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“E meno male che sono keynesiani!!!” di Raffaele SALOMONE-MEGNA

 

Ho ricevuto la scorsa settimana da Keynes blog uno scritto intitolato “Una modesta proposta per una politica economica alternativa e realmente keynesiana”, che mi ha destato profondo sconcerto al limite dell’irritazione.

La proposta si articola in 15 punti, dei quali ben pochi sono accettabili da parte di un patriota sovranista come lo scrivente.

Ci limiteremo a commentarne alcuni.

La prima proposta è un incipit che non fa mistero di dove si voglia andare a parare. La lettura non lascia dubbi.

1. Per prima cosa bisogna togliere dall’orizzonte ogni sospetto di uscita dall’euro. Buona parte della recessione nell’ultima parte del 2018 (per non parlare dello spread più che raddoppiato) è stata causata dall’incertezza generata su questo punto dalle forze euroscettiche al governo. Questo non significa accettare l’Europa così com’è (vedasi punto 11).

Più volte Scenari Economici, con scritti pregevoli, ha dimostrato come lo spread sia determinato dalla B.C.E. e dal fatto che essa opera per perseguire fini politici e non economici e che senza una nostra moneta non sarà possibile qualsiasi tipo di politica fiscale ed economica. Allora,viene da chiedersi : come si fa ad essere keynesiani e a ritenere che sia necessario restare sine die nell’euro?

2. Il deficit è uno strumento indispensabile di gestione della domanda, che però va usato solo per fare investimenti. Questa è sempre stata la regola aurea keynesiana. Una ideale manovra keynesiana per gli anni a venire dovrebbe puntare al pareggio di bilancio per le spese correnti e ad un deficit – non piccolo – indirizzato esclusivamente agli investimenti: trasporti, infrastrutture tecnologiche, ricerca, scuola e università, riqualificazione dell’edilizia pubblica e privata, investimenti in sanità, una seria politica industriale (vedasi punto 7 e seguenti).

Come più volte evidenziato, lo stato italiano è in avanzo primario da oltre venti anni ed il deficit annuale è determinato solamente dagli interessi sul debito pubblico.

Ricordiamo inoltre che il pareggio di bilancio è inserito in Costituzione e non fa alcuna differenza tra gli investimenti.

3. Quota 100 non è sostenibile, tanto più se fatta in deficit visto che ha un moltiplicatore risibile. Rischiamo di dover tagliare le pensioni delle generazioni che oggi hanno meno di 50 anni. Una riforma seria delle pensioni era stata proposta da Tito Boeri – critico verso l’innalzamento previsto dalla Fornero – e prevedeva l’età pensionabile a 65 anni.

Se si cita Tito Boeri per la riforma del sistema pensionistico è come essere per i lupi, chiedendo loro però di essere vegetariani.

In ogni caso quota cento è invece compatibile.

La riforma Dini ha introdotto il concetto di equità attuariale e quindi chi va in pensione prima percepirà un assegno pensionistico sensibilmente inferiore a quello che avrebbe percepito se fosse andato in quiescenza ai limiti fissati dalla Fornero.

Infatti, dal 2012 per tutti il sistema è diventato contributivo, con il coefficiente di trasformazione legato all’età, ovverosia più sei anziano e più elevata sarà la tua pensione e se vai prima ti mancheranno anche i contributi pensionistici degli anni di anticipo, oltre al tasso di sostituzione più basso.

Sulle proposte 4,5,6 e 7 non mi pronuncio, poiché meritano un approfondimento a parte, che evidentemente non può essere fatto in questo articolo per esiguità di spazio.

7. Bisogna seriamente combattere la tara strutturale dell’economia italiana: lo sbilanciamento verso le piccole imprese e le produzioni “tradizionali” a basso contenuto di innovazione, che riescono a competere solo comprimendo i costi della manodopera. Senza peli sulla lingua, occorre smetterla di difendere il “piccolo è bello”, l’impresa artigiana “di famiglia”, la botteguccia. L’Italia ha ottime medie e grandi imprese, il problema è che sono poche. Una seria politica economica deve porsi la soluzione di questo problema come priorità per i prossimi 20 anni.

L’Italia è una paese di piccole e microimprese. La crisi non è certo determinata dalla dimensioni delle imprese, che in ogni caso continuano ad esportare (siamo i secondi in Europa per l’export), ma dalla domanda interna, resa asfittica dalla deflazione salariale e dalla disoccupazione.

8. Le grandi opere non devono essere un tabù. Un paese moderno ne ha bisogno. Oggi i cantieri sono fermi perché ci sono solo no, che poi cadono di fronte alla realtà. Ma intanto si sono persi anni dietro le proteste di gruppi sparuti.

Ma quali opere pubbliche si possono fare con il pareggio di bilancio in Costituzione ed avendo sottoscritto gli accordi europei intergovernativi del “six compact” e del “ two pack” , che impongono il rientro del rapporto debito/pil al 60% entro la spazio di un ventennio?

9. Le grandi imprese di stato sono state e devono tornare ad essere un volanocome lo sono oggi nelle economie emergenti. Serve una nuova IRI e un ampliamento del credito pubblico (non a pioggia ma strategicamente indirizzato) tramite la CDP.

Assolutamente d’accordo, ma vai a dirlo alla C.E. ,alla B.C.E. e ai potentati europei vari.

10. Se in certi ambiti serve più stato, in altri serve più mercato. Non si può continuare a proteggere piccole ma rumorose categorie come i tassisti, gli ambulanti, i titolari dei lidi, ecc. La giusta preoccupazione sulle condizioni di lavoro nella “gig economy” va affrontata con un salario minimo legale, ma non si può usare la paura di Uber, Flixbus, Amazon, ecc. per proteggere delle corporazioni di poche migliaia di persone che costano ogni anno miliardi al paese.

Classico pensiero globalista questo, che però desta una considerazione non di poco conto: mentre i tassisti pagano le tasse e le imposte in Italia, Uber, Flixbus di certo no!

11. L’Euro e l’Europa vanno riformati, non distrutti. Due le urgenze: a) la creazione di un asset privo di rischi che sostenga l’euro; b) l’introduzione della golden rule per gli investimenti pubblici, da scomputare dal deficit.

L’euro e l’Europa sono irriformabili così impregnati come sono di ordoliberismo; sono tali perché così sono stati voluti dalla Germania onde aderire all’unione ( euro equivalente al marco).

L’errore gravissimo è stato compiuto dalle classi dirigenti italiane, quando decisero per l’ingresso nel sistema euro senza valutarne le conseguenze.

12. Bisogna dire chiaramente agli italiani che sull’immigrazione sono stati ingannati: non sono gli immigrati i responsabili della crisi, della disoccupazione, della povertà, del peggioramento delle condizioni di vita delle classi medio-basse. La retorica anti-immigrazione viene portata avanti da chi vuole dividere i lavoratori per poterli meglio sottomettere.

E’ vero. Non sono gli immigranti responsabili della crisi italiana, ma essi hanno il compito di costituire l’esercito industriale di riserva, per cui è meglio che se ne stiano a casa propria.

La lotta di classe, anziché avvenire verticalmente tra le classi subalterne e quelle padronali, grazie ad essi avviene orizzontalmente tra i penultimi che si oppongono agli ultimi.

Vero capolavoro di strategia !

13. Le tasse devono tornare ad essere progressive, il che significa che bisogna aumentare il numero di aliquote ed elevare quelle più alte. Occorre inoltre una tassa patrimoniale progressiva, equa e strutturale che frutti 10 miliardi all’anno da ridistribuire attraverso il “lavoro di cittadinanza”.

Ancora una volta bisogna ribadire che senza sovranità monetaria non è possibile alcuna politica economica, fiscale, industriale.

14. Il federalismo ha fallito, moltiplicando i centri di spesa e le inefficienze. Il progetto di secessione fiscale di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna va fermato e il Titolo V della Costituzione rivisto per uniformare e ricentralizzare le funzioni essenziali. La priorità è la sanità, perché è scandaloso che in oltre la metà del paese la sanità pubblica sia diventata troppo costosa per i cittadini.

Nulla questio.

15. L’Italia è tremendamente indietro sull’auto elettrica. I piani di FCA su elettrico e ibrido sono solo una minuscola frazione di quelli degli altri grandi gruppi. Rischiamo di sparire dal settore auto che per il nostro paese è strategico.

Qualora non fosse noto ai più ricordiamoci che il gruppo FCA non è più italiano.

In ogni caso, la macchina elettrica non è la panacea di tutti i mali, non elimina l’inquinamento, bensì lo sposta nelle zone in cui viene prodotta l’energia elettrica.

La tecnologia su cui si basa è piuttosto matura ed il passaggio all’elettrico nell’autotrazione arrecherebbe vantaggio solamente ai produttori di batterie al litio, ovverosia alla Cina ,che ha quasi il monopolio mondiale dell’estrazione delle terre rare.

Per concludere, detto programma non pone al centro lo stato, poiché non tiene conto del fatto che con l’euro nessuno è libero di fare alcunché ed è pieno di luogocomunismo, di cui non sentiamo affatto il bisogno.

Raffaele SALOMONE MEGNA


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