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E NOI DOVREMMO RESTARE IN UN EUROPA CHE RAGIONA COSÌ?

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La polemica scoppiata in Germania sullo studio dell’OCSE che certifica il fatto che la disuguaglianza in un Paese ne frena la crescita la dice lunga sulla Nazione che guida di fatto questa Unione Europea.

Secondo l’OCSE l’aumento del divario fra ricchi e poveri diminuisce la possibilità di crescita del PIL di un Paese, anche in un’economia avanzata. Questo studio è stato ripreso da un economista tedesco Fratzscher, il quale nel suo ultimo libro “La battaglia dell’equità” mostra che la Germania avrebbe perso ben 6 punti di PIL proprio a causa della disuguaglianza crescente.

Questa, che sembra una constatazione piuttosto banale, ha scatenato il finimondo all’interno del mondo accademico tedesco: il direttore dell’istituto di ricerca di Colonia IW, Michael Huether, ha attaccato pesantemente l’economista, accusandolo di valutazione superficiale dei dati ed ha sostenuto l’opposto, ovvero che alla Germania la crescita della disuguaglianza ha fatto bene, “regalando” 2,3 punti in più al PIL tedesco. Alla tesi di Hethersett si sono associati Andreas Peichl, del centro studi ZEW e i consulenti economici della Merkel. La tesi della IW si può sintetizzare nel fatto che solo in Paesi con reddito medio inferiore ai 9000 dollari l’anno l’ingiustizia distributiva ha un effetto negativo e che le disuguaglianze danneggiano l’economia se un Paese ha già una forte differenza fra ricchi e poveri, ovvero se l’indice GINI, che misura appunto il grado di disuguaglianza nella distribuzione del reddito in una popolazione, è superiore a 0,35 (l’indice va da 0, perfetta distribuzione, a 1, reddito nelle mani di un solo individuo). La Germania è sotto questo limite, quindi per Huether va tutto bene.

Questo discorso è di un cinismo rivoltante.

La concezione che si ricava dai discorsi di questi economisti liberisti, per cui il PIL sarebbe l’unico valore e la sua crescita giustificherebbe qualsiasi politica è inaccettabile. Con simili discorsi si è inneggiano negli anni passati all’efficacia delle politiche di feroce austerità in Grecia, perché avevano portato, dopo anni di tracollo, alla crescita del Paese (peraltro dimostratasi effimera) il cui PIL saliva nel 2014 del 1,4%, dimenticando di citare il fatto che ciò avveniva con una disoccupazione che toccava il 27%, con redditi che erano crollati del 40% e con la perdita dei più basilari diritti sociali e del welfare. Oppure ancora adesso permette a qualche commentatore di porre la Spagna a modello di virtù perché dopo la demolizione dei salari e dei diritti dei lavoratori e con una disoccupazione al 24% ha un PIL che cresce del 3,2% (peraltro largamente finanziato a debito).

L’aumento della disuguaglianza sociale che con l’avvento dell’euro e delle politiche economiche liberiste si è avuto in Europa e segnatamente nel suo Stato leader, nel quale il 10% più ricco detiene quasi il 60% della ricchezza nazionale, ma che si riscontra in tutti gli altri Paesi come tendenza e che riflette una tendenza mondiale all’accentramento delle ricchezze (come già segnalato), dimostra il fallimento di tali politiche attualmente dominanti e la loro nocività.

Come italiani noi dovremmo rifiutare ogni politica che peggiori le disuguaglianze presenti, anche semplicemente perché in insanabile contrasto con gli art. 2 e 3 della nostra Costituzione e contraria alla previsione di sviluppo sociale ed economico armonico della società attraverso il lavoro previsto nel successivo art. 4.. Ragionare di crescita attraverso l’aumento dell’ingiustizia sociale è un’aberrazione che, da sola, dovrebbe spingerci ad abbandonare questa Unione Europea ed a cancellare tutte quelle norme sul lavoro, come il Jobs Act che permettono di rendere succubi alla volontà del datore di lavoro i dipendenti e ne calpestano la dignità, anche retributiva, caposaldo dell’art. 36 cost.

Questi principi non sono derogabili né negoziabili, facendo parte della parte di Costituzione c.d. rigida che fonda il nostro sistema. Se la Germania e l’Europa intendono procedere sulla strada della disuguaglianza, attraverso la riduzione dei redditi dei lavoratori, dei commercianti e dei piccoli imprenditori e l’accentramento delle ricchezze in mano agli speculatori finanziari ed alla grande impresa la nostra risposta non può essere che abbandonare questa specie di neo-feudalesimo finanziario e recuperare una sovranità democratica e costituzionale.

Prima di rassegnarci ad essere una massa di poveri, mantenuta da un pietoso reddito di cittadinanza europeo.

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