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I DATI DELL’OCCUPAZIONE E QUELLI DELL’INPS. (di Nino Galloni)

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Il dato importante, di cui si sta discutendo in questi giorni, riguarda l’occupazione: secondo fonte INPS, il saldo tra contratti attivati e contratti cessati del primo quadrimestre di quest’anno rispetto al precedente, è positivo per 450.523 unità. In particolare, c’è stato un incremento di 137.471 contratti a tempo indeterminato col regime jobs-act; di 22.946 per gli apprendisti; 290.106 a termine.

La prima informazione, dunque, se si trattasse di nuovi posti di lavoro (ma, come vedremo meglio, così non è) riguarderebbe un aumento dell’occupazione – nel periodo indicato – del 2%, a fronte di un PIL allo 0,4%: quindi, l’aumento di occupazione è trascinato dal calo della produttività. Evviva! Scoperto l’arcano! Finalmente abbiamo il governo giusto, ultrakeynesiano, che dimostra come si fa a puntare verso la piena occupazione (in prospettiva), riducendo il prodotto per addetto! Evviva, compagni ci siamo! Marx aveva ragione, la fine del capitalismo con saggi di profitto che punteranno a zero è raggiunta!

Ma, come si accennava, si tratta di contratti, non di posti di lavoro; nella mia esperienza di ricercatore, durante gli anni più bui del capitalismo finanziario, quando si ricostituivano i margini di profitto riducendo l’occupazione molto di più della produzione (che, non lo dimentichiamo, nel solo comparto manifatturiero, è diminuita del 25% dopo l’avvio dell’euro e, guardacaso, di quanto è aumentata in Germania), si registravano milioni di nuovi contratti a tempo indeterminato (sebbene non ci fosse ancora il jobs-act): perché le stesse persone venivano assunte e licenziate più volte all’anno dopo il periodo di prova; i contratti precari, paradossalmente, erano più stabili, nel senso che – di regola, ma non sempre – l’interessato terminava i classici 3 mesi e “andava a casa”; i più fortunati accedevano ad un nuovo contratto di tre mesi.

Intanto, col jobs-act, siccome è più conveniente – per le imprese – assumere a tempo indeterminato e risparmiare contributi per tre anni fino a due assunzioni, la contribuzione stessa sarà a carico della spesa pubblica generale: quello che il datore di lavoro risparmierà di contributi, dovrà pagarlo in altro modo (le tasse stanno aumentando, guardate case, macchine, IVA, ecc.); e l’effetto sarà tanto maggiore quanto riguarderà piccole imprese che non assumeranno più di due nuovi addetti o…scusate…trasformeranno un paio di precari in contratti a tempo indeterminato alle condizioni del jobs act; non dico che ciò sia necessariamente un male, ma avviare l’occupazione dipende da ben altri fattori!

Se i dati dell’occupazione dell’ISTAT confermeranno la tendenza – seppure in modo più attenuato perché si tratterà di teste, non di contratti –  dovremo paragonare l’incremento del PIL ad essi per avere conferma del calo di produttività del sistema…lascio pensare a voi che ne sarà delle retribuzioni!

E come la mettiamo con l’andamento, non certo positivo, del comparto industriale? Aumenta del 6%, invece, l’agricoltura: se sottraiamo dal PIL tale situazione, ponderandola al peso che essa ha sul PIL stesso, abbiamo dunque che quest’ultimo non è aumentato (seppure di poco), ma è ulteriormente diminuito.

Nino Galloni

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