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Fed, la voce fuori dal coro di Stephen Miran: “Tagliare i tassi, lo shock energetico è temporaneo”
Il governatore Fed Stephen Miran smonta la retorica dei tassi alti: “L’inflazione energetica è un fenomeno temporaneo. Serve un taglio di 100 punti base per non affossare l’economia reale e l’occupazione.”

In un panorama bancario centrale spesso dominato dal timore ossessivo per i prezzi, spicca la recente intervista rilasciata alla CNBC da Stephen Miran, governatore della Federal Reserve nominato da Donald Trump. La sua visione economica si discosta nettamente dall’attesa passiva dei falchi: Miran non vuole una stretta monetaria, , ma, al contrario, ritiene che l’attuale fiammata inflattiva sarà di breve durata, legata alla rapida risoluzione dell’attuale crisi geopolitica. Una prospettiva, peraltro, ampiamente condivisa dallo stesso Trump.
Miran mantiene una posizione favorevole al taglio dei tassi d’interesse, , ma lo fa argomentando in modo squisitamente tecnico, guardando oltre l’aumento dei prezzi energetici e concentrandosi sull’economia reale.
Ecco un estratto dell’intervista :
La gestione razionale degli shock petroliferi
Il primo punto affrontato da Miran riguarda l’aumento dei prezzi del petrolio, del diesel e dei fertilizzanti, innescato dal recente conflitto in Iran. Secondo il governatore, la Federal Reserve dovrebbe semplicemente “guardare oltre” questi shock temporanei. La logica macroeconomica è ineccepibile: i rincari dell’energia colpiscono l’economia in tempo reale, , ma la politica monetaria agisce con un ritardo strutturale che va dai 12 ai 18 mesi. Di conseguenza, alzare o mantenere alti i tassi oggi non avrebbe alcun effetto tangibile sull’inflazione causata dal costo della benzina nelle prossime settimane, , ma rischierebbe solo di deprimere l’economia del futuro.
I due grandi assenti dell’inflazione strutturale
Perché un banchiere centrale dovrebbe preoccuparsi dell’inflazione a lungo termine? Miran identifica due segnali classici, constatando, con un certo pragmatismo, che nessuno dei due è attualmente rilevabile nei dati:
- Spirale prezzi-salari: Non c’è alcuna evidenza che gli stipendi stiano rincorrendo i prezzi verso l’alto. Al contrario, il mercato del lavoro si trova in una fase di progressivo e graduale raffreddamento ormai da tre anni.
- Aspettative di inflazione: Se è vero che i contratti swap a breve termine hanno registrato un balzo, le aspettative a medio e lungo termine (da 1 a 5 anni) sono rimaste piatte o sono persino diminuite dall’inizio della crisi.
Di seguito una tabella riassuntiva degli indicatori analizzati da Miran:
| Indicatore Macroeconomico | Stato Attuale | Rischio Inflattivo |
| Dinamica Salariale | Raffreddamento graduale (da 3 anni) | Assente |
| Aspettative Breve Termine | In aumento (Swap) | Temporaneo |
| Aspettative 1-5 Anni | Stabili o in calo | Basso |
Il mercato del lavoro e la “tassa” sui consumi
Il cuore dell’intervento di Miran, di chiara impostazione keynesiana sul fronte della domanda, è il rischio di indurre un’eccessiva debolezza nell’economia. L’aumento dei prezzi del carburante agisce di fatto come una “tassa” regressiva sui consumatori, drenando risorse che verrebbero altrimenti destinate ad altre spese e riducendo, di conseguenza, la domanda aggregata. Poiché l’occupazione si sta già raffreddando, Miran teme che la Fed stia frenando la domanda di lavoro in modo del tutto inappropriato.
La ricetta Miran: una divergenza necessaria
Mentre il presidente Powell e molti colleghi si trincerano dietro un cauto “wait and see”, Miran rivendica il suo ruolo di dissenziente. Ha già votato per tagli di 25 punti base nelle ultime due riunioni, , ma il suo obiettivo finale è più ambizioso: riportare la politica monetaria a un livello inferiore di circa un punto percentuale (100 punti base) rispetto a quello attuale, procedendo con gradualità nel corso di un anno.
Miran è giustamente più preoccupato per una crescita asfittica e per la disoccupazione che per un’inflazione importata. La Fed ha già fatto la sua parte per contenere i prezzi, ma ora il mandato dovrebbe essere proteggere l’economia reale. Aumentare i tassi in questo frangente lavorerebbe in modo prociclico, peggiorando inutilmente la situazione e facendo contrarre i consumi con il rischio di causare una crisi economica di lunga durata. Non ci resta che sperare che ai piani alti della BCE e della Fed qualcuno prenda appunti.







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