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I più rumorosi fiaschi dei sondaggi

Sondaggi

 

Le elezioni sono fatte e finite. I risultati sono stati snocciolati e discussi e vedremo cosa verrà fuori da questo pasticcio. Anche stavolta i sondaggi sono sotto accusa. Le rilevazioni pre-elettorali, ancora una volta, hanno fallito completamente sovrastimando la coalizione di centro-sinistra e sottostimando il movimento di Beppe Grillo. In un’elezione in cui sembra non abbia perso nessuno gli unici veri sconfitti sembrano essere loro, i sondaggisti

Non è la prima volta che le case di rilevazione escono con le ossa rotte dalle urne, anzi, i loro fiaschi sembrano la norma. Il caso più noto prima del disastro di dieci giorni fa è quello del 2006, coi sondaggi che davano largamente in testa la coalizione di Romano Prodi che ottenne poi una “vittoria dimezzata”. I sondaggi davano a Prodi cinque punti di margine ma, com’è noto, la sfida si tramutò in un testa a testa. Un testa a testa che vide comunque vincente il professore bolognese, ma con un margine risicatissimo di appena 24mila voti. Anche nel 2008 il comportamento dei sondaggisti non fu esattamente perfetto, ma gli errori maggiori riguardarono formazioni intermedie ovvero la Lega, fortemente sottostimata, e la “Sinistra Arcobaleno”, fortemente sovrastimata. E quindi eccoci qua, con il totale disastro odierno. Ma se i sondaggisti italiani hanno ormai la credibilità del Mago Otelma, non è che i loro colleghi esteri se la passino poi molto meglio. Numerosi e talvolta clamorosi sono stati gli errori dei sondaggi nel passato, anche recente in altri paesi. Qui alcuni dei casi più noti e clamorosi

USA 1948

Dewey Truman

Il caso dell’elezione presidenziale americana del 1948 è probabilmente il più clamoroso e noto fiasco sondaggistico di tutti i tempi. Secondo i sondaggi il presidente uscente, Harry Truman, era praticamente spacciato. Harry Truman non aveva alcuna chance di battere il candidato repubblicano Thomas Dewey dato con un vantaggio in doppia cifra dai sondaggi. Tanto sembrava scontata la vittoria di Thomas Dewey che il “Chicago Daily Tribune” andò in stampa scrivendo a caratteri cubitali in prima pagina “Dewey defeats Truman”, ovvero “Dewey batte Truman”. Da qui la storica foto che vedete sopra, di Truman sorridente mentre espone ironicamente la prima pagina del quotidiano che lo considerava sconfitto.

Che era successo? Era successo che Harry Truman si trovava ad affrontare, oltre al repubblicano Dewey, due candidati indipendenti provenienti dal partito democratico ovvero l’ex vicepresidente Henry Wallace, che riteneva la piattaforma di Truman troppo moderata, e il governatore della Carolina del Sud, Strom Thurmond, che si ribellò all’inserimento dei diritti civili degli afro-americani nella piattaforma ufficiale del partito democratico. I sondaggi sovrastimarono i due ribelli, dati con un consenso oscillante tra il 5 e il 10%, ma nel segreto dell’urna molti elettori che si erano dichiarati per Wallace e Thurmond probabilmente si “turarono il naso” e scelsero Truman. I due ribelli ottenero un misero 2,5% a testa e Truman venne invece confermato presidente col 49% dei suffragi. Per i sondaggisti, ancora agli albori, il danno fu enorme non solo dal punto di vista della credibilità ma anche dal punto di vista economico.

UK 1992

John Major

L’elezione del 1992 si presentava come estremamente incerta. Molti nei media parlavano insistentemente della possibilità di un “hung parliament” ovvero della possibilità che ne i conservatori, ne i laburisti riuscissero ad ottenere la maggioranza assoluta e che quindi i due partiti principali avrebbero dovuto scendere a patti con la terza forza della Camera dei Comuni, ovvero il partito liberal-democratico. Sembrava comunque che il leader laburista Neil Kinnock fosse lievemente in testa e quindi posizionato per ottenere almeno una maggioranza relativa. Nonostante una grandissima rimonta il premier uscente, il conservatore John Major, secondo i sondaggisti aveva ancora uno svantaggio di circa due punti. All’apertura delle urne invece la sorpresa. Non solo non c’era nessun “hung parliament”, ma contrariamente ad ogni previsione i conservatori mantenevano una larga maggioranza. Non solo, i “Tories” staccavano di ben sette punti il Labour nel “voto popolare” quando le rilevazioni più ottimiste li davano alla pari con i laburisti.

Che era accaduto? E’ accaduto un fenomeno che nel Regno Unito è stato chiamato “Shy Tory Effect”. In sostanza dopo le grandi tensioni politiche e sociali che avevano caratterizzato l’era di Margaret Thatcher, conclusasi da appena due anni prima,  gli elettori conservatori si vergognavano di dichiararsi tali. Il fenomeno dello “Shy Tory Effect” è continuato a lungo. Anche nelle tre successive elezioni, che videro il trionfo del Labour blairiano, i conservatori riuscivano costantemente a superare i dati dei sondaggi. Nel 2010 lo “Shy Tory Effect” è invece svanito. I “Tories” di David Cameron hanno infatti ottenenuto un risultato in linea con le rilevazioni.

FRANCIA 2002

Chirac Le Pen

Nel 2002 volgeva al termine la coabitazione tra il presidente gollista Chirac e il primo ministro socialista Jospin. Per i sondaggisti lo scontro per le presidenziali sarebbe stato per l’appunto una questione privata tra l’inquilino dell’Eliseo e l’inquilino dell’Hotel Matignon. Una rivincita delle presidenziali del ’95 che videro Chirac battere al ballottaggio proprio Jospin. La buona popolarità di cui godeva l’esecutivo socialista rendeva la sinistra francese convinta che Jospin avrebbe potuto tenere testa a Chirac e questa sensazione era confermata dai sondaggi sul ballottaggio che vedevano il leader socialista testa a testa col presidente uscente. Ma alle urne arriva la sorpresa che nessuno era in grado di prevedere. Chirac è avanti con uno scarno 19,9%, e fin qui tutto come previsto, ma l’identità del suo sfidante per il ballottaggio è la sorpresa. In seconda posizione con il 16,9% c’è infatti il candidato nazionalista Jean Marie Le Pen. Jospin è “solo” terzo con il 16,3% e pertanto viene escluso dal secondo turno.

I sondaggisti avevano sottostimato Le Pen, dandolo intorno al 12%, ovvero ben distante da Jospin. Il fenomeno non era nuovo, anche nelle precedenti elezioni (’88 e ’95), Le Pen aveva  superato le aspettative dei sondaggi, ma stavolta aveva fatto il colpo grosso gettando nello sconforto totale la sinistra transalpina. La “colpa” per il disastro di Jospin, oltre che ai sondaggisti, venne data anche alla frammentazione della sinistra. In particolare il successo dei candidati trotzkisti, Laguillere e Besançenot, che sommati raggiungevano il 10%, si è rivelato letale per l’allora primo ministro.

Com’è andata a finire lo sappiamo, Lionel Jospin da indicazione di “votare contro il Front National” e così fanno praticamente tutte le forze politiche transalpine. Ai seggi nel giorno del ballottaggio si verificano scene farsesche, con elettori di sinistra che si recano alle urne coi guanti, e Jacques Chirac è rieletto con l’82% dei suffragi. Ancora oggi il “Front National” da grattacapi ai sondaggisti d’Oltralpe. Nel 2007, caso strano, Le Pen venne sovrastimato ottenendo uno “scarno” 10,4% quando i sondaggi lo davano intorno al 14% mentre nel 2012 Marine Le Pen ha ottenuto un risultato superiore alle previsioni raggiungendo il 18% dei consensi contro il 15% che le attribuivano le rilevazioni. Anche in questo caso c’è un tipico “Shy Toy Effect”. I sondaggisti francesi lamentano che gli elettori del “Front National” siano difficili da rilevare e inclini a non svelare pubblicamente la loro appartenenza partitica, costringendoli spesso a pesanti correzioni che fanno sballare i risultati dei sondaggi.

SPAGNA 2004

Zapatero

Nel Marzo del 2004 la Spagna  nel pieno del suo effimero boom economico. La bolla immobiliare dalla fine degli anni ’90 porta al popolo spagnolo un benessere mai visto prima, un benessere che però sappiamo, non durerà a lungo. Tanto forte sembra questo boom che dotti economisti come Michele Boldrin (ex) di “FARE per Fermare il Declino”, parlano del miracolo spagnolo.  E’ in questo clima di euforia economica che la Spagna sembra pronta a confermare il “Partito Popolare” per un terzo mandato consecutivo. Stavolta alla guida della destra iberica non c’è il premier uscente, Aznar, che ha lasciato spazio a Mariano Rajoy. Contro di lui il giovane e sconosciuto Zapatero. Sembra andare tutto per il verso giusto, Rajoy ha un considerevole vantaggio sul suo rivale ma scoppia, letteralmente, la bomba. L’11 marzo del 2004, tre giorni prima delle elezioni scoppiano diverse bombe alla stazione di Madrid, quasi 200 persone perdono la vita e oltre 2.000 restano ferite. Aznar attribuisce la colpa all’ETA, ma viene smentito quasi immediatamente. Si scatena la polemica e il governo conservatore è accusato di mentire spudoratamente. La cosa si riflette nelle urne che, a sorpresa premiano, i socialisti di Zapatero. Per la verità gli ultimissimi sondaggi registravano già una tendenza favorevole ai socialisti, ma la tendenza non sembrava così forte da rovesciare la narrativa che voleva una conferma del “PP”.

GERMANIA 2005

Grosse Koalition

Nel 2005 la Germania era chiamata alle urne con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale. La grande impopolarità delle riforme del mercato del lavoro e del ridimensionamento dello stato sociale avevano reso l’esecutivo di Gerard Schroeder estremamente impopolare, tanto impopolare da far perdere alla SPD pure il suo storico fortino, la Nord-Reno Westfalia. Il land più ricco e popoloso della Germania eleggeva un esecutivo di centro-destra dopo quasi quarant’anni ininterrotti di egemonia social-democratica. Lo smacco è talmente forte che il cancelliere Schroeder si dimette e chiede le elezioni anticipate. Lo storico leader social-democratico sembra spacciato. Sebbene la sua oppositrice, Angela Merkel, sia giudicata decisamente poco carismatica e all’epoca non avesse particolarmente conquistato il pubblico teutonico, la coalizione di centro-destra è largamente favorita per tornare al potere dopo sette anni di opposizione. Ma le urne riservano una clamorosa sorpresa. La CDU-CSU è sì il primo partito, ma con un margine estremamente risicato sulla SPD (+0.9%). La coalizione di centro-destra tra cristiano-democratici e liberali non ha la maggioranza assoluta in parlamento, esattamente come la coalizione uscente di centro-sinistra.

Che è accaduto? Semplicemente è emerso un nuovo attore nel Bundestag che ha attratto il voto di protesta, la Linke. La Linke nasce come coalizione tra la PDS, erede del partito comunista della Germania Est, e la WASG, una lista di social-democratici dissidenti guidati dall’ex ministro Oskar Lafontaine, critici riguardo la politica del governo Schroeder .

Negli anni della riunificazione della Germania la sinistra radicale era rimasta confinata, elettoralmente parlando,  alla Germania Est. La PDS era molto forte nella ex DDR, dove era il baluardo dei nostalgici del regime, ma era praticamente inesistente all’Ovest. Nel 2005, per la prima volta, la sinistra radicale “varca il muro” ottenendo il 9% dei voti su base nazionale e quintuplicando i consensi della vecchia PDS nei Laender dell’Ovest. La Linke, che diverrà un partito vero e proprio negli anni seguenti, si afferma come forza nazionale incanalando la protesta contro le politiche dell’esecutivo Schroeder. Quelle stesse politiche che oggi vengono proposte a modello in tutta a Europa, ma che all’epoca incontrarono fortissime critiche e resistenze all’interno della Bundesrepublik. Fatto sta che Angela Merkel, a causa del risultato al di sotto delle aspettative, venne costretta a rinunciare alla coalizione “classica” con gli alleati storici della FDP e dovette stringere un accordo con i social-democratici, dando il via a una “Grosse Koalition” a quasi quarant’anni di distanza da quella presieduta dal cristiano-democratico Kurt Kiesinger.

Johnny 88

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