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Energia cara, la vera causa è Bruxelles
Perché le bollette restano altissime anche se produciamo energia pulita a basso costo? Il paradosso del “prezzo marginale” europeo che lega il costo della luce a quello del gas, arricchendo i produttori e affossando la nostra industria.

Le regole europee sul prezzo marginale fanno pagare tutta l’elettricità come se fosse prodotta con il gas. Un sistema teorico trasformato in dogma che pesa sulle bollette di famiglie e imprese
L’ennesima impennata dei prezzi dell’energia e dei carburanti riporta in primo piano una questione che da anni gli operatori del settore segnalano ma che la politica europea continua a trattare con estrema cautela: il legame tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità. È un nodo tecnico, apparentemente complicato, ma decisivo per capire perché le bollette restino così elevate anche quando una parte consistente dell’energia viene prodotta a costi molto più bassi.
Il punto di partenza è il modo in cui è stato costruito il mercato elettrico europeo negli anni Novanta. L’architettura è quella di un mercato marginalista: il prezzo dell’energia non dipende dal costo medio di produzione dell’elettricità ma dal costo dell’ultima centrale necessaria per soddisfare la domanda. In teoria è un sistema efficiente. In pratica, nelle condizioni attuali del sistema energetico europeo, è diventato un potente moltiplicatore dei prezzi.
Il funzionamento è relativamente semplice. Ogni giorno i produttori di energia offrono sul mercato la quantità di elettricità che sono in grado di immettere nella rete. Le centrali vengono chiamate a produrre seguendo un ordine di merito che parte dalle tecnologie più economiche e arriva a quelle più costose. Entrano quindi prima le fonti rinnovabili, che hanno costi marginali quasi nulli, poi l’idroelettrico, quindi il nucleare e il carbone e, solo alla fine, le centrali a gas.
Fin qui il meccanismo è logico: il sistema utilizza prima le fonti più economiche e solo quando la domanda lo richiede ricorre a quelle più costose. Il punto critico arriva però al momento di determinare il prezzo finale. Tutta l’energia venduta sul mercato viene pagata al prezzo dell’ultima centrale entrata in funzione. In altre parole, il prezzo non è quello dell’energia più economica ma quello della tecnologia più costosa necessaria a coprire la domanda.
Nella maggior parte dei sistemi elettrici europei questa tecnologia è oggi rappresentata dalle centrali a gas. Di conseguenza, il costo del gas finisce per determinare il prezzo dell’intera elettricità venduta sul mercato. Anche quando una quota molto significativa dell’energia proviene da fonti che costano infinitamente meno.
Il risultato è un paradosso che dovrebbe far riflettere. L’energia prodotta con il vento, con il sole o con l’acqua – cioè con costi marginali praticamente nulli – viene venduta allo stesso prezzo dell’energia prodotta con il gas. Se il gas determina oggi sul mercato europeo prezzi nell’ordine di 60-65 euro per megawattora, come avviene sul principale hub continentale, il Title Transfer Facility (TTF), tutta l’elettricità viene pagata allo stesso livello anche quando il costo effettivo di produzione di molte tecnologie è di gran lunga inferiore.
In condizioni normali questo sistema può anche funzionare. Il problema emerge quando il prezzo del gas subisce oscillazioni improvvise o tensioni geopolitiche. In quel momento il meccanismo marginalista trasforma lo shock di una singola fonte energetica nel prezzo di riferimento per l’intero sistema elettrico. Così l’elettricità diventa improvvisamente molto più cara anche se il suo costo medio di produzione non è affatto aumentato nella stessa misura.
La conseguenza è una redistribuzione di reddito molto chiara. Da una parte si generano rendite inframarginali per le tecnologie che producono energia a costi bassi ma la vendono al prezzo determinato dal gas. Dall’altra parte famiglie e imprese si trovano a pagare l’elettricità a prezzi che non riflettono i costi reali del sistema energetico.
Per un Paese come l’Italia il problema è ancora più evidente. Il sistema elettrico nazionale dipende in misura significativa dal gas e questo fa sì che le centrali a gas determinino molto spesso il prezzo marginale dell’elettricità. Ogni aumento del prezzo internazionale del gas si trasmette quindi quasi automaticamente al prezzo dell’energia elettrica.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: bollette più elevate per le famiglie e costi energetici più alti per le imprese. Per un sistema manifatturiero come quello italiano questo significa perdere competitività rispetto a economie dove l’energia costa meno.
Il paradosso è che questo meccanismo continua a essere difeso a Bruxelles quasi come un principio intoccabile. Il modello marginalista è infatti figlio di una stagione culturale precisa, quella delle liberalizzazioni degli anni Novanta, quando si riteneva che il mercato fosse sempre e comunque lo strumento più efficiente per determinare i prezzi.
Il problema è che l’energia non è un mercato qualunque. È un settore dominato da rigidità tecnologiche, vincoli infrastrutturali, concentrazione industriale e fattori geopolitici. Pensare che il prezzo possa sempre riflettere automaticamente l’equilibrio tra domanda e offerta, come se si trattasse di un mercato perfettamente concorrenziale, significa ignorare la realtà economica.
E infatti oggi si assiste a una contraddizione evidente. L’Europa ha investito enormi risorse nello sviluppo delle energie rinnovabili proprio per ridurre i costi dell’energia e la dipendenza dai combustibili fossili. Ma continua a utilizzare un sistema di formazione dei prezzi che lega l’intero mercato elettrico alla fonte più volatile e costosa, cioè il gas.
È qui che nasce il tema del disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità. L’idea è semplice: evitare che una singola tecnologia determini automaticamente il prezzo dell’intero sistema energetico. Le soluzioni tecniche esistono e sono ampiamente discusse tra gli operatori del settore. Si va da sistemi di remunerazione separati per le rinnovabili a contratti di lungo periodo che riflettano i costi reali di produzione dell’energia.
Continuare a ignorare questo problema significa accettare che l’Europa resti strutturalmente più cara dal punto di vista energetico rispetto ad altre grandi economie industriali. Negli Stati Uniti e in molte economie asiatiche il costo dell’energia è significativamente più basso e questo rappresenta un vantaggio competitivo enorme per il loro sistema produttivo.
Il punto non è mettere in discussione il mercato, ma evitare che una regola concepita trent’anni fa venga trasformata in un dogma ideologico. Se l’obiettivo è davvero proteggere il potere d’acquisto delle famiglie e la competitività delle imprese europee, continuare a legare il prezzo dell’elettricità a quello del gas appare sempre meno come una scelta tecnica e sempre più come un errore di impostazione economica.







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