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Disastro Germania: crolla l’export verso gli USA (-23%!), mentre l’import dalla Cina esplode. Il surplus commerciale si sgonfia

Dati di novembre disastrosi: il surplus commerciale si sgonfia mentre Berlino diventa dipendente dall’import cinese. I rischi per l’Italia.

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La “locomotiva” tedesca non solo ha finito il carbone, ma sembra aver deragliato. I dati pubblicati oggi dall’Ufficio Federale di Statistica (Destatis) relativi al commercio estero di novembre 2025 sono una doccia gelata per chi ancora credeva nella ripresa del modello mercantilista teutonico.

Il quadro macroeconomico è impietoso: le esportazioni scendono, le importazioni salgono (ma non per una sana domanda interna di qualità) e il surplus commerciale, quel “tesoretto” accumulato a spese dei partner europei per anni, si sta assottigliando rapidamente. Ma ha davvero senso economico continuare a puntare tutto sull’export quando i tuoi principali clienti smettono di comprare?

I numeri della crisi (novembre 2025)

I dati destagionalizzati parlano chiaro e mostrano un’economia in affanno:

  • Esportazioni: 128,1 miliardi di euro (-2,5% su ottobre, -0,8% su base annua).
  • Importazioni: 115,1 miliardi di euro (+0,8% su ottobre, +5,4% su base annua).
  • Saldo Commerciale: 13,1 miliardi di euro.

Ecco il relativo grafico:

Questa  forma grafica di Tradingeconomics permette di afferrare meglio il calo di surplus commerciale tedesco:

Per dare una prospettiva: a novembre 2024 il surplus era di 20 miliardi. Siamo di fronte a un crollo verticale della capacità della Germania di generare ricchezza netta dall’estero. Questo calo del surplus non è dovuto a un’esplosione virtuosa dei salari e dei consumi tedeschi (che farebbe bene a tutta l’Eurozona), ma a un crollo della competitività esterna.

Il crollo americano e l’invasione cinese

Il dato più allarmante, che dovrebbe far saltare sulla sedia i burocrati di Berlino e Bruxelles, è la geografia di questo disastro.

  1. Stati Uniti (Il cliente perso): L’export verso gli USA è precipitato. Parliamo di un -4,2% su base mensile, ma soprattutto di un terrificante -22,9% rispetto all’anno precedente. Un quarto del mercato americano è svanito in dodici mesi. Dazi? Prodotti non più competitivi? O forse gli americani hanno smesso di finanziare il surplus tedesco con il loro deficit?
  2. Cina (Il fornitore ingombrante): Mentre vendiamo meno agli americani, compriamo sempre di più da Pechino. Le importazioni dalla Cina sono balzate dell’8,0% in un solo mese (14,9 miliardi). La Germania sta diventando sempre più dipendente dalla tecnologia e dalla componentistica cinese, mentre la Cina compra solo il +3,4% di merci tedesche. Uno scambio ineguale che sta erodendo la base industriale europea.

Questi dati preoccupano anche noi, fra i principali fornitori della Germania. Il fallimento industriale tedesco ha delle conseguenze per l’industria italiana che, purtroppo, non vive solo di extra-europeo e di mercato interno.

L’Europa dell’Austerity non compra più

E i “fratelli” europei? Anche qui il panorama è desolante. L’export verso i paesi UE è calato del 4,2% e l’import del 4,0%. Questi numeri sono la prova provata che le politiche di compressione della domanda interna (austerity), imposte per anni dalla stessa Germania all’Eurozona, si stanno ritorcendo contro di essa. Se impoverisci i tuoi vicini, a chi venderai le tue merci quando gli USA chiuderanno i rubinetti?

L’Eurozona è ferma, la domanda interna è asfittica e la Germania si ritrova con i magazzini pieni e il portafoglio sempre meno gonfio. E indovinate chi pagherà il conto di questa mancata riconversione industriale? Probabilmente, come sempre, si cercherà di scaricarlo sui paesi del Sud Europa tramite nuovi vincoli di bilancio.

Domande e risposte

Perché il calo dell’export verso gli USA è così grave per la Germania?

È un segnale disastroso perché gli Stati Uniti sono stati per anni il mercato di sbocco “di ultima istanza” per l’eccedenza produttiva tedesca. Un crollo del 22,9% su base annua indica un cambiamento strutturale: o i prodotti tedeschi sono fuori mercato per prezzo/tecnologia, o le politiche commerciali protezionistiche americane stanno funzionando. Senza il consumatore americano che assorbe le sue auto e macchinari, il modello economico tedesco basato sull’export va in crisi profonda.

Un aumento delle importazioni non è un segnale positivo di domanda interna?

In teoria keynesiana sì, ma bisogna guardare cosa si importa. In questo caso, l’aumento dell’import (+5,4% annuo) combinato con il calo dell’export suggerisce una perdita di competitività più che un boom di benessere delle famiglie tedesche. Inoltre, il boom dell’import dalla Cina (+8% mensile) indica che la Germania sta sostituendo produzione interna o forniture europee con beni cinesi, aumentando la dipendenza strategica da Pechino senza reciprocità commerciale.

Che impatto ha questo scenario sull’Italia?

L’impatto è duplice e pericoloso. Primo: l’Italia è un grande subfornitore dell’industria tedesca; se la Germania non vende auto negli USA, le imprese della componentistica del Nord Italia perdono ordini. Secondo: se la Germania entra in crisi fiscale o recessione tecnica prolungata, l’atteggiamento di Berlino in sede UE diventerà ancora più rigido sui conti pubblici altrui (nuovo Patto di Stabilità), per evitare di dover condividere i costi del proprio aggiustamento strutturale.

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