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LA DISOCCUPAZIONE “TECNOLOGICA” E LA NEGAZIONE DELLA DOMANDA NEL MONDO DELLA “INTELLIGENZA ARTIFICIALE” (le nuove frontiere supply side della politica italiana)

Post tratto da Orizzonte48

 

LA DISOCCUPAZIONE “TECNOLOGICA” E LA NEGAZIONE DELLA DOMANDA NEL MONDO DELLA “INTELLIGENZA ARTIFICIALE” (le nuove frontiere supply side della politica italiana)

 

Della presunta spinta “hi-tech” verso la disoccupazione ne avevamo già parlato nel finale di questo post.
Questa versione ci viene ora riproposta in maggior dettaglio dallo stesso commentatore.

Le sue argomentazioni possono, grosso modo, così riassumersi:
1- l’innovazione tecnologica è così veloce e tumultuosa da mettere in pericolo ormai il 47% dei posti lavoro;
2- ciò si era già verificato alla fine dell’800, ma allora era risultato più agevole la sostituzione dell’occupazione perduta con nuovi “mestieri”, aspetto che, in questo frangente non sarebbe riproponibile;
3- le “nuove tecnologie” incidono specialmente su certi settori dei servizi, acuendo le distanze tra i “più esperti” e i “colletti bianchi, i più esposti all’ascesa della intelligenza artificiale” (robot e Internet diffuso);
3- il problema delle definitiva espulsione di lavoratori dal mercato, con la rinunzia al cercare un nuovo posto, se lo pongono sia la Fed, in specie con l’attuale riflessione della Yellen, sia la Bank of England, che sarebbero propense all’utilizzo energico di politiche monetarie, finchè la ripresa non si trasmetta ai lavoratori non più in cerca di occupazione ma anche all’utilizzo di capacità produttive (inattive) e ai salari;
4- poichè la tecnologia non trasmette il suo aumento di produttività ai lavoratori, occorrono politiche che “sappiano indirizzare verso obiettivi condivisi”, quali l’ambiente e l’economia del tempo libero, che diverrebbe “centrale nello sviluppo”.
Questo insieme di assunti in realtà appare alquanto contraddittorio.
In realtà, il fenomeno della perdita di posti di lavoro non più ricreabili, nel nuovo presunto trend di ripresa economica, investirebbe, per la verità da decenni, anzitutto il settore manifatturiero, (prima ancora dei “servizi”), laddove cioè la robotica ha spiegato i suoi primari effetti.
Ma le ragioni di questa perdita di posti di lavoro, se correttamente connesse a delocalizzazione e deflazione salariale, come evidenziano Stiglitz e Krugman, e come in realtà sottointende la Yellen, (quindi, in definitiva alla liberalizzazione del mercato dei capitali), sono rinvenibili in fattori che incidono essenzialmente e gravemente sulla domanda, cioè a quell’output-gap che discende dall’idea che la diffusione della disoccupazione sia un “sano” elemento che rende elastico verso il basso, e quindi “virtuoso”, il mercato del lavoro e che a ciò debba essere strettamente funzionale la limitazione dell’intervento-deficit pubblico.Su questa idea rigidamente neo-classica, in ultima analisi, la versione dei fatti qui criticata, insiste come implicita necessità: dallo small business diffuso in dissoluzione, alla stessa scarsa (se non sprezzante) considerazione delle utilità (merit goods) che solo il settore pubblico può fornire, tutta la ideologia economica neo-classica congiura per una visione del mercato del lavoro e della domanda aggregata esclusivamente asservita al criterio della competitività realizzabile solo dai privati, accompagnata alla negazione di ogni valore dei beni e dell’interesse collettivi: che importa se gli USA, pieni di intelligenza artificiale, vanno in tilt ad ogni forte nevicata, per non parlare dei vari tornados?
Vogliono forse gli “zotici”, per di più inadeguati professionalmente alle nuove frontiere della tecnologia, essere tenuti sempre al riparo dalla “durezza del vivere”, anche nelle sue più, asseritamente naturali manifestazioni?Stiglitz e la Yellen, più che guardare all’economia del tempo libero e agli standards normativi impositivi di forme di protezione ambientale (da riversare poi mediante traslazione sui prezzi), sanno perfettamente quale sia il valore da attribuire al ritardo di adeguamento delle infrastrutture pubbliche ed all’indebolimento delle “funzioni pubbliche” di presidio minimo del territorio, cose che nei capitalismi avanzati – invariabilmente neo-liberisti, se non tea-party- o sono intese come occasione di vantaggio del business privato, con costi crescenti per i cittadini-utenti, o semplicemente non sono più prese in considerazione come oggetto di politiche di spesa pubblica.L’idea sottostante a questa visione (disoccupazione dovuta a nuova tecnologia), poi, è quella della inarrestabile predominanza del settore dei servizi (privati) sul manifatturiero (privato), come evoluzione inevitabile dei capitalismi maturi, che è in realtà non solo priva di razionale corrispondenza alla configurazione di un modello di economia sostenibile nel tempo, ma vale essenzialmente per paesi come quelli anglosassoni e, anzi, è rivista in termini di esplicita correzione da parte dei loro stessi governanti.L’idea stessa si fonda sulla definitività della divisione mondiale del lavoro, di stampo prettamente liberoscambista, con la perpetuazione della illimitata mobilità del capitale finanziario e la concentrazione del manifatturiero laddove il costo del lavoro sia considerato più vantaggioso.

Inoltre, la (difficile e ritardata) creazione di nuovi mestieri in questo settore è un falso problema: in realtà, essendo intelligenza artificiale e funzioni commerciali Internet, collocate, più che mai nell’attuale evoluzione, nel settore dei servizi, la loro espansione presuppone la conservazione di una serie consistente e crescente di “vecchi mestieri”, correlati a filiere produttive senza le quali questi stessi servizi sarebbero – e sono- soggetti ad un’enorme volatilità dei profitti realizzabili.

Molti dei “vecchi mestieri”, semmai, possono essere adeguati agevolmente inglobando l’utilizzazione di nuovi strumenti tecnologici di non particolare difficoltà di apprendimento: cosa che richiede sia la funzione pubblica della formazione che quella privata di investimento sul personale, non esclusivamente legata al bench mark finanziario “globalizzato”. Ma per provvedere a ciò, occorre una visione che si può riassumere in “intervento dello Stato a sostegno della domanda”, credendosi nelle enunciazioni delle Costituzioni su tale priorità legale-istituzionale dell’intera comunità “sovran”.

Per una più precisa delineazione del problema, ci affidiamo alle parole di Cesare Pozzi:
D. Si sostiene che l’attuale disoccupazione diffusa, nei paesi a capitalismo “maturo”, è essenzialmente dovuta agli effetti dell’applicazione delle nuove tecnologie nei modelli di impresa evolutisi negli ultimi anni: è una valutazione realistica o fuorviante?
R. La domanda sottende uno dei principali “bachi” della teoria ortodossa.
L’economia di mercato che la maggior parte dell’Umanità ha in cuore – perché è liberale, quindi non vincola il destino terreno dell’uomo alla sua dotazione iniziale di diritti, e promette un benessere diffuso su una quota mai raggiunta della popolazione di ogni Comunità – si basa su una particolare declinazione del capitale che ne enfatizza la dimensione artificiale e perciò può essere detta “capitalistica”. Su questa falsariga se l’applicazione di nuove tecnologie riduce la necessità di occupare in alcuni mercati, apre lo spazio per nuovi mercati e per l’aumento del tempo libero
.Il problema della disoccupazione si crea a causa degli assetti istituzionali quando sono il risultato di teorie normative che discendono da teorie economiche non coerenti con i propri presupposti (se si spacciano per liberali) e quindi male regolano tutti gli aspetti critici che si vengono a creare, comunità per comunità, lungo il tempo storico.D. Se esiste una correlazione stimabile, rispetto all’intero mercato del lavoro, tra la diminuzione degli occupati e l’applicazione delle innovazioni tecnologiche, questo effetto non dovrebbe rallentare in un
periodo in cui una vasta e prolungata recessione, dovuta a cause iniziali essenzialmente finanziarie e poi a politiche fiscali restrittive, determina naturalmente una caduta degli investimenti produttivi (lamentata in tutte le aree, dall’UE al Giappone)?
Il fatto che non ci sia questo rallentamento è il segnale che alla nostra crisi strutturale si sta rispondendo in questa fase generando la maggior pressione possibile sul lavoro in modo da consolidare l’idea che sia tornato una merce. Quando la situazione di rassegnazione si sarà affermata si cercherà di arrivare a un assetto di occupazione diffusa a basso reddito. E’ significativo in questo senso l’enfasi che si è posta sui dati italiani relativi alla distribuzione del reddito (che sono tra i meno diseguali nel Mondo occidentale) rispetto al silenzio sul fatto che 85 persone possiedono quanto la metà più povera dell’umanità (che mi sembra in linea con quanto dico).Sull’economia del “tempo libero” richiamiamo, dalle sue premesse quanto detto da Cesare in un’altra occasione su questo stesso blog:
Per comprendere le distorsioni e gli effetti perversi che si generano effettivamente nella realtà si deve invece analizzare la produttività a partire da una funzione di produzione rappresentativa dei processi produttivi. In questo senso la strada più utile è quella che considera la suddivisione in fondi e flussi proposta da N. Georgescu Roegen.

L’indivisibilità e l’ozio dei fattori di fondo, lavoro e capitale, sono i due elementi su cui intervenire per aumentare l’efficienza di un processo produttivo e quindi per formulare un primo giudizio sulla sua produttività. In secondo luogo, poiché sono queste le caratteristiche dei fattori produttivi che consentono di analizzare il funzionamento dei processi produttivi, è a partire da tale analisi che si possono avere gli elementi per effettuare un confronto tra diversi processi produttivi in modo da elaborare una teoria della produttività.

In termini reali, la possibilità di effettuare questa prima valutazione in maniera precisa sul singolo lavoratore si scontra con la varianza nelle loro caratteristiche (in altri termini, nessuno è in grado di sapere quanto e con quanta resa è in grado di lavorare una persona); concretamente, con il passare del tempo l’orario di lavoro tende a ridursi generando inefficienza strutturale, in parte compensata dall’aumento della popolazione che, consentendo in linea teorica di lavorare su più turni, può far aumentare meno il non utilizzo dei fattori fondo capitale. Il risultato che ne esce in un inquadramento neoclassico è il mantenimento tendenziale della stessa paga oraria per unità di lavoro, con la conseguente riduzione del salario pro-capite, mentre nella realtà la riduzione del tempo individuale di lavoro ha generato un esito sorprendentemente utile, cioè un meccanismo di autorinforzo che, nelle economie di mercato, si è tradotto nella proliferazione di mercati assolutamente voluttuari del tempo libero.

Tali mercati sono però, indirettamente (perché richiedono un processo di accumulazione precedente e contestuale sui mercati “indispensabili”), estremamente deboli in due sensi:
– nel primo perché dipendono prioritariamente dalla scelta politica di accettare un certo livello di inefficienza del fattore fondo lavoro nei mercati dei beni primari e successivi;
– nel secondo perché la comunità che li genera è esposta alla falsa innovazione di processo di cui sopra (e nella difficoltà di comprendere il circolo vizioso in cui si entra accettando questa strada gioca un ruolo decisivo una non corretta rappresentazione del problema della produttività in quanto fornisce una falsa giustificazione scientifica alla pressione sul costo del lavoro).

Ora capite come, data l’impostazione ideologica dominante, sia estremamente problematico che un nuovo governo italiano, dichiaratamente formato su una visione economica che recepisce acriticamente questa costruzione del mercato del lavoro, del ruolo dello Stato e della spesa pubblica, non solo non prometta nulla di buono sul piano occupazionale – minacciando ogni residua considerazione del lavoro in termini diversi da quelli di “merce”- ma rischia di aggravare in modo decisivo una situazione di compromissione del territorio e di irrazionale (anzi: antieconomico) impiego dei beni pubblici a profitto dei privati, di cui l’Italia non ha certo bisogno.

 

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