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ISRAELE INSEGNA STORIA

 

 

Benjamin Netanyahu, al meeting di Roma, dovrebbe parlare con Matteo Renzi e con John Kerry, capo della diplomazia americana. Egli ha già preannunciato: “Dirò a Kerry e a Renzi che Israele respinge i tentativi di assalti diplomatici, attraverso decisioni dell’Onu, per costringerci ad un ritiro entro i confini di 47 anni fa”. L’Autorità Nazionale Palestinese vorrebbe infatti che l’Onu fissasse una scadenza per quel ritiro. E Netanyahu ha precisato che i nuovi confini porterebbero “estremisti islamici nei sobborghi di Tel Aviv e nel cuore di Gerusalemme”.

Il commento deve essere preceduto da un riferimento storico. Ciò che è sentito come assurdo a volte cambia in funzione del tempo o delle diverse società. Oggi, in una commedia ambientata a Manhattan, un personaggio che vede dappertutto delle streghe e vorrebbe condannarle a morte, sarebbe più che eccentrico. Ma se la stessa commedia fosse stata scritta e rappresentata nel XVII secolo non si sarebbe stupito nessuno: perché allora alle streghe credevano tutti, dal popolino alle persone colte.

Viceversa, quella stessa platea che prendeva sul serio le streghe, probabilmente troverebbe ai limiti del grottesco la proposta riguardante i confini di Israele, mentre i nostri contemporanei trovano naturale l’ipotesi che un Paese attaccato da nemici che volevano annientarlo, dopo averli vinti in battaglia rinunci poi alla parte del territorio conquistato che giudica essenziale per la sua difesa. E ciò soltanto perché un’assemblea di rètori glielo chiede. Veramente, il senso dell’assurdo cambia col tempo.

Lo sforzo di capire la storia deve spingere ad elevarsi al di sopra delle convinzioni correnti nel proprio tempo. Nell’antichità, cioè nel momento in cui la schiavitù era universalmente considerata normale, ci sono stati pensatori che l’hanno trovata inumana. In piena guerra di religione, Michel de Montaigne accoglieva nel suo castello, con uguale bonomia, protestanti e cattolici che altrove si scannavano con  entusiasmo. Proprio per queste ragioni dobbiamo sforzarci di immaginare che nel Seicento saremmo stati capaci di mettere in dubbio i poteri delle streghe, come oggi dovremmo ritrovare la capacità di trovare assurda l’idea di una Onu che spera di far prevalere le parole sulle armi, e perfino sulle esigenze di sopravvivenza di un piccolo Paese circondato da nemici.

La considerazione in cui sarà comunque tenuta l’eventuale risoluzione dell’Onu è stupefacente per un altro verso. Se questa solenne istituzione in passato fosse stata capace di grandi azioni, le sue parole (plausibili o non plausibili che esse fossero) sarebbero un fattore di peso nella politica internazionale. Ma da sola essa è stata costantemente un elemento ininfluente. Un semplice forum politico. È riuscita soltanto ad organizzare pressoché inutili missioni di pace, (a cura dei Paesi disposti a mandare dei militari) avendo l’impudenza di ritirarle quando divenivano veramente necessarie, come prima della Guerra dei Sei Giorni. Per il resto, nella politica internazionale ha avuto un peso soltanto quando alcuni governi hanno deciso di impegnarsi in prima persona, come è avvenuto in occasione dell’invasione del Kuwait. In questi casi le risoluzioni dell’Onu hanno avuto efficacia perché si era verificata una convergenza di interessi fra chi parlava e chi era disposto a combattere. Gli Stati Uniti sono quelli che più spesso si sono mossi in prima persona: nel 1950 – naturalmente a nome dell’Onu – corsero in aiuto della Corea del Sud per contenere l’espansionismo militare comunista. Ma se non l’avessero fatto, combattendo un’autentica guerra, la Corea del Nord avrebbe invaso la Corea del Sud malgrado la condanna del Palazzo di Vetro.

All’Onu contro Israele c’è una “maggioranza automatica”. Dunque le condanne di Gerusalemme non si contano. Nemmeno quando ha patentemente ragione. Ma tutte quelle risoluzioni sono rimaste lettera morta, perché nessuno ha mai voluto, o potuto, sostenerle con le armi. Le risoluzioni, senza le armi, sono efficaci quanto un’Avemaria contro il terremoto.

Eppure nessuno impara. Abbiamo costantemente la riprova dell’inutilità e a volte della scorrettezza di quell’organismo, e ciò malgrado gli ingenui ancora l’invocano come se avesse poteri taumaturgici, Mentre in realtà, di suo, non ha nemmeno un corpo di vigili urbani per regolare il traffico.

Viviamo immersi in un mondo di retorica talmente soffocante che non soltanto dimentichiamo che in politica internazionale conta soltanto la forza – in atto o minacciata – ma rimaniamo convinti dell’efficacia delle parole, degli auspici e delle maledizioni, anche quando l’esperienza ci conferma, decennio dopo decennio, che nella Realpolitik esse non contano assolutamente niente.

Israele ha fornito fondatissime giustificazioni per spiegare perché non accetterebbe la risoluzione dell’Onu, e ciò facendo ha sacrificato al nuovo idolo legale. In realtà avrebbe potuto rispondere a viso aperto, come sempre in passato: “Ho vinto la guerra e tutte le condizioni le stabilisco io”.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

14 dicembre 2014

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