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ETS: il prezzo politico dell’energia

Da strumento di mercato concepito per ridurre le emissioni a meccanismo che condiziona il costo dell’energia, la competitività industriale e le scelte di investimento: dopo vent’anni è tempo di interrogarsi sull’efficacia economica del sistema europeo della CO₂.

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Tra le politiche economiche dell’Unione europea poche hanno inciso quanto l’Emissions Trading System (ETS). Nato nel 2005 per ridurre le emissioni di CO₂ attraverso il mercato, il sistema è oggi uno dei pilastri del Green Deal. Ma proprio la sua evoluzione impone una riflessione che va oltre gli obiettivi ambientali: l’ETS è ancora lo strumento più efficiente per coniugare decarbonizzazione e competitività?

L’idea originaria era semplice. Fissare un tetto massimo alle emissioni e lasciare al mercato il compito di determinare il prezzo della CO₂. Le imprese più efficienti avrebbero ridotto le emissioni vendendo le quote in eccesso; quelle meno efficienti le avrebbero acquistate. Un meccanismo elegante, almeno sul piano teorico.

La realtà si è rivelata più complessa.

Il mercato della CO₂ non nasce spontaneamente. È creato dalla legge. Le quote esistono perché il legislatore le istituisce, la loro scarsità dipende dalle decisioni europee e il loro valore riflette il progressivo irrigidimento dei limiti alle emissioni. Anche la Market Stability Reserve, pur operando secondo regole predeterminate, conferma questa impostazione: la disponibilità delle quote è il risultato di scelte regolatorie, non di una scarsità naturale.

Per questo il prezzo del carbonio è sì un prezzo di mercato nella negoziazione quotidiana, ma è anzitutto un prezzo politico nella sua origine.

I numeri descrivono bene questa evoluzione. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, il prezzo medio delle quote è passato da circa 5 euro per tonnellata nel 2017 a circa 65 euro nel 2024, dopo aver superato gli 80 euro nel 2023. Parallelamente, i ricavi delle aste ETS hanno raggiunto 38,8 miliardi di euro nel 2024 e oltre 43 miliardi nel 2025, portando il gettito cumulato dal 2013 a oltre 258 miliardi di euro.

È difficile sostenere che questi numeri rappresentino soltanto una politica ambientale. L’ETS è diventato anche un rilevante strumento economico e fiscale.

Il costo della CO₂ entra infatti direttamente nella formazione del prezzo dell’energia. I produttori elettrici lo incorporano nei costi di generazione; l’industria energivora lo assorbe nei processi produttivi; le filiere lo trasferiscono, almeno in parte, sui prezzi finali. L’ETS non modifica soltanto il costo delle emissioni: modifica i prezzi relativi dell’intera economia, orienta gli investimenti e influenza la convenienza delle diverse tecnologie. È, di fatto, una forma di politica industriale esercitata attraverso il prezzo.

Sarebbe scorretto attribuire all’ETS l’intera responsabilità del caro energia europeo. La crisi del gas, la guerra in Ucraina e la dipendenza energetica hanno avuto un ruolo decisivo. Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorare che il costo del carbonio si aggiunga stabilmente a un sistema energetico già meno competitivo di quello dei principali concorrenti.

Il rapporto Draghi sulla competitività fotografa con chiarezza il problema: l’industria europea continua a sostenere prezzi dell’elettricità mediamente da due a tre volte superiori a quelli statunitensi e prezzi del gas fino a quattro-cinque volte più elevati. In questo contesto, ogni ulteriore costo regolatorio pesa inevitabilmente sulla capacità competitiva del sistema produttivo.

Il principale argomento a favore dell’ETS è noto. Tra il 2005 e il 2024 le emissioni degli impianti coperti dal sistema sono diminuite di circa il 51%. Sarebbe intellettualmente scorretto negarlo. Ma il punto non è stabilire se le emissioni siano diminuite. Il punto è chiedersi a quale costo economico, industriale e sociale ciò sia avvenuto e quanto della riduzione dipenda anche da fattori diversi: sviluppo delle rinnovabili, maggiore efficienza energetica, sostituzione del carbone, crisi economiche e contrazione della produzione industriale.

Una politica pubblica non può essere valutata soltanto dal risultato perseguito. Deve essere giudicata anche per gli effetti collaterali che produce.

Qui emerge il problema più delicato.

Quando il prezzo del carbonio cresce più rapidamente della capacità dell’industria di adattarsi, il rischio non è soltanto ridurre le emissioni. È ridurre la produzione. Le imprese possono investire, trasferire i maggiori costi ai clienti oppure spostare gli impianti dove il costo del carbonio è inferiore. È il fenomeno del carbon leakage, che l’Unione ha cercato di limitare prima con l’assegnazione gratuita di quote e poi con il Carbon Border Adjustment Mechanism.

Il paradosso è evidente. Si introduce un costo per modificare il comportamento delle imprese e, successivamente, si costruiscono nuovi strumenti per evitare che quello stesso costo provochi la delocalizzazione delle produzioni.

Nel frattempo il mercato della CO₂ è diventato una realtà finanziaria di grandi dimensioni. Secondo l’ESMA, nel 2025 il valore delle negoziazioni ha raggiunto circa 777 miliardi di euro, con oltre 4 milioni di transazioni, mentre banche e intermediari hanno rappresentato circa il 62% dei volumi. Ciò non dimostra che il mercato sia speculativo, ma evidenzia come il prezzo della CO₂ dipenda ormai anche dalle aspettative finanziarie e dalle future decisioni regolatorie.

A tutto questo si aggiunge un costo spesso ignorato: quello amministrativo. Monitoraggio delle emissioni, certificazioni, verifiche indipendenti, registri, procedure di conformità e consulenze rappresentano un onere crescente, soprattutto per le imprese di minori dimensioni.

Con l’ETS2, destinato a estendersi progressivamente ai combustibili per edifici e trasporti, il prezzo del carbonio entrerà ancora più direttamente nella vita quotidiana di famiglie e piccole imprese. Non è casuale che le istituzioni europee abbiano previsto un Fondo sociale per il clima e deciso di rinviarne l’avvio al 2028: è il riconoscimento implicito che gli effetti economici e distributivi del sistema non sono marginali.

La questione, dunque, non riguarda la necessità di ridurre le emissioni. Riguarda lo strumento scelto.

Dopo vent’anni, l’ETS appare molto diverso dal progetto originario. Ha contribuito alla riduzione delle emissioni, ma ha anche creato un mercato finanziario di centinaia di miliardi, generato oltre 258 miliardi di euro di entrate pubbliche, introdotto un costo strutturale sull’energia e reso necessarie continue correzioni per limitarne gli effetti sulla competitività.

È legittimo domandarsi se una politica climatica fondata prevalentemente sul prezzo del carbonio rappresenti ancora la soluzione più efficiente oppure se non sia giunto il momento di spostare il baricentro verso investimenti in innovazione, infrastrutture, ricerca, nuove tecnologie energetiche e accordi internazionali realmente condivisi.

La transizione ecologica sarà sostenibile soltanto se rimarrà compatibile con la crescita economica. Una politica che riduce le emissioni ma indebolisce la base industriale europea rischia infatti di ottenere un risultato solo apparente: meno produzione in Europa, più importazioni da Paesi con standard ambientali inferiori e benefici climatici globali assai più modesti.

L’ETS era nato come uno strumento di mercato. Nel tempo è diventato un meccanismo che influenza prezzi, investimenti, finanza pubblica e politica industriale. È per questo che il dibattito non può più limitarsi alla tutela dell’ambiente. Deve riguardare il modello economico che l’Europa intende costruire.

Perché quando il prezzo di un fattore produttivo essenziale come l’energia dipende sempre più da decisioni regolatorie, non è più in discussione soltanto una politica climatica. È in discussione il rapporto stesso tra mercato, industria e intervento pubblico nell’economia europea.

Antonio Maria Rinaldi

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