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Economia

Export, l’Italia corre nel mondo: il Made in Italy sfida i dazi e si prende il quarto posto

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L’Italia dell’export continua a sorprendere. In un contesto internazionale segnato da guerre commerciali, instabilità geopolitica e nuove barriere tariffarie, il sistema produttivo nazionale non solo tiene, ma rafforza la propria posizione sui mercati globali. Il dato più significativo arriva dagli Stati Uniti: proprio il mercato più esposto alla stagione dei dazi voluta da Donald Trump si conferma uno dei principali motori della crescita del Made in Italy.

Secondo gli ultimi dati Istat, ad aprile 2026 le esportazioni italiane sono cresciute dell’8,8% su base annua, con una spinta ancora più forte verso i mercati extra Ue. Tra i Paesi che contribuiscono maggiormente al risultato spiccano Svizzera, Cina e soprattutto Stati Uniti, dove le vendite italiane segnano un aumento del 12,1%. Un segnale politicamente rilevante: le tariffe americane avrebbero potuto frenare la presenza italiana oltreoceano, ma le imprese hanno dimostrato una capacità di adattamento superiore alle attese.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha rivendicato il risultato come conferma della solidità del sistema produttivo nazionale. “In un contesto internazionale segnato da conflitti che frammentano mercati e catene del valore, l’Italia va in controtendenza rispetto a molti partner europei”, ha affermato. Urso ha ricordato che “nel 2025 l’export è cresciuto del 3,3% a livello mondiale e del 7,2% negli Stati Uniti, nonostante i dazi”, consentendo al Paese di affiancare Corea del Sud e Giappone come quarto esportatore mondiale.

A trainare la corsa sono alcuni comparti chiave dell’industria italiana. Nel dato più recente pesano soprattutto metalli e prodotti in metallo, macchinari, chimica, autoveicoli, apparecchi elettrici e prodotti petroliferi raffinati. Ma nel quadro dell’intero 2025 restano centrali anche farmaceutica, chimico-medicinale, mezzi di trasporto e agroalimentare: settori diversi, accomunati da un elemento decisivo, cioè la capacità di collocarsi nelle fasce più competitive e ad alto valore aggiunto della domanda internazionale.

Il caso americano racconta bene questa trasformazione. Il Made in Italy non è più soltanto moda, lusso e alimentare, ma anche tecnologia, componentistica, farmaceutica, meccanica avanzata e beni industriali. È una manifattura capace di vendere qualità, innovazione e affidabilità anche quando lo scenario diventa più difficile. Per questo i dazi, pur rappresentando un rischio reale, non hanno impedito alle imprese italiane di rafforzare la loro presenza negli Usa.

Dentro questa dinamica si inserisce anche il nuovo protagonismo del Mezzogiorno. Il Sud sta diventando sempre più una piattaforma produttiva e logistica aperta ai mercati internazionali. La ZES unica rappresenta uno degli strumenti principali di questa strategia: semplificazioni amministrative, incentivi fiscali e una cornice unitaria per attrarre investimenti e rafforzare le imprese già presenti nei territori meridionali.

A rivendicare i risultati dello strumento è anche Giosy Romano, alla guida della Struttura di missione ZES unica e oggi figura centrale nelle politiche per il Sud. Romano ha definito la ZES “una leva strategica per l’attrazione degli investimenti”, grazie a un modello fondato su “straordinaria semplificazione” e incentivi fiscali. Il superamento delle vecchie frammentazioni territoriali, secondo questa impostazione, ha permesso di eliminare disparità tra territori e di rendere il Mezzogiorno più competitivo agli occhi degli investitori.

La crescita del Sud non è più solo una promessa, ma un fattore che inizia a pesare nella competitività complessiva del Paese. Porti, aeroporti, logistica, energia, manifattura e nuove filiere industriali possono trasformare il Mezzogiorno in un ponte naturale tra Europa, Mediterraneo, Nord Africa e Medio Oriente. Non a caso, dal governo arriva il messaggio che la ZES unica non è solo una misura fiscale, ma una scelta strategica per ridurre il divario territoriale e aumentare la capacità esportatrice italiana.

L’obiettivo ora è consolidare questo vantaggio. L’export vale una quota sempre più decisiva del Pil e diventa uno degli strumenti attraverso cui l’Italia può compensare la debolezza della domanda interna e la frenata di alcuni partner europei. La sfida è arrivare a quota 700 miliardi di esportazioni, diversificando i mercati e rafforzando la presenza in aree ad alto potenziale.

Il segnale politico ed economico è chiaro: mentre altri Paesi europei rallentano e subiscono maggiormente le tensioni commerciali, l’Italia prova a giocare d’anticipo. Il boom dell’export, la tenuta negli Stati Uniti malgrado i dazi e la crescita del Sud grazie anche alla ZES unica raccontano un sistema produttivo che, pur tra fragilità e rischi, dimostra di saper competere nel mondo.

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