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Dove vanno a finire gli abiti nel cassonetto giallo? Facciamo un favore al mondo o rechiamo danno? (VIDEO)

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Dove vanno a finire gli abiti che utilizziamo (poco) e mettiamo nel cassonetto giallo?

Spesso sentiamo parlare di eco attivismo, ma poi scopriamo che è solo di facciata. Siamo proprio sicuri che ci sia consapevolezza di chi siano le responsabilità e come si debba agire?Continuiamo il nostro viaggio nel mondo della moda e della manifattura per scoprire le differenze tra gli solgan e la realtà. Solo così scopriremo che per aiutare l’ambiente occorra manifestare di meno e acquistare italiano di più.

 

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Fast Fashion e il rovescio della medaglia della beneficienza a distanza.
SCOPRI QUALI SONO I VERI ATTI DI RESPONSABILITÀ VERSO L’AMBIENTE E LE PERSONE.

Dove vanno a finire i vestiti che buttiamo nei noti bidoni gialli?
Pensi che vadano direttamente ai poveri della tua città o della tua zona?
Eh no! In verità entrano in un tortuoso giro di mercato che lo porta Ion giro per il mondo; ma non tutto.

  1. Il 3% finisce nelle discariche.
  2. Il 29% viene riciclato.
  3. Il 68% viene rivenduto nel circuito dell’usato.

Nel mercato dell’usato europeo? Ma neanche per sogno: finisce tutto nei Paesi più poveri come: Nigeria, Kenya, Uganda, Tanzania, Benin, ma in particolare in Ghana! (leggi).

Ogni settimana in Ghana arrivano circa 15 milioni di tonnellate di vestiti usati; il 40% di essi viene bruciato nelle baraccopoli.

Una volta che questo carico raggiunge l’Africa, genera reddito per i venditori, ma si scontra con le produzioni tessili locali che quindi ne subiscono un danno (il cosiddetto dumping tessile e dell’abbigliamento).
In pratica questi abiti svenduti a basso costo creano una concorrenza interna al mercato continentale che mette fuori gioco i produttori locali e nazionali.

Ma a parte i danni all’economia, la restante parte (circa il 40%) che non viene venduta, finisce nelle discariche ghanesi dove vengono bruciati oppure vengono lasciati disperdere le fibre tossiche nell’ambiente creando il fenomeno delle nano plastiche, che sono causa di malattia gastriche, inclusi tumori e che sono entrate nella catena alimentare.

Secondo alcuni rapporti in Africa giungono tra del 200.000 e le 500.000 tonnellate di abbigliamento ogni anno.

Si stima che il 73% dei materiali utilizzati nell’industria della moda finisca in discarica o venga bruciato alla fine della loro vita utile e che la quantità di rifiuti tessili non riutilizzati e sprechi di prodotti tessili è stimata a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.

Uno studio condotto dalla Ellen MacArthur Foundation stima che l’industria della moda contribuisce al 2-10% delle emissioni globali di gas serra che in totale raggiungono l’1,2 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno e lo spreco di 93 miliardi di metri cubi di acqua ogni anno.

Quali soluzioni possiamo adottare?

Non occorre manifestare o imbrattare beni artistici; occorre agire in prima persona.
Allora cosa possiamo fare?

– DONARE DIRETTAMENTE AI BISOGNOSI O AI PUNTI VENDITA DI COOPERATIVE DELLA TUA CITTÀ

– ACQUISTARE ABBIGLIAMENTO DI QUALITÀ CHE DURA NEL TEMPO E CREA LAVORO IN ITALIA

Ecco cosa occorre are da subito più nel dettaglio:

  • acquistare abbigliamento di qualità che duri più a lungo
  • indossarli più a lungo
  • donarli direttamente a chi ne ha bisogno
  • donarli ad associazioni, cooperative e punti vendita di usato che li rivendono direttamente tramite dei propri negozi oppure li riciclano
  • puntare sulla qualità invece che sulla quantità (e la frequenza degli acquisti)
  • valorizzare l’artigianato, meglio se locale
  • informarsi su questo tema ed agire in maniera consapevole

Le azioni dei consumatori possono avere un impatto significativo nel promuovere una moda più sostenibile e responsabile

Clicca e scopri di più su questo argomento

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