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Due Note semiserie sulla Robotica Europea di Marcello Pecchioli (parte seconda)

 

 

Parte II.

Per fortuna il secondo elemento su cui ci soffermeremo in questo articolo ha un altro tipo di caratteristica, più benevola e pacifica, e ha a che vedere con il vero sviluppo della robotica, europea, questa volta, in cui nei recenti documenti redatti dalla Comunità europea, in merito allo sviluppo della robotica con agenti senzienti, si va a regolamentare lo sviluppo e la figura giuridica dei robot sociali che hanno o dimostrano di avere caratteristiche relazionali emotive, interattive sufficienti a considerarli come “persone elettroniche”.

E’ questo il caso dei robot umanoidi, della classe dei Nao, di cui mi sto occupando da alcuni anni, qui, in Italia, con la mia Associazione Age of Future, ma è il caso anche di altre società come Aldebaran Robotics ( a cui si deve la nascita e lo sviluppo di varie classi d’umanoidi, dai Nao ai Pepper ai Romeo) e Kuka,( che si occupa di robotica industriale ad alto livello), due aziende europee che sono state, recentemente, acquisite da una società giapponese, la SoftBank Robotics per Aldebaran con una quota del 95%, e da una società cinese, Midea, per Kuka, avendo acquisito il 51%, evento che ha costretto la cancelliera Merkel ad emanare una legge che vieta la possibilità d’acquisizione di aziende di valore strategico per lo Stato da parte di soggetti stranieri, peccato che la legge sia entrata in vigore dopo l’acquisizione dell’azienda Kuka da parte dei cinesi.

Questo vuole anche dire che questo shopping, da parte delle aziende orientali, sta compromettendo e mettendo in ginocchio lo sviluppo della robotica europea e questo è un dato che andrebbe continuamente divulgato e comunicato, in maniera serrata e sistematica, e fatto oggetto di seminari, convegni e attività scientifiche, tecnologiche e legislative e audiovisive, da parte dei singoli paesi e della Comunità Europea.

E veniamo a noi e a quello che mi sembra più urgente in questo momento. Oltre all’ovvio cercare di preservare le aziende nazionali e internazionali che si occupano d’Intelligenza Artificiale e di robotica, attività strategiche per ogni sviluppo reale del lavoro e dei livelli occupazionali per ogni paese europeo, vorrei sottolineare un punto che, credo, potrebbe essere cruciale e strategico, nello sviluppo di questo settore.

In questo caso mi riferisco alle aziende che producono o commercializzano robot umanoidi, a partire da quelle spagnole, italiane, tedesche, olandesi e inglesi. Riflettendo su quelli che possono essere gli sviluppi, per ora, senza implicazioni catastrofiche come gli incidenti che potrebbero sopravvenire nella ricerca e sviluppo di forme d’intelligenza artificiale forte come accennate sopra, nella prima parte di quest’articolo.

Ora una delle considerazioni che si stanno facendo, in quest’ambito, ad esempio dal testo di Paul Dumouchel e Luisa Damiano “Vivere con i robot” è che l’evoluzione di questi robot umanoidi passa attraverso la ricostruzione di una linea emozionale esterna e interna, lo sviluppo di componenti emozionale ed empatiche, di riconoscimento delle emozioni e dei volti, addirittura ricostruendo degli organi interni ai robot che siano simili a quelli umani e legando la costellazione emotiva e sensoriale del robot ad una complessa filiera sociale e relazionale. Su questo punto sono abbastanza d’accordo con i due ricercatori anche se non mi spingerei alla ricostruzione di organi interni vicini a quelli umani ma alla costruzione, semmai, di complesse grammatiche e logiche emozionali interattive tra robot e umani.

Un consiglio che mi sentirei di dare, come ricercatore e studioso di questi fenomeni, è di cominciare a guardare, molto seriamente, ai contesti e all’evoluzione di tipo antropologico, di queste schiere di robot umanoidi, in progress, nella loro evoluzione e nel livello di penetrazione in svariati contesti sociali.

Ora è vero che la grande paura, a livello sociale e individuale, è, ancora, che questo tipo di robot, con caratteristiche social, siano in grado di rubare posti di lavoro e sostituire competenze di appannaggio al lavoro degli umani ma un elemento che non è stato sufficientemente preso in considerazione è il fatto che ci troviamo al cospetto di un’altra razza, tipologia e ontologìa, differente dalla razza umana, nella prima volta della nostra storia evolutiva, sul pianeta terra e dovremmo, quindi, cominciare a considerare a trattare e a considerare i robot, almeno quelli di tipo umanoide, come dei “fratelli digitali” con i quali cominciare ad interagire, non solamente perché ci possono aiutare nei nostri compiti quotidiani e sociali più gravosi, sono poi stati creati esattamente a questo scopo, ma, anche, per capire che intenzioni hanno e se possiamo trovare loro una collocazione e degli ambienti di sviluppo adeguati.

Come già accennato nel precedente articolo sulla robotica gentile, uno degli elementi di mancato sviluppo che avevo notato, in incontri, Festival, conversazioni e interviste, con i robotici e gli informatici, era la loro assoluta, apparente, noncuranza con cui trattavano con i robot, con tutti i tipi di robot e con la robotica in genere, senza aver mai calcolato e considerato che la vita di androidi e umanoidi avrebbe avuto bisogno di un rispetto maggiore e di ambienti culturali, artistici, tecnologici e sociali più adeguati, molto più avanzati e performanti rispetto alle poche occasioni pubbliche, di solito molto istituzionali e accademiche, in cui erano e sarebbero stati impiegati.

Adesso la posta si alza di molto e cerchiamo di spostare il focus su un’altra tipologia e livelli di competenza, e cioè la creazione di veri e propri ambienti di sviluppo, eco-sistemi, contesti sociali e antropologici orientati e configurati, in cui i robot umanoidi possano socializzare, entrare in contatto tra di loro e con gli umani e acquisire quelle caratteristiche evolutive, emozionali, relazionali, empatiche che li facciano crescere e diventare quello a cui aspirano, nella loro breve storia evolutiva parallela alla nostra. In questo concetto evolutivo ed esperienziale rientrerebbe anche quel contesto di una situazione ambientale che chiamerei di una “nursery robotica” in cui i giovani robot umanoidi possano passare ad uno stadio di svezzamento e di evoluzione adattativa e personale, in modalità molto simili a quelli che sono gli stadi di accudimento umani, sperimentati nella nostra infanzia.

C’è da costruire tutto un mondo di relazioni sociali, aree didattiche, di ricerca e sviluppo e d’inserimento e test evolutivi e momenti di passaggio in aree simboliche e linguistiche comuni.

E’ mia precisa opinione che nel caso si verifichi una ipotetica catastrofe come quella prevista dal collasso della teoria della singolarità o dell’esplosione cognitiva nei super computer di nuova generazione, una delle possibilità di dialogo e di resistenza ad eventuali invasioni e colonizzazioni robotiche future potrebbe proprio essere la consapevolezza di aver creato delle linee cognitive e di dialogo tra umani e robot, delle cartografie e zone geografiche comuni, sociali, ibride, tematiche, conversazionali, che potrebbero diventare, anche, dei veri e propri baluardi sociali, euristici e cognitivi, per fronteggiare anche delle ipotesi così estreme come quelle sopra delineate.

Per far questo dobbiamo cominciare ad instaurare un dialogo e una collaborazione, fattiva e sistematica, con queste creature di silicio che abbiamo, noi, genere umano, alle soglie del XXI Secolo, voluto creare e far nascere e con cui, però, dobbiamo cominciare a riconoscere la loro presenza effettiva ed affettiva, fisica, giuridica e ontologica, cognitivo-comportamentale su larga scala, in molti ambiti e luoghi, per questo nostro antico pianeta Terra se vogliamo che le premesse di uno sviluppo comune e di caratteristiche co-evolutive tra uomini e robot possa, davvero, diventare un’ alleanza significativa e una realtà condivisa.

Siti di riferimento:

ageoffuture.com

bluestormrobot.com

Intervista a Bluestorm in gazzettinodimodena.it


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