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I PRESIDENTI AMERICANI? DEI PAZZI

 

Un articolo del “Corriere della Sera” annuncia, drammatico: “I presidenti americani? Uno su due era malato di mente…” E giù a citare nomi, parlando di alcolismo, disturbo bipolare, depressione, manie suicide. Si rimane turbati. Ecco il commento più facile: “E siamo nelle mani di gente così?”

Poi però, pensando ad Antoine de Saint Exupéry, il buon senso prende il sopravvento. Il “Petit Prince” incontra un re ed è sorpreso perché costui, che non l’ha mai visto prima, lo tratta da suddito e vuole ad ogni costo dargli degli ordini. Era il sovrano di un minuscolo pianetino tutto suo, peccato che fosse deserto: ma ora era arrivato il Piccolo Principe, da accogliere con sollievo, “Ecco un suddito”. Finalmente poteva esercitare il proprio potere. O anche soltanto tentarlo.

Con la finezza dell’artista l’autore metteva in evidenza la parzialità del punto di vita di ognuno. Aveva talmente ragione che tutti dovremmo badare, stando male, a non andare subito dallo specialista della branca della medicina che pensiamo ci riguardi. Dobbiamo andare dal medico generico, quello che ha una visione d’insieme. Diversamente l’endocrinologo tenderà ad identificare un malanno d’origine ormonale, il neurologo penserà ad una causa nervosa, lo psicologo si chiederà magari se non si tratti di una somatizzazione.

Col progredire della specializzazione, il fenomeno si verifica su scala mondiale. E infatti lo stesso articolo che prima ci ha terrorizzati poi ci rassicura scrivendo che un’università americana è arrivata ad una “conclusione per certi versi comica: l’incidenza delle malattie mentali sugli inquilini della Casa Bianca non è superiore a quella sull’intera popolazione degli Stati Uniti”. Come si spiega? Molto semplicemente pensando che cinquant’anni fa il “vero uomo” come ce lo presentava il cinema fumava a tutto spiano, magari socchiudendo un occhio, e sorridendo alla Humphrey Bogart, con l’angolo lasciato libero dalla sigaretta. Allora fumare faceva parte, come i pantaloni lunghi, della cerimonia di passaggio all’età adulta, oggi si dice molto più semplicemente che fa male e, ancora peggio, che non è più di moda. E quasi nessuno ormai ha in tasca sigarette e accendino. Strano che l’articolo non chiami viziosi tutti i Presidenti americani che fumavano.

Lo stesso vale per l’alcool. La bottiglia – come la chiama l’articolo – è stata ed è veramente qualcosa di nocivo, ma un tempo, per mostrarla come qualcosa di seriamente criticabile, era necessario arrivare ai limiti della patologia o della violenza. Tutti bevevano. Soprattutto nei Paesi anglosassoni e nei film, accogliendo qualcuno era uso dire immediatamente: “Bevi qualcosa?” E non si può nemmeno dire che l’abitudine sia del tutto venuta meno.

Dunque bere e fumare, anche in quantità che oggi sarebbero considerate riprovevoli, era considerato normale. Purché non si esagerasse al punto di barcollare, come avveniva a Yeltsin, purché non si divenisse violenti, purché si fosse sobri abbastanza, nelle ore prescritte, per continuare a fare il proprio lavoro, incluso quello di Presidente degli Stati Uniti.

Ecco perché l’articolo è involontariamente tendenzioso. Dimentica che mentre prima l’umanità, nei Paesi ricchi, aveva “problemi personali”, da risolvere da sé, poi è divenuta bisognosa di sostegno psicologico. C’è stato un momento, negli Stati Uniti, in cui chiunque se lo potesse permettere parlava del suo psicoanalista come avrebbe parlato del suo meccanico o del suo postino. La conseguenza di tutto ciò è stata l’invasione della terminologia clinica nella lingua corrente. Un tempo si era tristi o molto tristi, poi si è stati depressi o molto depressi. E mentre la tristezza poteva generare la poesia – tra l’elegiaco e il disperato – in morte di Silvia, la depressione è una patologia grazie al Cielo curabile con le pillole. Anche se apprendiamo che Silvia è morta.

Dal punto di vista degli psichiatri siamo tutti, più o meno, dei casi clinici. Il sano non è qualcuno che lo è interamente, è qualcuno la cui insania è compatibile con una vita considerata normale. È come un’automobile in cui una delle ruote ha un gonfiaggio di due decimi di atmosfera inferiore a quello delle altre tre. Non è perfetta, ma non per questo la porteremo dal meccanico.

Dunque è vero che, per la mentalità moderna, la metà circa dei Presidenti americani è stata pazza, come è vero che oggi è pazza la metà degli statunitensi. E il peggio è che io stesso non so a quale metà iscrivermi.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

4 novembre 2014

 

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