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I dubbi sui moti di protesta in Ucraina e la lotta per il predominio globale: le prossime olimpiadi di Sochi saranno un evento epocale

Vorrei fare alcune considerazioni sulla crisi democratica in Ucraina. Prima di tutto bisogna chiarire che il paese in questione resta di fatto un satellite della Russia, essendo un tassello irrinunciabile per la difesa del territorio ex sovietico nell’ambito delle sfere di influenza. Oggi l’Ucraina appare come un paese allo sbando, in cui i dimostranti starebbero “vincendo” – sembra – la battaglia contro il potere, potere che in ogni caso non si può definire regime in quanto frutto di libere elezioni. Chiaramente il primo ministro ucraino è filo russo, ma non è – ci tengo a sottolinearlo – musulmano.

Andiamo indietro di qualche mese: prima dell’elezione di Putin alla presidenza dell’ex cuore dell’impero sovietico ricordo note di stampa che riportavano di manifestazioni di protesta a Mosca, solo successivamente capimmo che il bastone del comando – oltre che il cuore politico della gente – era saldamente in mano al potere tradizionale, con una rielezione straripante frutto degli enormi progressi economici e del rilevante incremento del livello di benessere della popolazione russa a partire dal 1998. Ricordiamo anche che la Russia si può definire a buon titolo il paese più ricco del mondo in termini di risorse, ha tutto, è un paese sconfinato e praticamente fino ad oggi non sfruttato, paese che per altro potrà avvantaggiarsi come nessuno del riscaldamento globale ricavandone terre coltivabili dove oggi c’è steppa gelata.

Ma andiamo al recente passato, ricordiamo la guerra in Siria ed il caso di intelligence dell’incontro segreto – che se è comparso sui giornali tanto segreto non è più – tra il ministro degli esteri saudita e Vladimir Putin. Da note circolate sulla rete, note che si ritiene siano state fatte circolare dai russi, sembra che l’emissario saudita, il principe Bandar, abbia tentato di intercedere con il presidente al fine di supportare l’intervento in Siria per cacciare Assad, con il parallelo impegno dell’Arabia a comprare – si dice -15 miliardi di dollari di armamenti russi.

La guerra in Siria, o meglio la rivoluzione siriana sobillata dall’esterno – un po’ come accadde in Libia, altro paese strategico del mediterraneo finito in mani franco-inglesi – è una guerra sporca. Forse in Siria la guerra è ancora più sporca in quanto si dice siano state usate armi di distruzioni di massa, gas nervini, il problema è che non si sa bene da chi. O meglio, sono apparse testimonianze e prove secondo cui tali armi sono state indirettamente fornite dalla Gran Bretagna (i prodotti chimici necessari a produrle) e che l’uso sia stato fatto da entrambe le parti, sia da Assad contro i rivoluzionari che, scandalo degli scandali, addirittura dai sovversivi musulmani contro la popolazione ma con il fine di incriminare il regime e causare la reazione internazionale. Questo è quanto è apparso in rete.

Come vedremo successivamente, giova ricordare che al cospetto della Russia, che comunque produce almeno tanto petrolio quanto i sauditi, l’Arabia offerente un paio di decine di miliardi di dollari per una causa geopolitica resta un paese solo relativamente ricco – leggasi poco convincente – in termini di potenza derivante dalle risorse presenti e future disponibili. Ossia, quando il petrolio sarà finito o non sarà più necessario nella misura attuale – e magari la partita dell’energia si giocherà sullo stoccaggio – dove pensate si troveranno le riserve di materiali e minerali pregiati necessari per affinare ed implementare tale nuova tecnologia, nel deserto o nell’immenso spazio ex sovietico? A parte la digressione, fu molto interessante la presa di posizione di Putin alla proposta ricevuta, con una risposta che meriterebbe il Nobel per la Pace per aver evitato la guerra del mondo contro la Siria (di fatto Putin decise la pace attraverso il non intervento da parte russa nella destituzione di Assad, senza approfondire per ora le ragioni strategiche di tale decisione, …): la reazione araba al niet russo fu – sembra – molto dura da parte dell’interlocutore, arrivando addirittura a minacciare nemmeno tanto velatamente di intercedere con i ceceni musulmani, finanziati – e finanche controllati, come gran parte di quei rivoltosi musulmani in Siria sospettati di maneggiare gas nervini – dai petrodollari sauditi al fine di incendiare le Olimpiadi di Sochi del febbraio 2014, ossia i giochi del prossimo mese. Sempre secondo quanto rilevabile in rete (con un abile ed apparentemente pre-ordinata azione di divulgazione) il finale dell’incontro russo/saudita meriterebbe l’oscar in una spy story stile Syriana, il film di George Clooney: visto che personalmente ritengo lo zar Vladimir poco disponibile ad essere minacciato pur anche da un discendente dei nomadi del deserto, a tentata minaccia corrispose la minaccia reale del puntamento dei missili russi di stanza in Siria non contro la coalizione internazionale alla caccia di Assad ma contro i pozzi ed alle infrastrutture petrolifere saudite, così da fare salire il prezzo del petrolio in caso di attacco [qual era probabilmente il desiderata arabo iniziale, ma ritengo in forma leggermente diversa…]. Con tali premesse, chiaramente tutto si risolse in un nulla di fatto, e ci sarebbe mancato altro. Ma resta ancora il dubbio che i Giochi Olimpici di Sochi possano incendiarsi. E che quello che sta accadendo oggi in Ucraina sia solo una piccolo tassello di un grande puzzle, un puzzle di guerra, di sangue e di poteri contrapposti.

 

Facciamo un rapido fact check su quali sono gli interessi russi e quali possono essere gli strumenti di “convincimento” utilizzabili nello scacchiere geopolitico mondiale, alla luce del fallimento saudita sopra riportato. Paese con un GDP maggiore dell’Italia nel 2012 – e sarà molto maggiore nel 2013 -, oltre 2000 miliardi di dollari praticamente senza debito pubblico nè privato (vantaggio competitivo mica da ridere in un momento in cui il mondo occidentale annega nei debiti), ha il suo punto di forza nelle materie prime, possedendo nel suo sconfinato territorio praticamente tutte le risorse necessarie allo sviluppo economico di una nazione, è geograficamente confinante con il paese che ha la maggiore popolazione del mondo, ossia il massimo consumatore di materie prime, la Cina. In ambito energetico forse sfugge che il primo produttore di petrolio mondiale nel 2013 non è stato l’Arabia Saudita, né gli USA, ma la Russia con circa 11 milioni di barili al giorno. Ovvero un totale di circa 4 miliardi di barili annui di produzione: ad un prezzo medio di 100 dollari al barile significa qualcosa come 400 miliardi di dollari di introiti annui solo dal settore energia, e senza estrarre l’oro nero dal fondo del mare con costosissime infrastrutture ma piuttosto convogliando quanto il ricchissimo e vastissimo territorio ex sovietico generosamente mette a disposizione. Va parimenti considerato che la Siria solo un paio di anni fa rifiutò di far transitare sul proprio territorio un gasdotto che avrebbe dovuto portare il gas quatarino in Europa, l’idea dei promotori era probabilmente quella di spiazzare il gas russo nel mercato europeo. Ma, per avere un quadro completo chiediamoci chi sono oggi gli acquirenti finali di gas russo e mediorientale a livello globale. Gli USA no, sono autonomi con il proprio shale gas. Il Giappone si, ma deve approvvigionarsi via LNG, gas liquefatto, e non via gasdotto. Inoltre l’Australia con i suoi enormi giacimenti – che già la fanno immaginare in prospettiva come nuovo Quatar – è molto vicina e quindi maggiormente accessibile. La Cina si approvvigiona direttamente via gasdotti dalla Russia oltre ad avere importanti aziende statali di esplorazione, facendo con grande ritardo quello che fecero le majors USA a partire dopo la seconda guerra mondiale. Dunque chi resta? Se i mercati emergenti sono oggi in crisi, e quindi tendenzialmente non consumeranno molto di più di quanto già consumano – oltre ad essere spesso diventati loro stessi produttori –, come consumatore oltre all’India resta solo l’Europa, innervata di gasdotti russi costruiti, se ricordo bene, in buona parte con tecnologia italiana dopo l’ultima guerra. In questo contesto di chiaro eccesso di offerta – tutti stanno diventando produttori, il Brasile insegna – l’accesso ai mercati finali è fondamentale e quindi il controllo della Siria resta strategico come porta per l’Europa, come è strategico ogni paese che possa permettere l’accesso diretto o indiretto ai clienti finali, finanche ricordando come l’Ucraina sia ad oggi un importante paese di transito di gas, meno importante di 5 anni or sono in quanto oggi esiste l’alternativa del North Stream (pipeline tra Russia e Germania), ma pur sempre un paese da tenere in considerazione, per lo meno fino a quando in Europa i clienti finali si potranno permettere di pagare alti prezzi per i combustibili. Dunque, riassumendo, se il principe Bandar voleva convincere la Russia con soli 15 miliardi di dollari ad aprire le porte del cliente Europeo al gas mediorientale spiazzando quello russo, i conti decisamente non tornano.

 

Torniamo all’ex satellite sovietico, torniamo a Kiev. Il tempismo dei moti di protesta è eccezionale: un mese prima delle Olimpiadi esplode il rancore ucraino contro il governo e le televisioni di tutto il mondo stigmatizzano come il “regime” sia finito, prossimo alla caduta. Vien da chiedersi, chissà chi sta finanziando la protesta contro Yanukovich, che ripeto “regime” non è… Ma questo non è importante, è invece essenziale spiegare che oggi il governo filo russo dell’Ucraina non può reagire alla provocazioni, siamo troppo prossimi ai giochi Olimpici (spero infatti che sia chiaro a tutti che la reazione governativa ai moti semplicemente non c’è stata, finora). Giochi che, si noti bene, sono una questione di orgoglio per la Russia: per la prima volta dopo il comunismo il paese è tornato alla pubblica ribalta internazionale con un evento globale, evento che lo stesso presidente russo ha promesso essere la miglior Olimpiade della storia. Per l’occasione sono stati addirittura graziati gli oligarchi in galera da anni, chi conosce i russi sa come l’orgoglio sia un elemento esistenziale del carattere della gente della steppa. Eppoi, anche con il fine di sostenere l’Europa e l’euro, prima di un’elezione europea cruciale e pericolosissima per il futuro della ormai discutibile moneta unica a trazione tedesca, può fare gioco far riverberare sui media il messaggio che c’è ancora qualcuno disposto a combattere per entrare nel progetto europeo (magari dimenticandosi di dire che poi si diverrebbe immediatamente candidati per un’eventuale piano di rientro…)

 

Quindi per qualche settimana dobbiamo rassegnarci ad ascoltare lo stillicidio di notizie secondo cui il governo ucraino cadrà, condito da affermazioni secondo cui il governo democraticamente eletto è diventato regime, non riuscendo la polizia filo russa a sedare la rivolta, sfuggendo ai più la genesi e le “sfaccettature” di tale protesta. Secondo me la realtà è un po’ diversa: non è che, magari, la rivolta semplicemente non la si vuole sedare, ora. Dopo la fine delle Olimpiadi invernali le cose rischiano di essere molto diverse e potremmo presto dimenticarci della tentata rivoluzione d’inverno in terra ucraina catalogandola come semplice e sotto certi punti di vista irrazionale protesta, poveretti coloro che dovranno subire la repressione là da venire.

 

Per l’enorme rispetto ed affetto che ho per gli amici d’oltreoceano, molti dei quali italiani, spero solo che dietro questo enorme pasticcio in salsa ucraina non ci sia la lunga manus statunitense. Se così fosse, e se il piano per boicottare i giochi olimpici fallisse – il vero piano sembra quello di indebolire l’avversario globale di sempre, ossia la Russia – mi chiedo se il XLIV presidente degli Stati Uniti, sebbene dotato di una grande e rispettabilissima ideologia di stampo democratico-roosveltiano, dopo una sfilza interminabile di azzardi seguiti da vari insuccessi internazionali ed interni (consolidamento del regime Iraniano, primavere arabe diventate un inferno, allontanamento dalle posizioni dello storico alleato Israeliano, abbandono di importanti alleati storici nelle passate guerre per le risorse, includendo Berlusconi, probabile fallimento economico dell’Obamacare, scandalo NSA, government shutdown, crisi economica statunitense ancora di fatto non superata ecc.) alla prova dei fatti non possa a buon titolo rischiare di diventare il peggior presidente della storia recente della più grande democrazia del mondo.

Per confermare lo scenario manca però il vaticinio, direi. Ed ecco (purtroppo) che a fine 2013 Forbes, iconica ed influente pubblicazione americana, assegna a Vladimir Putin lo scettro di uomo più potente della terra, guarda caso sorpassando il XLIV presidente della democrazia più grande del mondo.

Siamo nel mezzo di cambiamenti epocali.

 

Mitt Dolcino

 

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Letture consigliate:

http://www.telegraph.co.uk/finance/newsbysector/energy/oilandgas/10266957/Saudis-offer-Russia-secret-oil-deal-if-it-drops-Syria.html

http://www.reuters.com/article/2013/06/18/us-syria-crisis-idUSBRE95G0MR20130618

http://beforeitsnews.com/middle-east/2013/08/saudi-arabia-threatens-terror-attacks-on-russia-if-putin-doesnt-drop-support-for-assad-2453844.html

http://www.neurope.eu/article/putin-backs-assad-over-gas-route

http://www.eutimes.net/2013/08/putin-orders-massive-strike-against-saudi-arabia-if-west-attacks-syria/

http://news.sky.com/story/1116687/britains-chemical-sales-to-syria-revealed

http://www.globalresearch.ca/the-syria-chemical-weapons-attack-and-the-role-of-saudi-intelligence-the-mint-news-report/5359154

 

 

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