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Elezioni in Danimarca: crollo dei Socialdemocratici e trionfo della destra PfE. Il “Modello Mette” al capolinea?
Le elezioni anticipate in Danimarca puniscono il governo di Mette Frederiksen. Crollano i Socialdemocratici, mentre vola la destra identitaria (PfE) che intercetta il malcontento economico. Il Paese verso una complessa instabilità politica.

Le elezioni anticipate in Danimarca consegnano un quadro politico frammentato e un verdetto inequivocabile: il governo centrista guidato da Mette Frederiksen è in crisi profonda. I Socialdemocratici incassano una sconfitta storica, perdendo ben 12 seggi rispetto alla tornata precedente, mentre la destra più intransigente, inquadrata a livello europeo nel gruppo PfE (Patriots for Europe), registra un’avanzata prepotente.
La strategia della Premier di anticipare il voto a marzo, cavalcando l’onda dell’emergenza geopolitica legata alle rinnovate mire di Donald Trump sulla Groenlandia, si è rivelata un boomerang. La postura da “statista internazionale” ha forse rassicurato le cancellerie estere, ma ha lasciato freddo l’elettorato interno.
I risultati: una débâcle per la coalizione di governo
I numeri parlano chiaro. La coalizione di governo uscente (Socialdemocratici, liberali di Venstre e Moderati) perde la maggioranza, fermandosi a soli 70 seggi sui 90 necessari per governare.
Ecco la proiezione aggiornata dei seggi nel parlamento nazionale (esclusi i 4 seggi di Groenlandia e Isole Fær Øer):
| Partito | Collocazione Europea | Seggi | Variazione |
| A – Socialdemocratici | S&D | 38 | -12 |
| F – Partito Popolare Socialista | Greens/EFA | 20 | +5 |
| V – Venstre (Liberali) | RE | 18 | -5 |
| O – Partito Popolare Danese | PfE | 16 | +11 |
| I – Alleanza Liberale | EPP | 16 | +2 |
| M – Moderati | RE | 14 | -2 |
| C – Partito Popolare Conservatore | EPP | 13 | +3 |
| Ø – Lista dell’Unità | LEFT | 11 | +2 |
| Æ – Democratici Danesi | ECR | 10 | -4 |
| B – Sinistra Radicale | RE | 10 | +3 |
| Å – L’Alternativa | Greens/EFA | 5 | -1 |
| H – Non affiliati | * | 4 | +4 |
L’economia reale presenta il conto
Come spesso accade, la geopolitica riempie i titoli dei giornali, ma è l’economia reale a spostare i voti. Il “modello danese” dei Socialdemocratici – politiche sull’immigrazione estremamente rigide abbinate a un welfare generoso – sembra essersi inceppato.
Mentre la Frederiksen si concentrava sul posizionamento della NATO e sulla difesa della Groenlandia, le famiglie danesi facevano i conti con:
- Un costo della vita in costante aumento.
- Un mercato immobiliare sempre più inaccessibile per il ceto medio.
- Tensioni sull’età pensionabile.
Il governo ha commesso l’errore fatale di deprimere il sentiment interno per finanziare obiettivi esterni. La decisione di abolire una festività nazionale storica per finanziare l’aumento delle spese militari è stata percepita come uno schiaffo ai lavoratori. Quando si chiede a una nazione di rinunciare al proprio tempo libero e al proprio potere d’acquisto per assecondare le agende della difesa internazionale, la reazione nelle urne è solitamente spietata. La difesa della Groenlandia e dell’Artico sarà importante per Bruxelles, ma per il cittadino comune che vive nella Danimarca continentale non ha nessun desiderio di pagare delle navi che controllano i ghiacci, solo per fare un dispetto a Trump.
Il ritorno della destra e le incognite future
La vera sorpresa è l’esplosione del Partito Popolare Danese (O-PfE), che passa da 5 a 16 seggi. Non è solo una questione di immigrazione (tema su cui in Danimarca esiste ormai un consenso trasversale verso la linea dura), ma di rappresentanza. La destra identitaria ha saputo intercettare quella profonda sfiducia verso un sistema politico percepito come elitario e disconnesso dalle periferie.
Ora il Paese si sposta a destra e la formazione di un nuovo esecutivo si preannuncia un rebus. Lars Løkke Rasmussen, leader dei Moderati, proverà a fare da ago della bilancia, ma i numeri per una riedizione del governo uscente semplicemente non ci sono. La Danimarca si avvia verso un periodo di forte instabilità, dimostrando ancora una volta che ignorare le basi dell’economia domestica per inseguire la gloria internazionale è un azzardo che si paga a caro prezzo.
L’autore Fabio Lugano è laureato con il massimo dei voti alla Bocconi , è un esperto di mercati, criptovalute e intelligenza artificiale. In passato è stato consulente al Parlamento Europeo e al Ministero per gli Affari Europei. Oggi aiuta le aziende a creare piani di sviluppo per l’innovazione tecnologica e per l’energia. Linkedin a questo link







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