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I RISULTATI DELLE ELEZIONI SICILIANE (di C.A. Mauceri)

 

“Ieri i siciliani sono andati alle urne per eleggere i loro rappresentanti all’Assemblea Regionale”. Chi si aspettava di leggere un titolo come questo sui giornali di lunedì 6 novembre è rimasto deluso: a votare non è andato nemmeno la metà degli aventi diritto al voto. Dei 4.661.111 elettori solo 2.179.474 si sono recati alle urne, il 46,76% degli aventi diritto, meno dell’ultima consultazione regionale: cinque anni fa votarono 2.203.165 persone. Un risultato che non ha bisogno di aspettare lo spoglio per vedere chi è stato il vincitore: vincitore assoluto (e al primo turno) è stato l’astensionismo con oltre il 53% delle “assenze”.
Si tratta di dati totalmente diversi da quelli di settant’anni fa: il 20 Aprile 1947 ebbero luogo le prime elezioni regionali siciliane. Quel giorno andarono a votare quasi l’80% degli elettori (il 79,8). E alla consultazione successiva, nel 1951, gli elettori furono quasi l’82% del totale. Ben diverse da quelle delle ultime consultazioni.
Numeri che la dicono lunga su cosa è avvenuto in Sicilia in poco più di mezzo secolo. Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale i siciliani erano pervasi da uno spirito di rinascita: molti avevano sperato di riuscire a recuperare l’indipendenza strappata a forza. Per questo l’adesione dopo il 1945, l’adesione al MIS (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia) di Finocchiaro Aprile, fu massiccia e gli iscritti raggiunsero quasi il milione in pochi mesi. Un impeto che non si arrestò nemmeno dopo la strage di Portella della Ginestra quando per un quarto d’ora vennero sparate numerose raffiche di mitra su duemila lavoratori riunitisi per manifestare contro il latifondismo.
Altri tempi. La Sicilia usciva dalla Seconda Guerra Mondiale martoriata dal conflitto e da monarchie e governi che avevano sfruttato le risorse locali depauperando un patrimonio inimmaginabile. La voglia dei siciliani di ricostruire, riorganizzare e dire come gestire i quattrocento comuni dell’isola era enorme. In pochi mesi, la Consulta Regionale scrisse lo Statuto Speciale per la Sicilia e lo fece approvare prima dal Governo De Gasperi e poi dal re Umberto II.
Oggi, nei siciliani non sembra esserci più traccia di quello spirito. Per decenni lo Statuto Autonomo, legge dal valore enorme (è stato anche allegato alla Costituzione Italiana che nacque dopo) è stato martoriato dai governi che si sono succeduti. Governi sui quali hanno pesato più le pressioni dei vari esecutivi nazionali che la responsabilità verso i siciliani.
Costretti ormai a riconoscere chi fosse davvero Garibaldi, pochi ammettono che buona parte della riserva aurea nazionale proveniva dal Regno delle Due Sicilie e quindi dalla Sicilia. quintali e quintali d’oro trasferiti al nord e di cui si è persa la memoria. In un mondo in cui imperversano moti e rivolte per l’Indipendenza, l’Autonomia dei siciliani è venuta via via scemando: colpa dei governatori che passo dopo passo hanno ceduto ai veri governi centrali poteri che nessuno ha mai fatto valere. Come quelli previsti dagli Artt. 36 e 37 dello Statuto dell’Autonomia che definiscono il regime delle entrate tributarie di spettanza della Regione, una questione spinosa, che si è trascinata per decenni (oggetto di decine di ricorsi da parte della Regione e di altrettante pronunce da parte della Corte Costituzionale). In base a questi articoli spettano alla Regione siciliana tutte le entrate erariali riscosse nell’ambito del suo territorio. Ciò significa ad esempio, che le tasse relative ai proventi di Enti per la fornitura di energia elettrica o servizi postali dovrebbero essere pagati alla Regione e non allo Stato, anche se queste aziende hanno sede legale in altre regioni d’Italia. Una questione dimenticata (chissà come mai) per decenni e mai del tutto risolta.
Anche i problemi di quella che un tempo era la maggiore banca siciliana dimostrano la differenza di trattamento riservato alla Sicilia. Per decenni il Banco di Sicilia è stato citato come esempio di worst practice cattivo esempio e da non imitare. Eppure nessuno ha chiesto di riservare ad altre banche italiane lo stesso trattamento riservato al BdS. Fuori dall’isola alle banche in crisi e colpevoli di investimenti a dir poco azzardati sono stati concessi aiuti miliardari da molti governi per decenni (si pensi alla vicenda MPS) o sono stati allestiti in fretta e furia aiuti come le Bad Bank, il fondo Atlante e molti altri. E tutto senza chiedere ai cittadini se erano d’accordo.
Ora che in molte regioni italiane si parla di autonomia, in Sicilia in vista delle elezioni si è tornato a parlare di “indipendenza”. Sono stati molti i candidati a rivendicare questo diritto. Ma nessuno di loro ha neanche per un istante chiesto, anzi, preteso quello che sulla carta è già un diritto dei siciliani: l’indipendenza economica e (forse) finanziaria. Un diritto che altre regioni stanno pretendendo di avere (basti pensare ai referendum per l’autonomia delle scorse settimane in Lombardia e in Veneto), ma che nessuno vuole concedere.

È questo alla fine il vero problema dei siciliani, prima di tutto, ma di molte altre regioni d’Italia e d’Europa: pochi delegati (non eletti – visto che la maggior parte dei parlamentari sono stati eletti con un sistema elettorale dichiarato incostituzionale) spesso decidono non nell’interesse dei cittadini, ma di qualcun altro. Anche quando nei programmi elettorali si parla di atti concreti, questi appaiono più come delle cattedrali nel deserto che veri propositi per il rilancio dell’economia. Diversi candidati, ad esempio, hanno parlato di nuovo del ponte sullo Stretto di Messina (se ne era parlato anche in occasione delle elezioni del 2016, ma poi, finite le votazioni, gli eletti se ne sono dimenticati). A parte le difficoltà tecniche, esistono limiti economici e finanziari (anche i potenziali finanziatori cinesi sono fuggiti, dopo aver fatto bene i conti). Del resto che importanza ha dedicare somme immense di denaro pubblico e privato per costruire il ponte sullo Stretto, quando, per andare da una parte all’altra della Sicilia, in macchina o in treno, ci vuole lo stesso tempo che a nord serve per attraversare mezza Europa?

La verità è che della Sicilia non sembra importare più a nessuno: nonostante la campagna elettorale in corso, lo stesso Renzi ha rinunciato a passare lo Stretto col suo treno durante la campagna elettorale. Un grave errore, che ha pagato in termini di voti.

Si parla della Sicilia solo quando c’è da trivellare intorno alle sue coste o quando c’è da sfruttare le risorse energetiche per produrre energia elettrica. Poi non interessa più a nessuno. Neanche ai siciliani: secondo Demopolis, la fiducia dei siciliani nell’istituzione “Regione” non va oltre il 12%. Un campanello d’allarme che dimostra come, negli ultimi decenni, ad essere cambiato è il modo in cui i siciliani credono nella propria capacità di gestire la propria isola.

C.Alessandro Mauceri

 

 


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