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GLI USA ED IL PETROLIO SIRIANO: necessità o semplice pretesto?

 

 

Gli USA hanno inviato truppe dotate di mezzi blindati ad occupare e mantenere sotto il proprio controllo i pozzi di petrolio dell’area della Siria orientale facenti parte della zona che era sotto il controllo dei curdi e che, in teoria, dovrebbe passare sotto il controllo di Damasco, anche se attraverso il controllo del governo autonomo del Kurdista, tutto da definire.

Ci sono diverse immagini che mostrano l’arrivo delle truppe USA in questa zona, con tanto dio mezzi blindati Pandur

 

Le accuse dei russi e dei siriani sono state molto dure: gli USA rubano il petrolio siriano in modo illegale, ed anche Trump ha giocato con questa definizione affermando che queste risorse “Dovrebbero essere sfruttate da Exxon o da qualche altra forte azienda americana”. Ovviamente è una provocazione perchè nessuna grande società si prenderebbe la responsabilità di utilizzare le risorse di un paese senza qualche forma di copertura legale.

Gli USA hanno ancora a questo punto circa 1000 uomini sul campo contro i 2000 che avevano prima del loro ritiro dalla frontiera nord e sono quasi tutti concentrati nei pressi dei giacimenti petroliferi e di gas del governatorato di Al Zor, al confine con l’Iraq. Le risorse giustificano la mossa? Il realtà sono molto limitate, circa 400 mila barili di produzione giornaliera, un nulla nei confronti dei milioni di barili al giorno prodotti da ogni singolo stato nel Golfo. Perchè allora mantenere sul campo questi soldati in un territorio sul quale non hanno nessun diritto?

  • una delle giustificazioni è negare queste risorse all’ISIS, ma sembra poco plausibile nel momento in cui il movimento terroristico non ha controllo ormai sul territorio e poi anche i siriani ed i russi impedirebbero l’accesso all’ISIS;
  • più probabile che si voglia negare l’accesso ad area e risorse all’Iran, questo per venire incontro ai desideri sia di Israele sia dell’Arabia Saudita. Avere l’Iran ai confini occidentali dell’Iraq potrebbe essere un elemento di ulteriore destabilizzazione a favore degli sciiti in un momento in cui internamente ci sono  grossi problemi in  Iraq;
  • negare le risorse al regime di Assad che comunque viene visto come ostile;
  • garantirne la transizione al futuro governo autonomo del Kurdistan siriano, cercando di ripetere la soluzione che si è rivelata vincente in Iraq dove il Kurdistan è teoricamente sotto controllo di Baghdad, ma in realtà Erbil fa quello che vuole ed è legata agli USA.

Si tratta di un gioco sul filo del rasoio, non semplicissimo da gestire e sottoposto a grandi incognite. Un elemento problematico è anche l’interesse sempre crescente della Cina nel settore, con la partecipazione dell’Iraq alla Belt and Road, e la vicinanza ad Assad nella ricostruzione delle infrastrutture siriane. Anche questo spinge Trump a non andarsene.

 


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