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IL DEBITO

“Debito” – ciò che è dovuto – è un sostantivo, ma in origine fu un participio passato. Un participio oggi a volte usato con funzione aggettivale, come nell’espressione “a tempo debito”. La sua natura linguistica, confermata dall’ordinamento giuridico, è chiara: ma la sua natura emotiva è diversa. Alla scadenza, si dimentica l’origine del debito e tutti si accontentano dell’iconografia secondo la quale il debitore è la vittima, perché deve sborsare denaro, e il creditore è il cattivo, perché quel denaro vuole averlo. Forse per pura malvagità. Certo senza averne bisogno, prova ne sia che ha potuto prestarlo.
Contro questo schema è inutile protestare. Si arriva all’assurdo per il quale il creditore ha torto in tutti i casi. Se il richiedente non gli appare sufficientemente solvibile, e gli nega il prestito, è cattivo. Se gli concede il prestito e poi agisce per il ricupero è cattivo. Se concede il prestito e perde il suo denaro, nessuno lo compiange. In fondo, è forse un cattivo beffato.
E tuttavia non si può dir male del credito. Uno degli schemi più belli del mondo, quando riesce, è quello dell’imprenditore che ha un’idea brillante ma gli mancano i soldi per realizzarla, fondando un’impresa; poi trova un risparmiatore che lo finanzia e infine hanno un profitto tutti e due. Naturalmente non sempre tutto va come sperato: infatti avviene anche che l’imprenditore perda il suo tempo e il finanziatore il suo denaro. Che proprio per questo si chiama capitale di rischio.
Ma il finanziatore privato non è mai piaciuto molto. La Chiesa ha per secoli vietato il prestito ad interesse, considerando immorale che il denaro potesse produrre denaro; e per l’Islàm è ancora così. Nella leggenda il capitalista è un profittatore che incrementa il suo patrimonio senza far niente, e si è a lungo sperato di farne a meno, passando ad un finanziatore unico e disinteressato: lo Stato. Ma il comunismo si è rivelato una sorta di malattia esantematica del globo: i risultati hanno dimostrato anche ai più testardi che il totale della ricchezza prodotta diminuiva, e la teoria è stata abbandonata. La soluzione morale non funziona.
In realtà, il principio che il denaro investito possa produrre frutti, non soltanto è legittimo, è utile alla società. Naturalmente a condizione che serva a creare ricchezza, e non sempre è così. Si prenda la famosa “catena di S.Antonio”: un signore promette ai risparmiatori interessi al dieci per cento, ed effettivamente, a fine anno, ripaga i primi investitori col 10% d’interesse. Il punto è che questo denaro non proviene dai profitti di un’impresa, ma semplicemente dal denaro che altri investitori hanno dato, nella speranza di conseguire anche loro il 10%. Come è ovvio, così procedendo, arriverà il momento in cui qualcuno si insospettirà, e si scoprirà che il truffatore ha speso il capitale per i propri consumi, mentre ha pagato gli interessi – finché ha potuto – con denaro fresco. In questo caso si è avuto il credito, si è avuto il pagamento di interessi, ma non si è avuta creazione di ricchezza, che anzi è stato commesso un reato. Si è soltanto avuto uno spostamento di utilità dai risparmiatori ingenui al truffatore. Anche se a volte i risparmiatori, più che ingenui, sonooaccecati dalla prospettiva di guadagno.
Ma neanche il cittadino più prudente ha modo di resistere, se scorretto è lo Stato: lo si è visto con la dilatazione del debito pubblico. Se lo Stato avesse fatto ricorso al credito per investimenti – per esempio per creare industrie capaci di produrre profitti – la sua azione sarebbe stata benedetta. Invece la sua operazione è servita a distribuire regali, a foraggiare i politici nullafacenti, ad arricchire gli amici, a comprare voti, in totale a spese improduttive. Come per la catena di S.Antonio, da un lato ci sono stati i beneficiati di questa manna, dall’altro il conto è stato inviato alle generazioni future. Ora attuali.
Come ciò sia avvenuto è facile da spiegare. Lo Stato, dopo la bonanza, si è trovato in difficoltà già soltanto per pagare gli interessi sugli immensi debiti accumulati. Dunque ha cominciato ad aumentare tasse e imposte, colpendo soprattutto i veri produttori di ricchezza. Ma non per questo il debito ha smesso di gonfiarsi. Infatti l’aumento della pressione fiscale non è stato sufficiente a compensare il disavanzo, ha depresso la produzione di ricchezza ed è stato necessario contrarre nuovi debiti per pagare gli interessi dei vecchi, in un circolo infernale. E non soltanto in Italia. Ormai l’ipotesi di un disastro globale non è più soltanto teorica.
Siamo a questo punto. Il credito, da motore dell’economia si è trasformato nel suo becchino. Tanto che non sappiamo in che modo progettare una resurrezione.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 febbraio 2015

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