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Gli eroi della resistenza

 

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Dal febbraio del 2010, dopo che il negozio di alimentari in cui ero solito fare la spesa ha chiuso i battenti per avvenuto fallimento, per ottemperare alle necessità del vitto quotidiano mi sono indirizzato presso un altro esercizio simile, aperto da più di 20 anni. Orario lavorativo del P.V.: 06.30-13.45; 16.30-20.30, domenica chiuso (ca. 67 ore/settimana). All’epoca, il personale interno era composto da: marito e moglie alla cassa, alle pulizie e alla sistemazione degli scaffali del freddo, un addetto full-time alla salumeria e un lavorante saltuario (3 gg la settimana) per la sistemazione degli altri scaffali. Il Banco macelleria interno l’avevano dato in gestione con tutta l’attrezzatura da qualche anno, ricevendone il giusto affitto.
Il 2010 e il 2011 si doveva fare la fila, sia alla macelleria, sia al banco salumi e sia alla cassa.
Nel 2012 la fila era notevolmente diminuita. Con l’avvento del 2013, non vi era più alcun problema di attesa: a qualsiasi ora andassi, dopo 5 minuti avevo finito. Per dare un mio aiuto concreto, in termini di fatturato, benché pagassi qualche decina di centesimi in più per prodotto, compravo anche acqua, vino, pasta, salsa e qualsiasi altra cosa occorresse in cucina.

Con il titolare facevamo spesso lunghi ragionamenti sulla crisi. Ultimamente, il saltuario non veniva più e avevano anche ceduto il piccolo magazzino (300 euro/mese risparmiati), passando al just in time. Nell’ultimo anno si erano anche succedute due diverse gestioni alla macelleria, di cui una non aveva ottemperato per 4 mesi all’affitto prestabilito. Mi sperticavo a spiegargli l’origine della crisi e la convenienza sullo stare ancora aperti o meno.

Ultimamente, con aria sempre più affranta, mi raccontava delle difficoltà relative ai pagamenti delle pesanti bollette, dei contributi e dell’IVA. Mi confidò che, oramai, con regolarità pagava solo l’unico dipendente e i fornitori. Da due anni si era anche cancellato dall’inps e il salumiere, da un anno abbondante, era stato sganciato e veniva retribuito in nero (dandogli però 200 euro in più di quanto avrebbe preso in busta se registrato regolarmente). In pratica, la sola moglie risultava regolare. Aveva tagliato tutto il tagliabile, assumendosi anche dei rischi enormi.

In gennaio, dopo le festività, gli chiedo di come fossero andate le cose e lui, più abbattuto del solito, mi dice: <caro Roberto, sino al 2010, il venerdì e il sabato eravamo in 4 intorno alla cassa. Nei periodi di festa gli incassi si aggiravano intorno ai 6/7000 euro al giorno: sabato scorso ho incassato in tutta la giornata 900 euro, e venerdì ancor meno. Con i margini che ho non riesco neppure a pagare la corrente>.
A metà febbraio mi dice che avrebbe smantellato il reparto macelleria (abbandonato dall’ultimo affittuario dopo le feste Natalizie) e ristrutturato il locale, riducendo gli spazi espositivi e di conseguenza i costi. Gli ho fatto i complimenti e l’ho incoraggiato. “Quanto tempo resterete chiusi?” <penso una ventina di giorni, il tempo di svendere un po’ di roba e fare i lavori necessari>.

Dal giorno che ha chiuso sono passati già 15 giorni.
I locali sono sempre rimasti chiusi.
All’esterno non un cartello che avvisi la clientela circa la ristrutturazione e che indichi approssimativamente la riapertura.
Ieri ho visto il camion dei traslochi che caricava tutto.

Il mio caro amico si è vergognato di dire che stava chiudendo.

Un altro strenuo combattente immolato per difendere l’imp€Uro.
A lui, e a chi come lui ha dovuto gettare la spugna auguro ogni bene.

E a noi, gli ultimi eroi della partita iVA che ancora combattono, quando toccherà?

Roberto Nardella

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