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I SINDACATI E LA PELOPEA DEL MESSICO

 

A sedici anni mi rendevo conto di essere disorientato. Conoscevo soltanto il mio ambiente e mi chiedevo come si vivesse altrove; il prossimo mi pareva spesso poco intelligente e avrei voluto sapere se dipendeva dai coetanei che mi capitava di frequentare o era così tutta l’umanità. Soprattutto mi chiedevo come il mondo apparisse agli altri, visto che reagivano ad esso in modo così diverso da me. Fu così che il mio compagno di banco, condividendo la stessa curiosità, comprò un libro dal titolo promettente: “Psicologia”. Speravamo ambedue di trovare le risposte che ci mancavano ma fu una delusione. Paul Guillaume la prendeva molto alla lontana: cominciava con l’interessarsi alla ragione per la quale le piante crescono con la chioma verso l’alto (fototropismo positivo) mentre nulla spiegava del comportamento dei miei compagni. In compenso mi faceva notare la mia insufficiente curiosità: non mi ero mai chiesto perché gli alberi crescessero con la chioma verso l’alto.

Il libro proseguiva però salendo nella scala degli esseri e, arrivato agli insetti, mi insegnò qualcosa di fondamentale: l’istinto è incosciente rispetto allo scopo da raggiungere. Partendo da un esperimento di Jean-Henri Fabre (il famoso entomologo) Guillaume descriveva il comportamento della pelopea del Messico. Questa sorta di vespa costruisce una celletta di fango, la riempie di ragnetti paralizzati, vi deposita le proprie uova (perché possano nutrirsene le larve) e infine sigilla il contenitore. Fabre demolì il fondo, tolse i ragni e notò che la vespa continuava imperterrita col suo programma: deponeva le uova e chiudeva la cella.

La cosa mi sembrò molto interessante. La pelopea effettivamente esagerava, ma non è che noi umani fossimo tanto migliori. Anche noi abbiamo dei comportamenti correnti che consideriamo naturali e necessari, senza che ci poniamo mai il problema del perché o dei risultati concreti del nostro agire. La maggior parte dei principi morali, ad esempio, ha  un’utilità per l’individuo oppure per la specie, ma ben pochi si pongono interrogativi, al riguardo. Immanuel Kant è addirittura riuscito a rendere astratto e autosussistente il comando morale condensandolo nell’imperativo categorico: “tu devi”, la cui esistenza, nell’intimo dell’uomo, giustifica da sola la necessità dell’obbedienza.

Nei confronti dell’istinto l’uomo razionale si dovrebbe invece porre in posizione critica. L’attività sessuale, per esempio, ha il grande scopo di far sopravvivere la specie ma prima bisogna chiedersi se ci si può permettere un figlio. Il coito ha come molla il  piacere, ma esso non giustifica la violenza carnale. L’istinto deve essere dominato, e in questo campo si va dal piacere senza procreazione (metodi anticoncezionali) alla fecondazione in vitro (procreazione senza coito).

Ma non tutti arrivano a questo livello. Vedendo le pessime condizioni in cui si trova l’Italia e le risposte che vengono fornite per salvarla, si è tentati di pensare che le reazioni della nazione siano prevalentemente istintive. La ragione prima della crisi è un’organizzazione sociale con troppe spese, troppe diseconomie e troppo fisco; dunque il rimedio sarebbe un drastico taglio delle spese, una guerra senza quartiere agli sprechi, e una riduzione massiccia della pressione fiscale. Ammesso che la mentalità socialistoide del Paese permetta tutto ciò. Invece siamo invasi da un biblico sciame di pelopee: ognuno, di fronte alla crisi, risponde con la mossa che gli detta il vecchio istinto. I sindacati fanno uno sciopero che, in questi casi, somiglia ad una protesta contro le maree, contro il plenilunio o contro la legge di gravità. Gli è troppo difficile capire che nessuna impresa può sopravvivere se non è competitiva come prezzi e come qualità: o può farlo soltanto se è posta a carico di contribuenti già schiacciati dalle tasse. I politici reagiscono con la demagogia, moltiplicano le promesse che non possono mantenere e alla scadenza, invece di chiedere scusa, ne offrono di più grandi: l’istinto non bada ai risultati. E l’intero Paese non ha una reazione migliore. Malgrado le infinite esperienze contrarie, continua ad aspettarsi la soluzione da quello stesso Stato che, cedendo alle sue richieste, ha creato il problema. Sobillato dai sindacati, continua a chiedere “investimenti” senza rendersi conto che essi si fanno con i soldi, i soldi si fanno con il fisco ed il fisco ha già assassinato l’economia italiana. Alla gente è stato creato una sorta d’istinto, quello di credere che lo Stato sia onnipotente. Del resto il vecchio detto: “piove, governo ladro!”, in fondo significa proprio questo. Secondo la gente chi comanda dovrebbe essere capace di risolvere la quadratura del circolo: operare imponenti investimenti pubblici dopo avere abbassato la pressione fiscale.

Forse in vecchiaia ho risolto il problema dei miei sedici anni. Spesso il prossimo mi appariva sciocco perché lo era.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

20 novembre 2014

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