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E adesso fanno pure gli indiani!

Nella vicenda dell’Ilva e di Arcelor Mittal si concentrano tutte le contraddizioni di un quarantennio di storia italiana nel corso del quale l’Italia ha fatto sistematicamente le scelte sbagliate, al momento sbagliato e nel modo sbagliato: dal divorzio Tesoro-Bankitalia del 1981 alla svendita del polo industriale pubblico dei primi anni Novanta, dalla firma del Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 all’ingresso nell’euro del primo gennaio 2002, dal trattato di Lisbona del 2007 a quello sul Fiscal Compact del 2012. Questo filotto strepitoso di decisioni masochistiche ci ha portato con le spalle al muro. Se Cristo si era fermato a Eboli, l’Italia si è fermata a Taranto. De-fi-ni-ti-va-men-te. Nelle dichiarazioni puerili di questi giorni (da destra e da sinistra), nelle invettive reciproche dei nostri politici di ogni colore che cosa c’è, in fondo in fondo e dopotutto? Retorica e impotenza.

Retorica laddove lorsignori tutti, improvvisamente, si scoprono sovranisti cianciando di rilanciare il sistema paese, di proteggere l’economia nazionale, di fare squadra, di tutelare i cittadini italiani, di cautelarsi sull’indotto macro-regionale e via discorrendo in un diluvio di petizioni di principio. Impotenza nel momento in cui lorsignori si accorgono non solo di non avere i soldi per realizzare manco una virgola dei loro interminabili libri dei desideri patriottici, ma si avvedono di non poter neppure governare il processo attraverso cui quei soldi potrebbero essere generati e messi sul piatto: alla faccia di Arcelor Mittal, di Bruxelles e di Francoforte. Guardatele le loro facce sbigottite quando strillano contro l’inadempimento contrattuale di una multinazionale indiana. Fanno tenerezza perché – proprio come i traumatizzati cronici – non riescono ad ammettere a se stessi la verità.

E cioè che il “Sistema paese” è nelle condizioni di fare “politica industriale” solo se “attrae investimenti” dall’estero, solo se il grande capitale straniero è disposto a “scommettere sulla crescita”. Altri soldi non ce ne sono: salvo aumentare la pressione fiscale o tagliare la spesa pubblica. Ma ce ne sarebbero a iosa – di denari – se non fossero state compiute le scelte autolesionistiche e scellerate di cui abbiamo parlato in apertura. Infatti, uno Stato sovrano se ne fotte – se vuole – degli inadempimenti contrattuali e delle bizze di una corporation asiatica. Uno Stato sovrano fa quello che vuole. Al limite, nazionalizza senza scrupoli, e senza pietà (come previsto dall’articolo 43 della nostra Carta) i “servizi pubblici essenziali” o le “fonti di energia” o le “situazioni di monopolio che abbiano carattere di preminente interesse generale”. Ma oggi anche solo pensarlo è diventato un tabù. Lo Stato, in ossequio ai “dieci comandamenti” criminali dei famosi trattati, non può fare più niente. Se non indebitandosi sui mercati col rischio di farsi fucilare dallo spread. E l’aspetto più fastidioso in assoluto dell’intera faccenda è che – dopo aver tradito (con voti unanimi!) – la Repubblica Italiana nel corso di quattro decenni, adesso la classe politica fa il gioco dello scemo. Sono preoccupati ma non capiscono. Non capiscono perché non c’erano. E se c’erano dormivano. E se anche dormivano, non è colpa loro. E se qualcuno glielo spiega, fanno pure gli indiani.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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