essere il benvenuto da questi paesi che non hanno, in proprio, la possibilità di tutelare i propri interessi e che non vorrebbero chiedere assitenza a Stati Unit e Australia, che spesso hanno avuto un atteggiamento invasivo e paternalistico. Al contrario il Giappone moderno si è sempre rivelato attento e rispettoso delle sovranità altrui.


Telegram
Grazie al nostro canale Telegram potete rimanere aggiornati sulla pubblicazione di nuovi articoli di Scenari Economici.

⇒ Iscrivetevi subito


E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento