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Gli investimeni in titoli ESG sono controproducenti per l’ambiente: il risultato di una ricerca di Yale

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Gli investimenti ESG o “ambientali, sociali e di governance” sono in difficoltà. L’aumento dei rendimenti obbligazionari ha fatto uscire dal settore ben 350 milioni di Euro solo a maggio. Ciò riflette in gran parte una naturale dinamica di mercato: gli investitori inseguono rendimenti più elevati spostandosi dalle azioni alle obbligazioni. Però, a fianco del problema dei rendimenti ve ne è un altro: gli investimenti ESG sono veramente quello che affermano di essere?

La finalità di questi investimenti dovrebbe essere quella di trasferire  fondi da aziende “Cattive” ad aziende più socialmente ed ambientalmente consapevoli, ma è veramente così?

Un nuovo studio indica che gli investimenti ESG sono in realtà controproducenti. Kelly Shue dell’Università di Yale e Samuel M. Hartzmark del Boston College hanno analizzato l’impatto ambientale di oltre 3.000 grandi aziende tra il 2002 e il 2020. Hanno scoperto che il minor costo del capitale delle aziende verdi non porta a una riduzione delle emissioni. Ciò ha senso, poiché aziende come Spotify o un ospedale non producono emissioni particolarmente pesanti e hanno poca capacità di ridurre le emissioni; le aziende verdi producono un impatto ambientale 260 volte superiore.

Al contrario, quando le aziende “brune” sono a corto di capitali, allora strumentalmente diventano “Verdi”, ma , così facendo tolgono risorse alle aziende veramente verdi, che hanno fatto investimenti significativi in materia.

L’agenda degli investimenti verdi può avere anche altre conseguenze indesiderate. Per esempio, ci sono esempi di grandi produttori di petrolio che scaricano le attività più vecchie per migliorare le loro credenziali verdi, solo che le miniere e le piattaforme petrolifere diventano più sporche nelle mani dei nuovi proprietari, che le gestiscono più a lungo. Lo stesso principio vale per il Regno Unito, dove gli sforzi per impedire la produzione interna di petrolio e gas hanno portato solo all’importazione di idrocarburi costosi (spesso da luoghi non proprio democratici come il Medio Oriente o la Russia).

Dobbiamo essere realistici: l’impatto dell’umanità sull’ambiente non può essere azzerato da un giorno all’altro. L’umanità ha ancora bisogno dei beni prodotti da aziende non rispettose dell’ambiente e, anche negli scenari più ottimistici, questo sarà il caso per un po’ di tempo. I fertilizzanti sono necessari per nutrire miliardi di persone.
I materiali da costruzione sono necessari per risolvere la nostra terribile crisi abitativa. Anche le aziende “verdi” hanno bisogno di elettricità e trasporti. Nel frattempo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 3,2 milioni di persone muoiono ogni anno a causa dell’inquinamento atmosferico domestico causato dalla combustione di combustibili come il cherosene per il riscaldamento e la cucina. Questo perché non hanno l’elettricità. Per queste persone, anche le sporche centrali elettriche a carbone sarebbero un’alternativa migliore.

In definitiva, per risolvere le nostre sfide ambientali saranno necessari grandi investimenti, anche da parte dell’industria “sporca”, dei produttori di energia e delle nuove start-up verdi. Il governo ha un ruolo centrale nel garantire che i costi dell’inquinamento siano adeguatamente considerati nella produzione, in particolare per incentivare l’innovazione, attraverso tasse sul carbonio. Ma a volte anche i comportamenti apparentemente più virtuosi, come l’investimento in fondi ESG, possono non portarci ai risultati desiderati.


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