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I PIDDINI SALVANO IL PAESE

Come noto, il 5 agosto 2011 è arrivata la famosa lettera della BCE all’allora governo Berlusconi con la richiesta/imposizione di riforme di stampo prettamente pinochettiano improntate essenzialmente su taglio della spesa pubblica, maggiori tasse, taglio dei trasferimenti (pensioni), riduzione salariale per i dipendenti pubblici, contrattazione decentrata “permettendo accordi a livello d’impresa” ecc.
I governi seguenti, sbarazzatosi del peso dell’ex cavaliere, hanno messo in pratica detti “suggerimenti” imponendo il taglio della spesa pubblica, l’aumento di imposte (in particolare sulla casa), l’imposizione del pareggio di bilancio in Costituzione, riforma Fornero, Jobs Act ecc. Il tutto tra le lacrime “inconsolabili” di Elsa Fornero

e il plauso compiaciuto di tutta l’editoria italiana (giornali, radio, televisione) che non perdeva occasione per lodare la missione “salvifica” e “riformatrice” del governo di turno.

A tutto ciò faceva eco il continuo pungolo di Confindustria, dei sindacati (sic!) e dei giornalisti scodinzolanti per fare ancora di più in termini di tagli alla spesa

di aumento della produttività (badate bene: della produttività, non della produzione!)

con l’immancabile ricorso al “facciamo come” ovvero la presentazione di modelli esteri ritenuti virtuosi, caratterizzati da un elevato tasso di risparmio (e scarsa o nulla democrazia)

ed una moneta penalizzante per le nostre esportazioni nette (ma che favorisce in maniera abnorme le esportazioni tedesche).

Vi siete mai chiesti perché siano così premurosi, così ostinatamente interessati al “nostro bene”? Fosse solo per uno spirito samaritano, dopo che ce l’hanno detto un paio di volte… basta, smetterebbero. Invece no, martellano tutto il giorno sulla necessità di tagliare ulteriormente le pensioni, tagliare la spesa pubblica, aumentare la produttività (non la produzione), difendere l’euro ecc.
Non è, per caso, che tutta questa ansia di farci da maestrine sottenda a qualcosa di molto diverso? Non è, per caso, che le riforme invocate servano a qualcun altro e non a noi? Per caso, eh, mi raccomando!
Prendiamo il modello economico più semplice, la cosiddetta croce keynesiana, e vediamo le conseguenze delle misure invocate “per il nostro bene”.

Partendo dalla definizione di Pil, con qualche passaggio elementare, sapendo che il Prodotto interno lordo (Y) è pari alla produttività (A) moltiplicata per il numero dei lavoratori (N) e che i consumi dipendono dal reddito disponibile, si può calcolare l’impatto sull’occupazione delle riforme da loro invocate a gran voce:

N=1/A · 1/s · K/p

dove
N = numero dei lavoratori
A = produttività (produzione di un lavoratore)
s = propensione (marginale) al risparmio
K = domanda autonoma (consumi autonomi, spesa pubblica, imposte, trasferimenti, investimenti, esportazioni nette)
p = prezzi

Passando alle variazioni, si ha che:

g= -g-g+ (gK-π)

Le variazioni dell’occupazione sono imputabili a tre distinte dinamiche rappresentate rispettivamente dagli andamenti della produttività (gA), del moltiplicatore ovvero della propensione al risparmio (gs) e dalla domanda autonoma in termini reali (gK – π).
Poniamo attenzione ai segni: la variazione della produttività (gA) ha segno negativo, questo vuole dire che nel medio-breve periodo, un aumento della produttività riduce l’occupazione.
Aspetta un attimo, vediamo ancora una volta cosa ci dicono di fare:

Cosa? Ci dicono di aumentare la produttività e questo nel medio-breve periodo riduce l’occupazione? Ma come è possibile!?!

Andiamo avanti. Anche la variazione del tasso di risparmio (gs) ha segno negativo. Questo vuole dire che la “virtù” teutonica della parsimonia, in realtà riduce l’occupazione? Bravo! Ma come è possibile?!?
Passiamo infine alla quantità tra parentesi: affinché l’occupazione cresca, occorre che la componente autonoma gK cresca più dell’inflazione π. Ma da cosa è data la domanda autonoma e quando può variare? La domanda autonoma aumenta all’aumentare della spesa pubblica, dei trasferimenti (principalmente le pensioni), degli investimenti e delle esportazioni nette e diminuisce con l’aumento delle imposte. Quindi se taglio la spesa pubblica si riduce la domanda autonoma e di conseguenza l’occupazione? Bravo! E cosa ci dicono di fare? Di tagliarla!

Non solo deve aumentare, ma affinché aumenti l’occupazione, occorre che la domanda autonoma cresca di più dell’inflazione. Altroché tagliare!

Se taglio le pensioni si riduce la domanda autonoma e quindi l’occupazione? Bravo! Ma ci dicono di tagliarla! Se uso una moneta sopravvalutata per il proprio Paese o svalutata per gli altri, si riduce la domanda autonoma (calano le esportazioni nette) e quindi cala l’occupazione? Bravo! E cosa ci dicono di fare?

Tutto quello che ci dicono di fare, dico TUTTO, è volto a ridurre l’occupazione. Un caso? Una coincidenza? Non credo proprio, anche perché la riduzione dell’occupazione riduce la forza contrattuale dei lavoratori. E chi se ne avvantaggia? Il capitale (quota profitti). Pensa un po’ che strana coincidenza: i rappresentanti del capitale ed i loro lacchè ci dicono di attuare delle politiche… che li favoriscono (e di conseguenza ci danneggiano). Chi l’avrebbe mai detto: i ricchi fanno i loro interessi e non i nostri! Il problema non sono loro, che perorano legittimamente i loro interessi, il problema è chi li ascolta! Eppure per i media… i piddini salvano il Paese.

di Claudio Barnabè

P.S: prima che venga il professorino di turno a dirmi che nel lungo periodo il pil pro capite dipende in massima parte dalla produttività, lo dico io: grazie, lo so già.


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