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Il Canada guarda all’Europa: Ottawa bussa alla porta del GCAP per smarcarsi da Trump
Il Canada tenta lo smarcamento dagli USA: Ottawa chiede di entrare nel progetto GCAP con Italia, UK e Giappone per il caccia del futuro. Una mossa per la sovranità tecnologica oltre l’era Trump.

C’era una volta il “cortile di casa” nordamericano, un luogo dove le commesse militari erano un affare di famiglia, rigorosamente a stelle e strisce. Ma i tempi cambiano, i dazi aumentano e le alleanze si fanno fluide. Il Canada di Mark Carney sembra aver deciso che l’ombrello protettivo di Washington, specialmente nell’era del ritorno di Donald Trump, inizi a stare un po’ stretto. La notizia, riportata dal Financial Times, è di quelle che pesano: Ottawa sta facendo pressioni per unirsi, inizialmente come osservatore, al Global Combat Air Programme (GCAP), il progetto per il caccia di sesta generazione che vede già alleati Regno Unito, Italia e Giappone.
Una scelta di “Sovereignty First”
Il GCAP non è solo un progetto industriale; è un manifesto politico nato nel 2022 per ridurre la dipendenza dai caccia F-35 statunitensi e garantire ai partner il controllo sovrano sulle tecnologie di difesa. Per il Canada, l’interesse verso il “Tempest” (com’è noto il cuore tecnologico del progetto e anche il nome della prima sagoma presentata al pubblico) rappresenta una manovra di diversificazione senza precedenti.
Il Primo Ministro Carney ha lanciato il piano di potenziamento militare più ambizioso dal dopoguerra, puntando a portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035. Sebbene Ottawa sia in procinto di ricevere i primi 16 F-35, il governo ha messo sotto revisione l’acquisto dei restanti 72 esemplari. Il messaggio è chiaro: non si vogliono mettere tutte le uova nello stesso paniere, specialmente se il paniere è gestito da un’amministrazione americana sempre più imprevedibile. Inoltre il programma GCAP garantisce ricadute tecnologiche di altissimo livello.
La pragmatica dello status di “Osservatore”
La richiesta di entrare come “osservatore” è una mossa tattica intelligente. Permette al Canada di accedere a informazioni riservate senza l’onere immediato di miliardi di dollari in investimenti, valutando con calma se partecipare come acquirente o come partner nello sviluppo. Per il trio fondatore — Londra, Roma e Tokyo — l’ingresso di un partner “G7” come il Canada è un’arma a doppio taglio:
- Pro: Porta ossigeno finanziario a un progetto che, come ogni grande opera di difesa, rischia sforamenti di costi e ritardi (la consegna nel 2035 è già considerata “ottimistica” da molti esperti).
- Contro: Tokyo, in particolare, teme che l’allargamento del tavolo decisionale possa rallentare ulteriormente i processi burocratici e tecnici. Il programma sta marciando abbastanza bene, con la responsabile Edgewings che ha ottenuto le prime commesse.
L’industria e il portafoglio
Proprio la scorsa settimana, il consorzio industriale Edgewing (che raggruppa le eccellenze della difesa dei tre Paesi, tra cui l’italiana Leonardo) ha firmato un contratto da 686 milioni di sterline per proseguire la progettazione. Si tratta di un “tampone” finanziario in attesa che il Regno Unito definisca i suoi investimenti a lungo termine. In questo contesto, i dollari canadesi farebbero più che comodo.
| Stato del Progetto GCAP | Dettagli Chiave |
| Partner Fondatori | Regno Unito, Italia, Giappone |
| Obiettivo Tecnologico | Caccia di 6ª generazione (Supremazia aerea e droni) |
| Data di consegna prevista | 2035 (con possibili slittamenti) |
| Nuovi potenziali partner | Canada (osservatore), Arabia Saudita, Australia, Polonia |
Un divorzio silenzioso?
Se il Canada dovesse davvero sedersi al tavolo del GCAP, assisteremmo a un cambio di paradigma storico. L’indipendenza strategica non è più un vezzo europeo, ma una necessità per chiunque voglia evitare di essere un semplice terminale degli umori di Washington e anche dei suoi ritardi produttivi: il programma F-35 ha rivelato costi e tempi di consegna poco prevedibili. Vedremo mai il GCAP volare sopra le nevi del Yukon al posto dei vecchi Hornet? È presto per dirlo, ma il segnale inviato è inequivocabile: la sovranità tecnologica è il nuovo bene rifugio.







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