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CHE GIOIA, UN NUOVO PDR

 

A proposito dell’elezione del Presidente della Repubblica, molti italiani diranno che è una necessità scomoda e fastidiosa. Non soltanto per il tempo che farà perdere ad ambedue le Camere, ma perché si tratta di un personaggio la cui autorità finisce con l’essere ben più grande di quella prevista dalla Costituzione. E spesso, senza nulla che la giustifichi.

La democrazia offre fra gli altri vantaggi che i dirigenti hanno cariche limitate nel tempo ed esercitano le loro funzioni in modo collegiale. Il sistema può dunque, in una certa misura, essere considerato “impersonale”. Da un lato nessuno è interamente responsabile del ben fatto o del mal fatto, dall’altro, che siano da lodare o da biasimare, la maggior parte dei politici sono presto spazzati via dal potere. Perfino Churchill, dopo che ha vinto la Seconda Guerra Mondiale, ha perso le elezioni.

Viceversa l’uomo di Stato che, a termini di Costituzione, rimane a lungo sulla scena e non condivide con nessuno la responsabilità delle sue decisioni, è inevitabilmente chiamato a rispondere delle sue azioni. E per questo è necessario che egli sia legittimato da una stima ad personam. In fondo è questa la ragione per la quale molti vorrebbero l’elezione di quel supremo magistrato a suffragio universale. E non sempre basta. In Francia si vede quanto pesante sia una carica di grande potere affidata ad un solo uomo: François Hollande non è uno stupido, e tuttavia i francesi non aspettano altro che di mandarlo a casa.

Ecco perché l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica è più o meno una dolorosa incombenza. Per cominciare, in Italia nessuno è universalmente stimato. La maggior parte delle volte, qualunque nome si faccia – soprattutto nel momento in cui si ipotizza di affidargli la massima carica – si scopre che la disistima supera la stima. E infatti, quando alla sarà annunciato il nome del vincitore della maratona, la reazione pressoché generale sarà di sorpresa e di delusione: “Quello, Presidente della Repubblica? Andiamo bene!”

Per essere stimato dalla maggioranza, un Presidente dovrebbe avere nel suo curriculum grandi imprese. Ma guardando al passato non è che ci sia da entusiasmarsi. Scalfaro si rese celebre come pubblico moralizzatore del vestiario delle signore e mancando di parola con Berlusconi. Pertini fu un demagogo non sempre tollerabile e non raramente imbarazzante. Ciampi nel 1992 sperperò l’oro italiano soltanto per ritardare, del tutto inutilmente, l’inevitabile svalutazione della lira, con l’unico risultato di arricchire George Soros. E anche se guardiamo al futuro, chi abbiamo? Di persone titolari di grandi imprese, tanto da essere accreditati come degni del più alto onore, non se ne vedono. Anche quelli che sono stati chiamati alle più alte cariche, e sono stati visti quasi come “l’uomo della provvidenza” – per esempio il tecnico sospirato da decenni, Mario Monti – hanno dimostrato la loro inconsistenza. Se l’Italia è messa tanto male ciò  dipend, almeno in parte, da chi è stato al potere. Dunque ci si trova a scegliere uno dei tanti responsabili.

Il futuro Presidente della Repubblica, oltre a meritare la legittimazione personale per il suo passato, dovrebbe fornire una garanzia di imparzialità per il futuro. Purtroppo, neanche in questo senso c’è da star tranquilli. In Italia nessuno è super partes. La faziosità è stata anzi vista come un dovere e un titolo di merito. Per anni la gara è stata a chi fosse più antiberlusconiano e più inventivo nel manifestare disprezzo per il Cavaliere. E infatti, per evitare lo scandalo, da quasi un ventennio abbiamo presidenti di sinistra doc. Sicché super partes, da noi, significa “antiberlusconiano”. All’ultimo tentativo di elezione, il candidato che non ce l’ha fatta per un pelo, è stato Romano Prodi. Notoriamente super partes.

Forse il miglior Presidente che si ricordi è stato il primo Cossiga. Quello che non apriva mai bocca e in termini tecnici “era il notaio della Repubblica”. Invece, per troppi, vien da ricordare la vecchia battuta: “Se ne stava lì zitto, e tutti ci chiedevamo se fosse intelligente o stupido. Poi ha aperto bocca e nessuno ha più avuto dubbi”.

Forse nel sistema italiano non c’è nessun bisogno di un Presidente della Repubblica. I ministri potrebbero giurare nelle mani del Presidente del Senato, che per quel giorno potrebbe anche mettersi in testa una feluca o quello che vuole, ma poi almeno smetterebbe di darci fastidio.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

16 dicembre 2014

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