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IL FATO DELLA GRECIA

I greci amavano darsi una spiegazione della realtà e, in mancanza di una scienza sviluppata, si contentavano di favole, in greco miti. Ma un buon senso di fondo gli impediva di attribuire l’onnipotenza agli dei. Nettuno poteva scatenare una tempesta, ma lui stesso incontrava un limite: non avrebbe potuto provocarla se avesse avuto contro il Fato. Questo non aveva volto, non rendeva conto a nessuno dei suoi dettati e probabilmente corrispondeva, se pur confusamente, al principio di causalità. Gli uomini in piccola misura, gli dei in grande misura possono tentare di deviare il corso degli eventi, ma la Necessità, il Fato, sono più forti di loro.
La mitologia è ormai fuori moda e il sommo potere è per noi la Realtà Obiettiva. E tuttavia, resi arditi dai successi della scienza e della tecnologia, siamo tutti copie in miniatura di Prometeo: quando la realtà non ci piace, tendiamo a negarla e a credere di poterla dominare. Ma finiamo, prima o poi, con l’accorgerci che è impossibile.
Il caso della Grecia è un eccellente esempio. In questi giorni si discute molto di democrazia, di sovranità, di egoismo dei più ricchi e di vittime dello strapotere altrui e si dimentica il nocciolo del problema, che è economico o forse, ancor più semplicemente, aritmetico.
Il principio fondamentale è che nessuno può sperare di vivere a tempo indeterminato a spese altrui. Può riuscirci, occasionalmente, qualche individuo, ma non possono riuscirci tutti (perché mancherebbe chi paga) e non possono riuscirci interi Paesi, perché prima o poi il conto viene presentato.
Quando un Paese contrae debiti, è per spendere oggi il denaro che conta di guadagnare domani. E se ci riesce, quel debito è stato un investimento produttivo, del tutto lodevole. Se invece non ci riesce, e addirittura, per rimborsare le cambiali che vanno scadendo, contrae nuovi debiti, il gioco può continuare finché i creditori sono più contenti di incassare gli interessi di quanto non siano spaventati di perdere il capitale. Ma ciò non potrà andare avanti all’infinito. Arriverà fatalmente il momento in cui questo equilibrio si romperà e il debito sarà pagato con un’enorme inflazione, con una guerra, con un fallimento, con qualche terribile crisi epocale. Infatti il Pianeta continua comunque a girare e quel Paese, come espressione geografica, sarà ancora lì fra un secolo o due.
Per l’Italia, a quanto si dice, il momento in cui i creditori non si fideranno più di rientrare nel loro capitale è ancora posto in un tempo incerto e lontano; per la Grecia viceversa è divenuto attuale e ciò permette di porre il problema di Atene in termini di estrema semplicità.
La Grecia ha vissuto a lungo al di sopra dei propri mezzi. Lo certifica anche il grande aumento del potere d’acquisto dei greci negli ultimi anni, non giustificato da un corrispondente aumento della produzione di ricchezza. Ora i creditori hanno perso la fiducia e, piuttosto che lucrare interessi, amerebbero vedersi rimborsare il capitale. Ma la Grecia non ha i soldi per farlo, ed ecco la crisi. Quale la possibile soluzione?
Se i greci dichiarano fallimento, dovranno poi stringere la cintura per anni e contentarsi di un reddito parecchio minore di quello cui sono abituati: quello esattamente corrispondente alla ricchezza che attualmente producono. Se invece vorranno rimanere nell’euro, dovranno stringere la cintura per anni e contentarsi di un reddito parecchio minore di quello cui sono abituati, perfino inferiore a quello conseguente al fallimento, dal momento che, appunto, dovranno anche rimborsare i debiti. È questa la ragione per la quale, fossimo greci, voteremmo per il no.
Il problema non è quello dell’euro o quello della dracma, il problema è che Tsipras e coloro che lo seguono vorrebbero contraddire la realtà della loro economia sostanziale, e questa non si lascia piegare da nessun escamotage. Ecco perché l’esito del referendum del 5 luglio può suscitare meno curiosità del prevedibile. Potrà prevalere il sì, potrà prevalere il no, ma non c’è nessun esito che permetta alla Grecia di continuare sullo stesso livello economico di prima. A meno che qualcuno non reputi probabile che tutti gli Stati europei, inclusa la nostra povera Italia, non solo rinuncino a molti miliardi di crediti (noi circa trentasei miliardi, per cominciare) ma si tassino per permettere ai greci di continuare a vivere al di sopra dei loro mezzi.
La situazione non è più complicata di così. Proprio per questo è sperabile che i greci optino per il no, al referendum. Bisogna uscire dall’ambiguità e da una situazione che comunque si concluderà, presto o tardi, con la Grecia che torna a vivere al livello della ricchezza che produce.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
30 giugno 2015

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