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I costi occulti delle privatizzazioni dei servizi pubblici

di Davide Gionco

Da almeno 30 anni in Italia non passa giorno senza che qualche “esperto” ci ricordi, in TV, alla radio o sui giornali, della necessità di “fare le riforme”.

Una delle “riforme” fondamentali, secondo il pensiero unico che domina i mezzi di informazione, è la privatizzazione dei servizi pubblici, in quanto ciò che è pubblico è ritenuto per definizione inefficiente e improduttivo.
Peraltro raramente sui mezzi di informazione ci ricordano che l’Italia è fra i paesi in Europa che più di tutti ha privatizzato i servizi pubblici, con conseguenze non sempre positive per noi cittadini.

Durante i governi del dopoguerra, fino agli anni 1980, i servizi pubblici erano tutti gestiti dallo Stato: i trasporti, la rete stradale, le telecomunicazioni, l’energia, l’acqua, la sanità, le poste, la scuola.

Era sentire comune, in parte basato su fatti reali e in parte basato sulla narrativa più o meno oggettiva fornita dai mezzi di informazione, che vi fosse una scarsa produttività delle aziende pubbliche. Questo sia dal punto di vista della qualità dei servizi, ma soprattutto per una presunta scarsa efficienza di una parte dei lavoratori pubblici.
Non intendiamo in questa sede indagare sul fondamento di questa rappresentazione.
Diciamo che era, ed è tutt’oggi, un sentire comune che le cose andassero in quel modo.
Insieme a lavoratori pubblici professionali, competenti ed efficienti nel proprio lavoro, infatti, c’erano anche persone che potremmo definire “poco motivate” a lavorare in modo efficiente, intente a ridurre al minimo la fatica lavorativa per portare a casa senza problemi lo stipendio mensile. Un classico esempio era quando si assisteva per strada ad un intervento di riparazione stradale con 4 persone per fare il lavoro di 2. In quei casi, peraltro, la responsabilità non era di quei lavoratori, ma dei dirigenti incapaci di organizzare correttamente le squadre operative.

In questo fenomeno grave è stata la responsabilità storica dei sindacati, i quali si sono dimostrati molto attenti a difendere il “posto di lavoro sicuro” (ovvero lo stipendio garantito e licenziamento quasi impossibile) nel settore pubblico e ma molto poco attenti alla qualità dei servizi offerti ai cittadini ed all’efficienza nella produzione dei servizi richiesti.

In estrema sintesi: c’era una diffusa mancanza di responsabilità nei confronti dei cittadini utenti dei servizi, che peraltro riscontriamo ancora oggi in alcuni servizi rimasti pubblici.

C’era però anche un lato positivo della medaglia: una diffusione capillare dei servizi pubblici in quanto, per decisione politica, si intendeva renderli universali, accessibili in tutto il territorio nazionale, a beneficio di tutti i cittadini e di tutte le imprese.
Grazie a questa decisione politica si svilupparono molte imprese che altrimenti non ne avrebbero avuto la possibilità per mancanza di infrastrutture adeguate.

 

L’epoca delle privatizzazioni

Ad un certo punto, all’inizio degli anni 1990, hanno iniziato a spiegarci che le imprese pubbliche erano inefficienti e che la soluzione era la loro privatizzazione, la quale avrebbe consentito da un lato di ridurre il nostro debito pubblico e dall’altro un aumento di efficienza nella fornitura di servizi pubblici. Sulla base di questo convincimento, peraltro sostenuto dagli indirizzi di politica economica dei vari trattati europei sottoscritti dal nostro paese, i vari governi che si sono succeduti hanno provveduto a mettere in atto la privatizzazione di diversi servizi pubblici: trasporti aerei, marittimi, ferroviari; rete autostradale; telefonia, energia e in parte l’acqua e la sanità.

In generale le conseguenze per gli italiani sono state più negative che positive.
Alitalia, la compagnia aerea di bandiera, è andata incontro a diversi fallimenti (con salvataggi a carico della collettività), senza mai dare prova di una visione strategica del trasporto aereo in Italia. Tariffe eccessivamente costose nelle tratte in monopolio, ritiro dalle tratte in cui c’era troppa concorrenza.
La privatizzazione delle società di gestione degli aeroporti ha impedito di costituire un sistema aeroportuale nel paese, dando vita ad una inutile competizione fra gli aeroporti in favore delle compagnie low-cost, con la conseguenza della scomparsa di collegamenti aerei strategici a partire dagli scali “meno competitivi”, con danni per la popolazione e le imprese locali.

La privatizzazione dei trasporti marittimi ha portato a tariffe eccessive che scoraggiano i turismo, specie verso le isole.

La semi-privatizzazione delle ferrovie ha portato ad investire unicamente sui trasporti ad alta velocità, trascurando il trasporto passeggeri locale ed il trasporto merci, poco redditizi. Di conseguenza il traffico locale passeggeri oggi avviene in buona parte mediante automobili private, mentre il trasporto merci avviene quasi totalmente su gomma, con tutte le conseguenze che sappiamo sull’inquinamento delle nostre città ed aggravi sui costi dei trasporti, che in ultima istanza pagano sempre i consumatori.

La rete autostradale è in buona parte in mano ad un oligopolio di poche imprese che fanno alti profitti senza alcun rischio di impresa. Le alte tariffe salgono sistematicamente più del tasso d’inflazione e pesano inutilmente sui costi dei trasporti, in particolare delle merci che viaggiano su gomma.

La privatizzazione di Telecom Italia ha di fatto bloccato gli investimenti per la rete della fibra ottica, con l’Italia che è fra gli ultimi posti in Europa per la potenzialità della rete di trasmissione dei dati.

La privatizzazione dell’energia ha dato vita ad un far west tariffario a carico degli utenti, unitamente ad un cartello che impone all’imbelle Autority sull’Energia sistematici aumenti tariffari.

Per fortuna, grazie ad un provvidenziale referendum, abbiamo frenato sulla privatizzazione dei servizi idrici, mentre i continui tagli al sistema sanitario nazionale stanno obbligando molti italiani, quelli che se lo possono permettere, a rivolgersi alla sanità privata, la quale naturalmente offre solamente le prestazioni economicamente convenienti, lasciando alla sanità pubblica le attività non remunerative.

 

Il privato non è efficiente per definizione

La realtà è che non è vero che il privato è efficiente per definizione.
Il privato fa i propri interessi economici, non di più e non di meno di questo.
Se la produzione di beni e servizi avviene, per le caratteristiche degli stessi, in una situazione di sana concorrenza ed un règime di piena occupazione, allora il privato sarà incentivato ad essere efficiente per essere più competitivo dei concorrenti.

Ma se ci si trova con un alto tasso di disoccupazione e, magari, con una libera circolazione dei capitali, allora la concorrenza la si farà riducendo gli stipendi dei lavoratori fino a esternalizzare all’estero una parte delle prestazioni (come avviene, ad esempio, per le società che gestiscono i servizi voce e dati della telefonia), distruggendo posti di lavoro in Italia. Se la competizione porta a ridurre i salari o a perdere dei posti di lavoro, il sistema non trarrà benefici dall’abbassamento delle tariffe. Anzi, il bilancio complessivo sarà in perdita, in quanto aumenterà l’uscita di capitali verso l’estero per pagare i servizi esternalizzati.

Se, infine, i servizi privatizzati realizzando un regime di monopolio, il privato non avrà alcuno stimolo a rendere i servizi più efficienti. Punterà a massimizzare i propri utili, alzando le tariffe, tagliando gli investimenti, investendo sulle attività più redditizie e trascurando quelle meno redditizie. I maggiori utili verranno conseguiti scaricando sugli utenti (che non hanno alternative) sia le tariffe eccessive sia le inefficienze di produzione.

 

Il privato non ha una visione strategica d’insieme

Il principale limite dei servizi privatizzati è che le aziende operano unicamente nel proprio interesse, cosa che può andare bene per un piccolo commerciante o un libero professionista, ma non per chi eroga servizi essenziali per il funzionamento di un intero paese, con ripercussioni determinanti sullo sviluppo economico dell’intera nazione.

Facciamo l’esempio della rete delle telecomunicazioni. Se Telecom Italia fosse rimasta pubblica, lo Stato avrebbe potuto valutare di investire sulla modernizzazione della rete tramite fibra ottica. Lo si sarebbe fatto ben sapendo i vantaggi produttivi che l’intero paese ne avrebbe tratto, indipendentemente dagli utili a breve-medio termine per la società Telecom Italia.
Purtroppo Telecom Italia ha preferito non fare questi investimenti, non avendo nulla da guadagnarsi, come azienda, ma solo da perderci.
Il risultato è che l’Italia oggi si ritrova con un sistema di telecomunicazioni alquanto arretrato, con danni per l’intera economia.
Oltre a questo con il rischio che la rete delle telecomunicazioni, privatizzata, passi nelle mani di soggetti stranieri, che potrebbero avere l’interesse a minare lo sviluppo economico del nostro paese proprio grazie al monopolio sulle telecomunicazioni.

Per quanto riguarda la telefonia mobile, oltre ai già descritti pesanti tagli sui costi del personale, necessari per abbassare le tariffe e competere con i concorrenti, constatiamo che ben 3 diversi operatori hanno realizzato una loro rete di antenne per la copertura del territorio. Ciascun operatore di telefonia mobile deve investire grandi cifre in pubblicità e deve garantire utili ad un proprio consiglio di amministrazione, con dirigenti profumatamente pagati.
Se ci fosse un’unica società, pubblica, avremmo dovuto pagare solo un terzo delle antenne oggi presenti (riducendo fra l’altro anche l’inquinamento elettromagnetico), non ci sarebbe bisogno di buttare via denaro per la pubblicità e ci sarebbe un solo consiglio di amministrazione da pagare.
Molto probabilmente si potrebbero avere tariffe più basse di quelle odierne, con una migliore copertura del territorio e dando lavoro a dipendenti italiani ad uno stipendio dignitoso.

E che dire dela produzione di acciaio?
E’ possibile considerare la produzione di acciaio un “servizio pubblico di base” per le attività produttive industriali di tutto il paese?
Ha senso lasciare che la produzione di questa materia prima fondamentale dipenda dagli umori e dalle convenienze di gruppi industriali stranieri?

Potremmo continuare con esempi analoghi relativi ad altri servizi pubblici (non si può ovviamente analizzare a fondo le specificità di ogni settore privatizzato). Ma logica d’insieme è chiara: il privato non opererà mai nell’interesse pubblico generale e non sarà mai più “responsabile” nei confronti degli utenti di quanto fossero “poco responsabili” i lavoratori pubblici inefficienti dell’epoca precedente alle privatizzazioni.

 

Come avere dei servizi pubblici funzionali e strategici

Il modo migliore per avere una pianificazione dei servizi pubblici che tenga conto dell’interesse generale è che essi siano gestiti dalla mano pubblica, l’unica che può avere una visione d’insieme sullo sviluppo del paese. Senza la necessità di realizzare degli utili a breve termine, quanto piuttosto gli obiettivi richiesti dall’indirizzo politico.

E’ ovvio ed evidente che è anche fondamentale porre fine ai fenomeni di corruzione, così come al fenomeno di assegnare degli incarichi gestionali in queste società sulla base della vicinanza al politico di turno, senza riguardo alcuno per le competenze tecniche richieste.

Tuttavia ci preme sottolineare come anche se ci fosse una gestione pubblica “mediocre e inefficiente”, i danni non potrebbero mai essere superiori a quelli derivanti da una totale mancanza di pianificazione generale che, inevitabilmente, si ha se i servizi sono affidati a delle aziende private con scopo di lucro.

Per quanto riguarda la qualità dei servizi, ciascuno con le proprie specificità, l’unico modo per renderli più efficienti e funzionali è adottare in modo sistematico il principio di responsabilità.

Ovvero chi fornisce i servizi pubblici deve realmente rispondere di ciò che fa ai propri “clienti”, che sono i cittadini, i quali sono i migliori giudici della qualità e dell’efficienza dei servizi.
Questo non è mai stato fatto in Italia, in quanto non è mai esistito una organizzazione sistematica per raccogliere le valutazioni di merito dei cittadini sui servizi pubblici ricevuti né tantomeno per utilizzare queste informazioni per attuare degli interventi di miglioramento degli stessi servizi, eventualmente andando a chiamare in causa anche il personale resosi responsabile dei disservizi.
Il licenziamento dei dipendenti o dei dirigenti pubblici responsabili dei disservizi non dovrebbe essere una eccezione, ma la norma, in quanto i cittadini, che lavorano e pagano le tasse per stipendiare detti dipendenti pubblici, hanno il diritto di ricevere dei servizi di qualità.

E’ evidente a tutti che le privatizzazioni dei servizi pubblici non hanno per nulla garantito tutto questo ai cittadini: né dei servizi di qualità, né la possibilità per i cittadini-utenti di far valere il proprio giudizio di merito sui servizi ricevuti.

Le società che offrono i servizi pubblici in monopolio o in oligopolio si disinteressano del gradimento dei cittadini per i servizi offerti e fanno di tutto, addirittura, per ostacolare le comunicazioni con gli utenti. Propongono contratti vantaggiosi per il fornitore e svantaggiosi per gli utenti, sfruttando il potere della disparità informativa.
Conosciamo tutti l’incubo di avere un problema da risolvere e trovarsi di fronte dei risponditori telefonici automatici o dei call center che si trovano all’estero, che non sono in grado di fornire un supporto adeguato.

La fornitura di servizi potrà funzionare solo quando il parere dei cittadini diventerà determinante e solo quando anche nel settore pubblico potranno essere licenziati coloro che non svolgono adeguatamente il proprio lavoro, come già avviene nel settore privato, dove la non soddisfazione dei clienti è la più grave responsabilità a carico delle imprese e di coloro che ci lavorano.
Non si tratta di assumere atteggiamenti punitivi nei confronti dei dipendenti pubblici, i quali in gran parte ci mettono cuore, anima ed intelligenza nel proprio lavoro, ma di fare in modo che ciascun lavoratore sia responsabilizzato nel dare il meglio di sé anche grazie a queste forme di controllo da parte dei cittadini-utenti.

In conclusione la ricetta che proponiamo per avere dei servizi pubblici sviluppati secondo una strategia di crescita economica dell’intero paese, efficienti e di qualità in favore dei cittadini, è la rinazionalizzazione di tutti i servizi in cui non è possibile una sana concorrenza, riportando il loro controllo sotto il governo politico e introducendo dei seri meccanismi di giudizio, da parte dei cittadini-utenti, sull’operato del personale pubblico.


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