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Esuberi & rottamazioni …che fare? (seconda parte)

di Francesco Cappello

Che fare? Non è il lavoro che manca. Verso una economia postcapitalista

Accanto ai reali vincoli economici di cui sopra, luoghi comuni assai diffusi attribuiscono la mancanza di lavoro a tutta una serie di fattori. Il lavoro mancherebbe perché:

  1. l’automazione dei processi produttivi incorporando il lavoro nelle macchine, sempre più intelligenti, espelle forza lavoro;
  2. il costo del lavoro è troppo alto;
  3. la competizione con gli immigrati sul mercato del lavoro toglie agli italiani il poco lavoro rimasto;
  4. il lavoro manca perché non abbiamo soldi per remunerarlo.

È innegabile che l’automazione incorpori lavoro umano. La novità è che, mentre in passato, le tecnologie dell’automazione creavano nuovi posti di lavoro distruggendone almeno altrettanti in un rapporto di sola sostituzione, oggi le macchine, dotate di intelligenza artificiale di seconda generazione (utilizzanti la tecnologia delle reti neurali) apprendono e sono sempre più adatte a sostituire anche il lavoro cognitivo umano (1). Lo sbilancio tra i nuovi lavori creati dall’introduzione dell’intelligenza artificiale e i lavori che scompariranno crescerà inevitabilmente. Bisogna però chiedersi come mai questo non si trasformi in benefici a vantaggio di tutti. Il banco di prova, per un sistema economico sano e sostenibile, dovrebbe a rigore risiedere nel fatto che i guadagni di produttività, e la conseguente ricchezza, generata dalla introduzione di macchine intelligenti nel mondo del lavoro, dovrebbero tradursi in riduzione dei tempi di lavoro (orario di lavoro, età pensionabile, ecc. ) a parità di remunerazione, in tutti quei casi in cui il bisogno e quindi la domanda di beni prodotti con sistemi automatizzati si mantenga stazionaria, e la piena occupazione, nei settori interessati, fosse stata raggiunta.
Veniamo da una cultura economica in cui industria e manifattura hanno occupato il centro dell’economia. Le macchine intelligenti, incorporano sempre più occupazione, in moltissimi settori della produzione di merci e servizi, così da garantirci grandi aumenti di produttività e di profitto senza che questo sia in grado di tradursi in diminuzione della giornata lavorativa standard di 8 ore a parità di retribuzione o in abbassamento dell’età pensionabile.

Quando ai nostri giovani in cerca di occupazione diciamo che manca il lavoro stiamo dicendo una clamorosa bugia che è facilissimo smentire. Basta guardarsi intorno. Basterebbe guardare allo stato delle nostre infrastrutture o al settore della cura della persona, della manutenzione e messa in sicurezza dell’ambiente naturale, si pensi, in particolare al dissesto idrogeologico del territorio o alla messa in sicurezza idraulica dello stesso, alla tutela, manutenzione e valorizzazione del patrimonio artistico, monumentale, culturale e anche immobiliare (non abbiamo bisogno di continuare a cementificare il suolo quanto piuttosto di recuperare, manutenzionare e ristrutturare energeticamente il patrimonio edilizio esistente). Un esempio di lavoro non svolto è, infatti, quello delle ristrutturazioni energetiche degli edifici. Ci sono un mare di interventi necessari in tal senso, che rimangono in gran parte non svolti. La ristrutturazione energetica di edifici privati e pubblici, coinvolgerebbe inevitabilmente lavoratori edili, impiantisti, architetti ecc.; i costi di tali interventi si ripagherebbero in breve tempo grazie al risparmio di energia che consentirebbero. Gli incentivi pubblici potrebbero catalizzare tali processi di ristrutturazione energetica su larga scala. Nella attuale condizione, in assenza di adeguati investimenti pubblici, si sprecano le energie e le competenze di coloro che vengono lasciati inattivi, senza occupazione; Messi alle strette dall’evidenza si è costretti ad ammettere che mancherebbero le risorse finanziarie necessarie ad attivare tutti i fattori produttivi esistenti ma inespressi a cominciare dalla forza lavoro. Nei settori schematicamente indicati sarebbe indispensabile aumentare grandemente l’occupazione (alcune stime – A. Galloni 2016 – prevedono la necessità di attivare sino a 8 milioni di posizioni lavorative in questi settori) ma accade che in essi nessuno è più in grado di investire adeguatamente, perché, in generale, il fatturato di queste attività risulta più basso del suo costo! Per affrontare queste attività socialmente necessarie il modello capitalistico è perciò, evidentemente, inefficace! Esso non è in grado di mobilitare tutti i fattori produttivi disponibili in termini di forza lavoro, competenze, tecnologie e risorse finalizzandole alla generazione di ricchezza pubblica.
Lo Stato costituzionale deve tuttavia sottrarsi al nodo scorsoio della moneta a debito e ritornare ad usare, allo scopo di permettere ai propri cittadini di affrontare il lavoro incompiuto di cui sopra, lo strumento della moneta di stato pubblica, non a debito. Si tratta di biglietti di Stato, emessi dal Tesoro, moneta legale all’interno del territorio nazionale con la quale coprire il fabbisogno dello Stato – rispetto alle necessità determinate da quegli investimenti pubblici, non coperti da entrate fiscali – senza indebitarsi ulteriormente, utilizzabile nelle normali transazioni all’interno del territorio nazionale e quale strumento di pagamento delle imposte fiscali. Il suo uso consente l’equilibrio di bilancio (pareggio) come previsto dall’attuale art. 81 della Costituzione.
Con i trattati europei abbiamo devoluto alla BCE la competenza sulle banconote (moneta a debito privata). Essi non risultano, perciò, incompatibili con l’uso interno, in parallelo all’euro, che continuerebbe, in questa fase, ad essere la valuta utilizzabile negli scambi internazionali e unità di conto per le statonote (moneta pubblica non a debito). Già Aldo Moro ne fece uso quando con la legge 31 marzo 1966, n. 171 si autorizzò il Tesoro a emettere biglietti di Stato a corso legale da 500 £. Fra il 1966 e il 1974 furono emesse due serie di queste banconote (emissioni “Aretusa e Mercurio“) per un totale di 300 miliardi di lire. Il consulente economico di Moro era stato quel Federico Caffè, a cui si deve l’impianto del titolo 3 della Costituzione economica, misteriosamente scomparso il 15 aprile del 1987.

I paesi OCSE contano 250 milioni di disoccupati, con il 20% di disoccupazione strutturale. Anche i paesi più avanzati sono affetti da disoccupazione strutturale. L’impresa capitalistica da sola non è in grado di garantire pieno impiego. Solo in un sistema economico non capitalista, uno Stato pienamente sovrano, può permettersi di far crescere l’occupazione, in questi settori dell’economia immateriale, sino a colmarne la domanda. Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma che ridefinisce lo scopo dell’economia identificandolo nella risposta ai bisogni della società. Ciò sarebbe ancora più fattibile man mano che si riallocassero le spese del settore militare (80 milioni €/giorno) verso la riattivazione dello stato sociale, nel contesto di una politica estera, degna di questo nome, che vedesse l’Italia quale paese neutrale, finalmente fuori dalla NATO in ottemperanza al dettato costituzionale (art.11). Una tale scelta ci consentirebbe di svolgere un ruolo non più subalterno, ai dettami NATO, nella costruzione di una politica estera, di pace e cooperazione economica, nell’area del mediterraneo. Urge una azione di alta diplomazia che abbia come asse portante il rifiuto di considerare Russia e Cina quali potenziali nemici ma come partner nella ricerca e nella realizzazione di accordi commerciali e di pace. In questo nuovo status, l’Italia potrebbe contribuire a disinnescare i processi di riarmo e confronto militare, pericolosamente in atto piuttosto che concedere un aumento di spesa per la “difesa” dall’1,1% del Pil al 2% che equivale a ben 7 miliardi in più all’anno per assecondare la richiesta USA/NATO.

Domanda interna e lavoro: una relazione virtuosa

Gli incentivi a investire in mancanza di domanda risultano del tutto inefficaci. Detto in modo paradossale, se si incentivano le aziende, in mancanza di domanda interna, ad assumere giovani e/o donne, le aziende facilmente li assumeranno ma licenziando i lavoratori di genere maschile o di età più avanzata… È sbagliato, perciò, pensare che la condizione primaria, per l’assorbimento della disoccupazione, sia l’abbassamento del costo del lavoro. Sottopagare il lavoro non serve a farlo aumentare, tutt’altro. Il licenziamento di lavoratori in esubero al fine di salvare l’azienda, la delocalizzazione presso sedi a più basso costo del lavoro (dove cioè sono generalmente più bassi i costi di produzione ed in particolare è possibile e legittimato un maggior sfruttamento dei lavoratori) o nei casi più estremi la chiusura della micro/piccola e in qualche caso anche media impresa non sono sempre scelte obbligate. In molti casi è già avvenuta una nuova alleanza tra lavoratori e micro e piccoli imprenditori (ciascuno mette il proprio lavoro e un proprio seppur piccolo capitale) che si è spinta a integrare i lavoratori nella gestione dell’impresa, consentendo loro la partecipazione agli utili e persino alla proprietà! Si tratta di un modello di worker’s economy, un’economia del lavoro in cui i lavoratori recuperano aziende destinate al fallimento. In Argentina 300 fabbriche prima occupate e poi recuperate dai loro operai hanno lanciato un modello di riqualificazione industriale che ha coinvolto 10 mila lavoratori. Importante anche l’esperienza italiana. Nel gennaio 2014 queste realtà  si sono date appuntamento in Francia per mettere a confronto le proprie esperienze.
È importante che queste piccole imprese trovino soprattutto in un diverso habitat socioeconomico, in particolare, a partire dall’economia interna e locale il proprio equilibrio economico.
I circuiti di credito commerciale che funzionano valorizzando la tecnica della camera di compensazione permettono di ancorare e far fruttare la ricchezza prodotta localmente nel territorio. È noto infatti che in tali circuiti la moneta è ridotta alla sua funzione di unità di misura del valore di merci e servizi scambiati all’interno del circuito. Ciascuno acquista all’interno del circuito pagando con ciò che produce. Si tratta di una forma di baratto multilaterale in compensazione mediata dalla tecnologia che però induce coloro che ne fanno parte (imprenditori, professionisti, dipendenti, e cittadini comuni) a spendere i crediti guadagnati (vendendo la propria produzione a chiunque ne faccia parte) all’interno del circuito. Il sardex o il WIR svizzero ne sono degli esempi. In questo modo vengono disintermediati i grandi centri commerciali, le grandi multinazionali, e le grandi banche d’affari. È un sistema che struttura la collaborazione tra le parti finalizzando le attività alla costruzione di Bene Comune.

La domanda di lavoro e l’occupazione dipendono dallo sviluppo economico e non viceversa

Un patto per il rilancio – sarebbe necessario un convegno nazionale per il pieno impiego – dovrebbe affrontare e risolvere le cause della deindustrializzazione e delle relative delocalizzazioni ovvero della perdita di controllo della capacità del nostro sistema economico di generare valore a partire dal lavoro autonomo sino alla crisi dei distretti e delle grandi aziende comprese quelle pubbliche. Importante sarebbe reinternalizzare le attività industriali e favorire gli investimenti tecnologici, piuttosto che accettare l’ennesima proposta di gabbie salariali, salari di ingresso, deroghe nel sud ai contratti nazionali. Le politiche di sgravio fiscale per le nuove assunzioni non sono sufficienti; è necessario l’esercizio della sovranità monetaria per immettere nel sistema moneta non a debito in quantità tale da attivare le energie umane e le risorse necessarie ad affrontare l’ordinario e lo straordinario senza lasciare che le molteplici risorse, di cui il nostro paese è ricco, vengano abbandonate e/o svendute al miglior offerente.

La falsa esigenza di legittimare solo il lavoro che produce profitto ha determinato da una parte la grande crescita del settore manifatturiero e dall’altra la dismissione della economia sociale. Dal primo, però, non ci si può più aspettare un ulteriore assorbimento occupazionale. L’aumento occupazionale, invece, sarebbe possibile nel settore della cura delle persone e del territorio. In questi ambiti è d’obbligo, però, l’intervento pubblico. La relativa spesa atta a sostenere gli investimenti, ancora una volta, è sostenibile solo in condizioni di ritorno all’esercizio della sovranità essendo l’unica che possa garantire lo sviluppo dei servizi di cura della persona e dell’ambiente, di manutenzione e recupero del patrimonio artistico.
Da una parte, dunque, come ripete spesso l’economista A. Galloni, abbiamo dei comparti ad alto profitto dove non cresce l’occupazione e dall’altra abbiamo un settore a basso profitto dove l’occupazione sarebbe in espansione ma che risulta, morente, e vicina allo stato fallimentare, a causa della  mancata azione sovrana della Stato. Sono necessari investimenti pubblici nel contesto di una vera e propria politica industriale che potrà essere realizzata solo uscendo dalla trappola delle politiche di austerità e della fissità dei cambi e, al tempo stesso nel ritornare ad avere una banca centrale sotto il controllo pubblico (2), in modo da poter riavviare il circolo virtuoso innescato dal welfare state che liberando i cittadini da spese sanitarie, trasporti, istruzione, ecc. permette loro un maggiore investimento nei consumi. L’innalzamento delle retribuzioni pensionistiche, ad esempio, servono a stimolare la domanda di prodotti di qualità da parte degli anziani che è ciò che serve ai giovani per avere un lavoro stabile. Il conflitto generazionale, non a caso, è un’altra invenzione dell’offensiva culturale che ha portato alla riaffermazione dei modelli economici liberali. Cassa integrazione, disoccupazione ed indennità di disoccupazione, mancati investimenti sulla sicurezza del lavoro sono i veri fattori che contribuiscono a svuotare le casse della previdenza sociale.
L’economia è sempre trainata dalla domanda; oggi più che mai, non ci sono più problemi dal lato dell’offerta. Qualunque cosa si può produrre in grandi quantità a costi relativamente bassi ma se il potere d’acquisto non è sufficiente il sistema perde la sua sostenibilità.

Per il liberismo, le pensioni, la previdenza sociale, sono ingiustificabili; esso vorrebbe naturalizzare l’esistenza di ampi margini di disoccupazione, deflazione, mercato del lavoro esclusivamente regolato dalla competitività, privazione dell’accesso all’abitazione. Al posto del sistema pubblico ogni cittadino dovrà dotarsi di assicurazione sanitaria e investire in un fondo pensioni privato sperando che non subisca le conseguenze delle crisi che esso stesso può contribuire a generare o più banalmente che non investa male perché in tal caso diviene concreto il rischio di perdere la pensione, l’assistenza sanitaria e anche il lavoro con conseguente abbassamento della speranza di vita.
La Repubblica costituzionale invece si impegna a promuovere il welfare universale, e a rimuovere, come suo primo e principale compito, tutti quegli ostacoli che impediscono il pieno godimento dei diritti fondamentali che il prevalere dell’ideologia liberista tende inevitabilmente ad impedire. I costituenti ci lasciano indicazione di come il conflitto sociale, presente nel mercato del lavoro, si risolva nella formulazione dei primi due articoli: la Repubblica è fondata sul lavoro, la Sovranità è di un popolo di lavoratori attivo nella costruzione del benessere della Nazione; lavoratori sono tutti quelli che esercitano una attività lavorativa compresi quindi gli imprenditori, escludendo però i rentiers che vivono di rendita (vive di rendita chi vive di ricchezza tesaurizzata) e che non sono, perciò, considerati meritevoli non godendo della dignità del lavoro.

L’art. 3, nel suo comma secondo, dice che compete alla Repubblica (governo e parlamento) «…rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» ed è sempre la Repubblica nell’Art.4  che «…riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.» Ecco. Questo è un programma di intervento attivo! Lo strumento che rende effettivo questo diritto, secondo i costituenti, è la Costituzione economica Keynesiana, articoli dal 35 al 47, che vanno dalla tutela del lavoro alla tutela del risparmio. La Costituzione economica è lo strumento fondamentale per attuare il diritto al lavoro, fondamento della Sovranità popolare democratica e, perciò inderogabile sul piano del diritto pubblico come impegno dello Stato, al di sopra quindi della sfera del diritto civile.

Settant’anni fa, Lelio Basso, in Ciclo totalitario, «Quarto Stato», 1-31 lug.-15 ago. 1949, n. 13/14/15, pp. 3-6 scriveva:

Quali siano queste trasformazioni di struttura abbiamo già più volte indicato: esse vanno dal superamento dell’economia di concorrenza alla conseguente distruzione della produzione indipendente, cioè non legata a gruppi, sia essa piccola, media o relativamente grande, dall’abbandono di certi tipi di produzione industriale alla trasformazione delle culture agrarie in relazione alle direttive dell’imperialismo americano e alle sue esigenze di sfruttamento di un solo grande mercato europeo, dalla cartellizzazione e cosiddetta “razionalizzazione” dell’industria alla modificazione delle abituali correnti di traffico, dall’abbandono di difese doganali alla rinuncia a sovranità nazionali, dalla subordinazione dei poteri pubblici alle direttive dei monopoli fino alla creazione di un sistema di sicurezza del grande capitale capace di garantirgli la tranquillità del profitto e di socializzarne le perdite. Tutto questo processo è evidentemente destinato ad accrescere la disoccupazione operaia, ad aumentare il livello di sfruttamento delle masse contadine, e, in misura forse ancora maggiore, a sgretolare e pauperizzare i ceti medi, a soffocare ogni libertà di pensiero e ad avvilire intellettuali e tecnici al rango di servi dell’imperialismo. Non importa se i nostri avversari si riempiono la bocca di formule altisonanti di democrazia: la loro politica, più ancora di quella di Hitler, è la minaccia più grave che abbia fino ad oggi pesato sulle possibilità di sviluppo democratico dell’uomo moderno.

È chiaro perciò che la politica della classe operaia deve essere una politica capace di interessare non soltanto gli operai stessi, ma altresì tutti quei ceti – e sono l’immensa maggioranza della popolazione – che la politica dell’imperialismo distrugge od opprime sia economicamente sia spiritualmente e coi quali noi dobbiamo ricercare i mezzi e le vie per creare un nuovo equilibrio di forze sociali che rovesci quello oggi in via di consolidamento. Dev’essere chiaro per tutti che le forze, che oggi si sono insediate al governo del nostro paese, non hanno alcuna possibilità di tornare indietro dalla strada su cui si sono avviate e che è la strada del domino totalitario dello stato per conto dei grossi interessi capitalistici; e che perciò la sola possibilità offerta a chi non vuole soggiacere a questa nuova edizione del regime fascista che si profila, è di opporvisi con tutte le proprie energie, non per tornare indietro o per stare fermi, ma per allearsi con tutte le forze decise a creare un nuovo equilibrio che segni un passo avanti sulla strada della democrazia e del progresso.

(1) Questo tipo di applicazioni è già in uso. Si pensi al riconoscimento di volti, traduzioni automatiche, gli assistenti virtuali come siri ed altri, le auto autonome o a WATSON, un supercomputer sviluppato dalla Ibm, già in uso in molte strutture sanitarie in Florida, Tailandia, India, in grado di eseguire analisi, diagnosi e possibile terapie per il trattamento dei tumori in appena 10 minuti, compito che i team di esperti impiegano più di 150 ore a completare. Anche il futuro della chirurgia sarà affidato sempre più ai robot. Si pensi inoltre agli aumenti di produttività conseguenti all’introduzione di un «robot avvocato» in uno studio legale o a quelli conseguibili dalle grandi testate giornalistiche che hanno cominciato a fare uso di algoritmi adatti alla produzione automatica di articoli… La semplice informatizzazione del processo penale, come richiesto da N. Gratteri, abbatterebbe insieme ai tempi e ai costi del processo, la necessità dell’istituto della prescrizione. Anche il potere discrezionale umano sarebbe minimizzato.

(2) L’unico rimedio per la disoccupazione è avere una banca centrale sotto il controllo pubblico. (cfr. John Maynard Keynes, 1936, The General Theory of Employment, Interest and Money)


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