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Diego Garcia: Il grande gioco tra Washington, Londra e l’ombra dell’Iran
Londra frena sull’uso della base militare contro l’Iran, ma Washington ha un piano strategico alternativo: appoggiare l’indipendenza dei nativi Chagossiani per blindare il controllo dell’atollo. Un’analisi sui costi e i paradossi geopolitici.

Dopo aver irritato il presidente Donald Trump schierandosi con la Danimarca contro l’acquisizione della Groenlandia, il primo ministro britannico Keir Starmer si trova di fronte a un dilemma geopolitico ben più spinoso. La questione è semplice nella sua brutalità: Londra permetterà agli Stati Uniti di utilizzare la base militare di Diego Garcia per eventuali attacchi contro l’Iran?
Il 18 febbraio 2026, Trump ha esplicitamente collegato l’atollo dell’Oceano Indiano a una possibile operazione militare per sradicare la minaccia nucleare di un regime iraniano definito “altamente instabile”. La risposta di Teheran non si è fatta attendere, con una protesta formale alle Nazioni Unite che qualifica Diego Garcia come un “bersaglio legittimo” in caso di attacco.
Il paradosso britannico è evidente: Diego Garcia è, ad oggi, territorio del Regno Unito, ma la base è interamente gestita e controllata da Washington. Secondo indiscrezioni, Starmer sarebbe riluttante a concedere l’autorizzazione, trincerandosi dietro le norme del diritto internazionale. Un’esitazione che già lo scorso anno aveva spinto l’amministrazione americana a escludere l’atollo dai piani di attacco alle infrastrutture iraniane, dando per scontato il diniego di Londra. Per Trump, è noto, gli interessi nazionali devono sempre prevalere sui formalismi delle giurisdizioni internazionali.
Per Starmer la questione si intreccia indissolubilmente con il controverso accordo del 22 maggio 2025, che prevede il trasferimento della sovranità dell’arcipelago delle Chagos (di cui Diego Garcia fa parte) alla Repubblica di Mauritius. Se all’epoca la Casa Bianca aveva salutato l’intesa come un “risultato monumentale”, il ritorno di Trump ha ribaltato le carte in tavola. L’inquilino della Casa Bianca ha definito la cessione un atto di “grande stupidità”, sottolineando come Londra stia regalando un territorio vitale per la sicurezza nazionale “senza alcun motivo”.
L’accordo del 2025 presenta contorni economici e strategici che lasciano perplessi i mercati e gli analisti geopolitici, ponendo un onere non indifferente sulle spalle dei contribuenti d’Oltremanica. In sintesi, il Regno Unito cede la sovranità, ma affitta Diego Garcia per 99 anni (rinnovabili per altri 40) per poter mantenere in vita la base congiunta. L’impatto fiscale è a dir poco notevole: Londra pagherà a Mauritius una media di 101 milioni di sterline all’anno. Il valore totale dell’operazione è stimato in circa 3,4 miliardi di sterline nel breve termine. È prevista inoltre una zona di esclusione di 24 miglia nautiche attorno alla base, con il divieto di accesso per forze di sicurezza straniere. I nativi chagossiani, deportati a forza tra gli anni Sessanta e Settanta per fare spazio alle installazioni militari, potranno reinsediarsi nelle altre isole, ma non a Diego Garcia.
Il patto è attualmente in fase di ratifica, ma sta incontrando feroci resistenze nella Camera dei Comuni. L’ex segretario agli Esteri William Hague ha riassunto magistralmente il malcontento conservatore, sollevando due questioni cruciali: il costo esorbitante per affittare una terra che è già di proprietà britannica (il conto totale nel secolo potrebbe toccare l’incredibile cifra di 34,7 miliardi di sterline), e la totale mancanza di rispetto per il diritto all’autodeterminazione dei nativi.
È qui che l’ironia della politica estera raggiunge il suo apice. Londra, storicamente pronta a difendere l’autodeterminazione dei popoli a qualsiasi costo (si pensi alle Falkland o a Gibilterra), sta cedendo un territorio a Mauritius, una nazione con cui i chagossiani, attualmente residenti in gran parte in povertà nel Sussex, non sentono alcun legame storico o culturale.
In questo caos diplomatico, si fa strada un’ipotesi puramente realista e di chiara matrice americana. Le opzioni sul tavolo sono ormai evidenti. L’accordo con Mauritius soddisfa formalmente le risoluzioni ONU, ma impone costi altissimi al Regno Unito e sconta l’ira di Trump. Il mantenimento dello status quo garantirebbe il controllo diretto occidentale, ma attirerebbe le continue accuse di neocolonialismo da parte del Sud Globale.
Emerge quindi una terza via: la creazione di uno Stato indipendente chagossiano legato agli Stati Uniti tramite un accordo COFA (Compact of Free Association), un modello già utilizzato con successo in alcune nazioni del Pacifico, come Guam e la Micronesia. In cambio di assistenza finanziaria, garanzie federali e protezione militare, gli USA otterrebbero il controllo esclusivo e legalmente inattaccabile dell’area.
L’infrastruttura di Diego Garcia rimane d’altronde un fulcro ineludibile per l’egemonia militare globale. Ha supportato le operazioni aeree statunitensi nella Guerra del Golfo del 1991, nell’invasione dell’Iraq del 2003, in Afghanistan e, più recentemente, nelle delicate operazioni navali contro gli Houthi in Yemen. Le sue piste sono in grado di ospitare bombardieri strategici B-2 e B-52, mentre il porto in acque profonde accoglie senza sforzo portaerei, cacciatorpediniere e sottomarini a propulsione nucleare.
Arriviamo quindi al quesito centrale che agita le cancellerie: alla fine gli USA appoggeranno i chagossiani nella richiesta di ritorno e indipendenza dal Regno Unito?
La risposta è affermativa, ma a una condizione ferrea: che questo garantisca a Washington il controllo assoluto, perpetuo ed economico della base militare. Gli Stati Uniti, guidati dal pragmatismo muscolare dell’amministrazione Trump, non hanno alcun interesse a dipendere dai tentennamenti politici di Starmer, né a tollerare che miliardi di dollari di fondi occidentali transitino verso Mauritius, un Paese sempre più corteggiato da potenze rivali. Appoggiare l’indipendenza dei chagossiani attraverso un patto COFA non sarebbe certo un atto di filantropia per rimediare ai torti del passato, ma una cinica e brillante mossa geopolitica. Permetterebbe a Washington di estromettere l’indecisione britannica, risolvere formalmente il peccato originale della deportazione, e blindare la propria presenza nell’Oceano Indiano a una frazione dell’attuale costo politico. Resta solo da capire se Starmer, stretto tra l’incudine americana e il martello del Parlamento britannico, rivedrà l’accordo prima che l’opzione a stelle e strisce diventi una realtà ineluttabile.








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