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IL GUFO E LA CIVETTA

 

Chi sa di non essere infallibile (alcuni non lo sanno) deve prendere in considerazione l’ipotesi dell’errore. E se è una persona orgogliosa deve porsi anche il problema del modo di ammetterli. La situazione presenta parecchie sfaccettature. Se abbiamo scritto “sopratutto”, e sappiamo benissimo che l’ortografia è “soprattutto”, basterà scusarsi per l’errore di battitura, Ma se abbiamo scritto celibe, parlando di una donna, la cosa più semplice sarà parlare di storditaggine o di imperdonabile errore, senza comunque negarlo.

Un caso particolare è rappresentato dalle citazioni e dai riferimenti culturali. Questi rappresentano, in un testo, il richiamo ad un superiore livello di conoscenze e dunque assolutamente non devono essere inesatti. Citare “a orecchio”, come faceva il povero Enzo Biagi, espone a una serie continua di cattive figure.

Più problematico è il caso di una correzione in sé esatta: si dice succubo (succuba, succubi, succube) e non succube (succubi). Nota a cui si può rispondere che i compagni nell’errore sono così numerosi che, democraticamente, batterebbero i paladini della parola giusta. Del resto, chi ha avanzato la correzione sapeva che si dovrebbe dire Tatari e non Tartari?

Gli errori linguistici sono comunque il meno. Giorgio Napolitano, che sostenne e applaudì la repressione della rivoluzione ungherese del 1956, non è certo scusato, se dice che l’ha fatto per obbedienza di partito. Infatti ci fu chi non obbedì, fu estromesso e non rischiò certo di divenire Presidente della Repubblica Italiana.

Infine c’è un genere di errore cui sono per così dire condannati gli editorialisti. Chi compra i giornali d’opinione vuole certo conoscere il significato degli eventi politici ma soprattutto che cosa deve aspettarsi per il futuro. E qui casca l’asino. Il lettore che l’ha chiesto poi – se ha buona memoria – è pronto ad irridere chi a suo tempo fece tutt’altra profezia. Bisogna rinunciare a parlare del futuro? Non esattamente.

I latini dicevano che la storia è maestra di vita. Dal momento che gli uomini – con le loro qualità, i loro limiti, le loro passioni, e i loro errori – sono sempre gli stessi, percorrendo le vicende umane si possono rintracciare delle costanti o almeno delle tendenze sufficientemente sostenute dalla statistica. L’editorialista è nella stessa condizione del bravo medico che, preso atto dei sintomi del malato, li riconduce correttamente ad una data malattia. Se poi in realtà il malato era affetto da un’altra patologia, chi potrebbe fargliene una colpa? Era quello lo stato dell’arte.

Il problema è di grande attualità. Infatti da un lato è ineluttabile che l’attuale crisi economica attuale finisca, anche se in passato c’è stato chi non s’è mai più ripreso(1), dall’altro ci si chiede che cosa riuscirà a fare questo Primo Ministro che un giorno sì e l’altro pure ci sommerge di promesse e di proclami di vittoria. E che ora chiede assurdamente di essere giudicato fra tre anni, dimenticando che Keynes diceva che “in the long run, we are all dead”, a lungo termine saremo tutti morti.

Dire che non usciremo mai dalla crisi è sicuramente un errore, ma anche il pessimismo nei confronti di Matteo Renzi potrebbe esserlo. Sia perché egli potrebbe incappare nella soluzione autonoma della crisi, e attribuirsene poi il merito, sia perché – e qui arriva il rischio per l’editorialista – ciò che non è riuscito a nessuno per molti decenni potrebbe riuscire a lui. Come escluderlo?

E tuttavia. Se, anno dopo anno, governo dopo governo, ci siamo sentiti promettere le stesse cose senza mai vederle realizzate, come potremmo crederci ora, che tutti i parametri sono negativi? Non è pessimismo, è cultura. Il fatto che i prodotti per combattere la calvizie siano sempre diversi  corrisponde a dire che non hanno funzionato mai. Se qualcuno affermasse che bagnandosi la testa con l’acqua di una fontanella di un paesino dell’isola di Samoa i capelli ricrescono, la reazione normale sarebbe una risata”. Ma se poi la cosa si rivelasse vera, nel giro di poche settimane diverrebbe necessario difendere quella fontanella con l’esercito. E la medicina non negherebbe la cura. Direbbe soltanto: “Non sappiamo come opera, ma funziona”.

La cura Renzi potrebbe farci ricrescere i capelli, ma i precedenti giustificano ampiamente l’attuale pessimismo. Ai risultati positivi – sempre possibili, come no? – crederemo quando li vedremo. Quando non riconosce l’omeopatia la medicina ufficiale, non è pessimista. È soltanto realistica, chiede soltanto la verifica dell’efficacia dei farmaci.

Il pessimismo non trasforma un editorialista in un gufo. Più probabilmente è una civetta, uccello sacro ad Atena, dea della saggezza.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

30 agosto 2014

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