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Il discorso del cancelliere Kohl al lancio dell’euro

Helmut Kohl ha ricorpeto il ruolo di cancelliere dal 1982 al 1998, dunque prima durante e dopo il processo di unificazione della Germania ma anche di quel processo che ha visto la nascita della moneta unica.

Spulciando nell’archivio de “La Repubblica” ho trovato questo interessante discorso, pronunciato da Kohl alla Fondazione Adenauer a fine 2001, nei giorni in cui l’euro stava per entrare pienamente in vigore.

Buona lettura


QUEST’ORA imminente dell’introduzione dell’euro è un grande passo nella costruzione di un futuro comune, ma è anche, per me e per molti che sono stati al mio fianco nelle battaglie per l’Europa, l’ora dei ricordi.

Se penso all’euro che sta per arrivare come realtà quotidiana nelle tasche di noi 370 milioni di europei, che noi cittadini di dodici Stati diversi avremo la stessa valuta, mi sento di parlare di pietra miliare della storia dell’Ue: fin dai tempi dell’imperatore Augusto non esisteva una moneta comune nel nostro continente.

Mi viene voglia anche di ricordare con amarezza che molti miei avversari politici, persone oggi al potere, qualche anno fa si schierarono contro l’introduzione dell’euro e oggi dimenticano il ruolo di gente come me nei passi verso la moneta unica.

Ma al di là delle polemiche di oggi, al di là della spregiudicatezza con la quale miei avversari politici quali Schroeder o il suo ministro delle Finanze Eichel, nelle brochures ufficiali sull’introduzione dell’euro, dimenticano di menzionarmi, una cosa è sicura: l’unione monetaria è un passo decisivo verso la costruzione di un futuro di pace, libertà e prosperità per tutto il continente, è il momento cruciale di quel «progetto Europa» che per la prima volta nella nostra storia offre a noi tedeschi la chance di un destino comune di pace con i nostri vicini, che per la prima volta dà alla Germania e ai paesi confinanti una prospettiva di partnership e di sicurezza.

Per questo, ripensare la Storia di ieri è vitale nel momento in cui ci accingiamo a compiere un passo così grande verso la storia di domani. Proprio per noi tedeschi ci sono esperienze e insegnamenti da non dimenticare, proprio noi tedeschi non ci diremo mai abbastanza che, senza l’Unione europea quale prospettiva, mai avremmo avuto la riunificazione.

Dopo la seconda guerra mondiale, dopo la barbarie nazista, è sullo sfondo della prospettiva europea che noi abbiamo avuto l’appoggio del resto d’Europa alla riunificazione.

Rammento ancora quei mesi di grande, teso dibattito sul futuro, tra il 1989 e il ’90, e lasciatemi ricordare che quel sì non fu automatico.

Ho ancora nella mente le parole di Margaret Thatcher sulla Germania, «li abbiamo sconfitti due volte, rieccoli sulla scena».

E ricordo anche le parole di un grande statista che apprezzava le qualità dei tedeschi molto più di quanto non lo sappiamo fare noi, il mio compianto amico François Mitterrand. «Sì – disse allora François – i tedeschi affrontano oggi difficoltà e problemi. Li supereranno, non sarebbero tedeschi se non sapessero superarli. E poi diverranno più forti di prima».

Ecco, in quel suo modo drammaticamente chiaro di porre il problema c’è il nocciolo della questione: il capitale di fiducia che grandi cancellieri democratici – da Adenauer a Erhard, da Brandt a Schmidt – hanno saputo conquistare al nostro paese nel mondo resta per noi un vantaggio determinante.

Ma c’era ancora, in quei giorni della riunificazione, il timore diffuso di una Alleingang dei tedeschi, il timore che questo paese di ottanta milioni di abitanti al centro del continente imboccasse vie politiche dettate dall’egoismo nazionale. È anche su questo sfondo che dobbiamo guardare all’euro che arriva.

Contrariamente a quanto più volte si disse, non ci fu mai con me un baratto tra l’accettazione della riunificazione da parte dei nostri partner e la nostra rinuncia al marco.

Ma è vero che i processi di allora non furono ovvi e automatici, e che senza la determinata prontezza dei tedeschi a scegliere la via dell’Europa il grande passo della riunificazione non sarebbe stato possibile.

Al tempo stesso, la battaglia per l’euro è stata particolarmente difficile in Germania. Fin dall’inizio, io non ne dubitai. E per questo mi opposi sempre alle proposte populiste di un referendum popolare sulla moneta unica, che avrebbe diviso e polarizzato gli animi.

Perché, non dimentichiamolo, l’idea della fine del marco non era un mero passo di natura economica per la nostra gente, bensì la perdita di un pezzo della propria identità e della propria vita.

Sapete, io avevo 18 anni quando, nella Germania distrutta dalla guerra, il marco venne prima della fondazione della Repubblica federale, prima della Costituzione democratica.

Ricordo ancora i toni dubbiosi con cui ne parlava mio padre, lui che ogni giorno ci ricordava le tragedie e le sofferenze imposte all’Europa da Hitler e il loro peso sulle nostre spalle, ricordo lo scetticismo della gente della strada: chiamavano il marco “moneta dell’occupazione“, priva di valore reale.

Chi oggi è abituato ad andare in vacanza col marco forte non ricorda o non sa come allora, noi giovani dell’immediato dopoguerra, non ci saremmo mai sognati di percorrere con i marchi in tasca i pochi chilometri dalla mia Ludwigshafen alla Francia: se avessimo voluto pagare in marchi allora ci avrebbero riso in faccia.

Eppure il marco, che cominciò così, da nulla, divenne una valuta forte e stabile quale simbolo della volontà di un popolo di voltare le spalle al suo orribile passato e di ricostruire il paese il nome del futuro.

Ecco, a chi oggi teme un euro debole, io dico: ricordatevi in quali condizioni, infinitamente peggiori di quelle della prospera, libera, pacifica Europa di oggi, nacque il marco cui oggi diciamo addio.

Vogliamo un euro forte? Cominciamo noi tedeschi a far bene i compiti a casa, come facemmo allora in condizioni ben più drammatiche, cominciamo noi a fare il nostro dovere di una politica economica e di bilancio sana, anziché dare consigli agli altri.

E se così sarà, se cominciando dalla Germania l’Europa farà una politica economica e finanziaria degna di fiducia, la gente e i mercati accetteranno l’euro, vi crederanno, ne faranno una moneta stabile.

Proviamo anche a pensare all’Europa politica di oggi. Senza l’euro, la prospettiva del Trattato di Nizza non sarebbe stata possibile. Proviamo a immaginarci uno scenario di orribili ricadute nazionaliste. L’euro crea nuove fondamenta comuni, è un pezzo di identità comune e di concreta appartenenza a un destino comune.

Io che da ragazzo vidi la guerra, penso con gioia ai bimbi che hanno dieci anni oggi, e che cresceranno viaggiando con una sola moneta in tasca in un’Europa senza più divisioni e frontiere da Parigi a Roma, da Berlino a Londra e un domani anche a Mosca. Penso ai bimbi che oggi hanno attorno ai dieci anni e che, da grandi, non avranno paura di avere una moneta in comune con gli italiani.

E non solo: non capiranno nemmeno più come provare simili paure sia stato possibile, in quel passato delle frontiere e delle monete nazionali che a loro apparirà lontano. Questo destino comune, un giorno, unirà tutti nell’Europa dell’euro.

Anche polacchi, cèchi, ungheresi, che a differenza di noi europei occidentali non ebbero dopo il ’45 la fortuna di trovarsi geograficamente e politicamente dalla parte migliore, ma che per profonde radici culturali sono europei non meno di noi.

Io trovo profondamente squallido che noi, noi i fortunati cresciuti a ovest del confine della guerra fredda, temiamo ora che l’arrivo dei nuovi europei crei problemi e solo problemi. No, non sarà così.

Ai futuri membri dell’Europa toccheranno duri sacrifici, ma il loro arrivo sarà un arricchimento per la casa comune.

E l’euro, moneta unica di quella casa comune, sarà a fianco del dollaro e dello yen una delle tre valute di riferimento dei mercati internazionali. Un ruolo che da solo il marco non ce l’avrebbe fatta a reggere.

Ma l’euro non è solo questo: è parte centrale di una grande visione, la visione del futuro che ebbero Adenauer, De Gasperi e de Gaulle, o la visione che in tempi più vicini fu pensiero comune di gente come me e il mio amico Mitterrand.

Avevamo visto la guerra e i suoi orrori da giovani, ci dicemmo insieme che non volevamo più un destino simile per la nostra Europa, e che sognavamo, per questo nostro continente con tutta la sua ricchezza nella diversità delle lingue, delle tradizioni, degli Stati, delle Culture, un destino di Europa unita, nella pace, nella libertà, nel benessere per tutti.

Adesso, con l’euro, questa visione mette radici in più nel nostro presente e nella nostra Storia. E se verranno difficoltà, invito tutti a ricordare che nulla esse saranno, rispetto a quell’epoca drammatica, in cui dal nulla nacque il marco.

Invito tutti a saper apprezzare le grandi svolte della storia.


Il discorso è terminato, vale la pena fare alcune considerazioni, la prima è sulla democraticità del progetto euro.

FONTE: Archivio La Stampa – 15 dicembre 2001

Sempre a dicembre 2001 Milton Friedman lo definiva “un progetto politico delle élites, imposto dall’alto alla popolazione” (l’articolo è questo qui), che detto da un uomo delle élite è il colmo!

Interesse poi il passaggio in cui Kohl nega che la rinuncia al marco sia stato il prezzo della riunificazione, in accordo con altri Paesi (in particolare la Francia).

Se Mitterand in Francia fece il referendum (nel 92), dove vinse di poco il si, allora perché Kohl non fece la stessa cosa in Germania? Perché sapeva di perderlo! E questo conferma il fatto che si era comportato come un dittatore, accusando pure di “populismo” il fatto che si stava andando contro la volontà del popolo tedesco

Notare anche come, secondo Kohl, il marco non sarebbe stato in grado di “essere all’altezza” di dollaro e yen, per non ben precisati motivi.

Infine la questione della pace, l’euro porta la pace. In quei giorni non lo diceva solo Kohl ma anche il presidente della Repubblica Ciampi (altro padre dell’euro) nel suo discorso di fine anno.

E invece dopo quasi 20 anni da questi discorsi l’euro ha aizzato nuove frizioni fra stati e i dati mostrano che la moneta unica non protegge in alcun modo dalle “sfide globali”.

Chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso? Giudicate voi

FONTE: Elaborazione su dati FMI

Proprio nel 2002 le partite correnti della Germania decollano mentre italiane vanno in rosso fisso fino al 2012, dopo la “cura Monti” l’attivo italiano è tenuto surrettiziamente in piedi dal crollo dei consumi interni.

Questa è la “grande svolta della storia” di cui parlava il cancelliere Kohl, passato a miglior vita nel 2017.


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