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GROENLANDIA: LA DANIMARCA HA GIÀ VENDUTO ISOLE POPOLATE AGLI USA e piuttosto conosciute. Una lezione dalla storia

 

La curiosa vicenda della cessione della Groenlandia dalla Danimarca agli USA ha scaldato i discorsi estivi, compiendo la sua principale funzione, a favore di Trump, di distrarre dalle fluttuazioni finanziarie. Il presidente americano sta facendo molto bene il proprio gioco da un lato permettendomi di scherzare sulla vicenda

 

 

dall’altro prendendo invece la vicenda con apparente serietà, rinviando la visita in Danimarca e l’incontro con la premier Mette Frederiksen, oltre a richiamare il paese nordico al rispetto dei patti di spesa nella difesa del 2% del PIL come membro NATO.

L’interesse statunitense nella Groenlandia è reale e data al 1946, quando già Truman valutò l’opzione di acquisto dell’isola dove ha sede una brande base NATO. Attualmente però l’isola è un territorio indipendente ed autogoverno dai suoi 50 mila abitanti. Dal 2009 l’isola gode di un autogoverno completamente autonomo legato solo alla corona danese, similmente a quanto accade per gli stati del Commonwealth, e gli USA  non chiedono alla Regina Elisabetta di vendere loro il Canada, anche se vorrebbero…

Eppure la richiesta di Trump è meno stramba di quanto sembrerebbe, perché in passato gli USA  hanno già acquistato isole abitate dalla Danimarca. Quelle che oggi sono le Isole Vergini Statunitensi erano, fino al 1917, isole danesi.

Nel XVII secolo le isole caraibiche erano contese dalle potenze europee per la produzione, molto ricercata, della canna da zucchero. Nel 1672 la Danimarca occupò due isole acquistando e una terza, San Thomas, dalla Francia a questo scopo. La produzione iniziò subito in modo economicamente proficuo sotto la guida di coloni danesi e l’utilizzo di numerosa manodopera servile importata dall’Africa. Un classico esempio di sfruttamento della schiavitù delle potenze coloniali dell’epoca, una versione pre industriale dei barconi nel Mediterraneo.

Le isole si chiamavano “Indie occidentali danesi” ed erano amministrate attraverso la relativa Compagnia delle indie. L’importazione degli schiavi fu talmente massiccia che i danesi ne persero il controllo e nel 1733 scoppiò una violenta rivolta servile nell’isola di Saint John, che fu riconquistata dopo sei mesi solo con l’aiuto francese. I capi della rivolta preferirono il suicidio al ritorno alla schiavitù. Comunque il rapporto coloni schiavi era pari a 1 a 5, rendendo la situazione sociale disastrosamente instabile.

Piantagione danese 1833

Dopo l’ennesima rivolta la schiavitù fu abolita nel 1848, sostituita da strette leggi del lavoro a loro volta abolite nel 1878. A quel punto le isole avevano perso la loro importanza economica, lo zucchero di canna apparteneva al passato e molti coloni lasciarono l’isola. A questo punto la colonia era solo un peso economico per la Madre Patria. Gli USA invece temevano che queste isole caraibiche potessero diventare una base per potenze straniere nel giardino di casa di Washington. Soprattutto il timore è che la Germania potesse installarci una base per gli U-Boot. Le trattative, già iniziate nel XIX secolo, furono concluse nel 1916 per un prezzo di 25 milioni di dollari oro, pari a circa 575 milioni del 2018. Il trattato fu confermato da un referendum popolare e diventò effettivo nel 1917.

Quindi non sarebbe il primo caso di cessione onerosa di territori danesi agli USA, con tanto di abitanti. Forse Trump deve solo offrire di più…

 

 

 

 

 


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