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DE MAGISTRIS E L’ERRORE GIUDIZIARIO

 

La vicenda di Luigi De Magistris è significativa per motivi che trascendono largamente la sua persona. Secondo Socrate, tutti vogliamo il bene, e se a volte di fatto vogliamo il male è perché, sbagliandoci, lo scambiamo per bene. Il che, se ci si pensa, corrisponde a dire che il vero male è l’ignoranza. Ma “l’ignoranza del bene” ha un particolare risvolto quando si tratta di punire chi, secondo noi, ha fatto del male.

In questo campo i più severi sono di solito quelli che non hanno (ancora) “peccato”. Se si parla di adulterio, si può star certi che i più severi saranno coloro che sono rimasti fedeli al coniuge dal giorno del matrimonio fino alle nozze d’oro. Mentre chi una volta ha trasgredito quanto meno tenderà a prendere in considerazione delle attenuanti. “A volte, quando una donna è troppo trascurata dal marito…”; “A volte, quando una donna apprende che il marito l’ha ripetutamente tradita…”; “A volte, se si ha la disgrazia di innamorarsi perdutamente, si perde la testa…”; e perfino: “A volte si può fare un Seitensprung, come dicono i tedeschi (un salto di lato), soltanto per curiosità sessuale, senza che i sentimenti entrino in gioco. Del resto, non è proprio quello che a volte fanno tanti, senza per questo cambiare di un et l’affetto per la moglie e per la famiglia?”

Normalmente la severità nasce – oltre che dalla gravità che si attribuisce al fatto – dalla doppia convinzione che personalmente non si commetterà mai quell’illecito e che nessuno mai ce ne accuserà. Due convinzioni azzardate. Innanzi tutto nessuno conosce il futuro e quali circostanze potrebbero indurci a comportarci diversamente da come pensiamo: e qui soccorre una frase di Terenzio che bisognerebbe scolpirsi nella memoria: “Homo sum. Nihil humanum a me alienum puto”, sono un uomo e non reputo a me estraneo nulla che sia umano. In secondo luogo – e anche qui si può far riferimento ad un grande nome, quello di Shakespeare: “Sii casta e pura, non sfuggirai alla calunnia”. La possibilità di essere accusati, in mala fede o anche in buona fede, a seguito di una serie di sfortunate circostanze, non può mai essere esclusa. Per tutte queste ragioni la severità, la voglia di ghigliottina e il giustizialismo sono pressoché sempre sbagliati. E lo stesso garantismo non deve essere invocato soltanto quando l’accusato è simpatico o lo crediamo innocente: va invocato per tutti e sempre, perché un giorno potremmo averne bisogno noi stessi.

In questo campo De Magistris ha dimostrato i suoi limiti. Ha accusato decine di persone del peggio del peggio, perché personalmente convinto di dover usare la massima severità nei confronti di individui moralmente negativi. E fin troppo spesso ha fatto dei buchi nell’acqua, perché i suoi colleghi giudicanti gli hanno dato torto, assolvendo gli accusati. Ma ciò non ha impedito che la sua azione abbia stroncato carriere che pure erano giunte a livelli ministeriali: si pensi a Clemente Mastella.

L’esperienza avrebbe dovuto insegnargli che un magistrato, De Magistris, magari in buona fede, può accusare un ministro, Mastella, e di fatto, secondo la verità processuale, calunniarlo. Dunque non era impossibile che altri magistrati accusassero e condannassero un De Magistris (eventualmente) innocente.

Oggi il sindaco di Napoli ha il diritto di invocare il garantismo, di protestare la sua innocenza e di dichiarare un errore la sentenza che lo condanna. Viceversa non ha il diritto di insultare i magistrati che l’hanno  resa possibile, e per giunta il suo atteggiamento è ammorbato dal suo passato di giustizialismo confinante con la caccia alle streghe.

Al Cristianesimo bisogna rendere la giustizia d’aver stabilito un doppio dogma: da un lato siamo tutti peccatori, dall’altro dobbiamo perdonare tutti. Inclusi i magistrati d’assalto, anche se questa è una delle imprese più difficili. È infatti difficile resistere all’umanissima voglia d’infliggere loro, per contrappasso, le stesse sofferenze che essi hanno imposto agli altri. Ma, come detto, il vero garantista difende anche il colpevole antipatico.

 La sinistra italiana ha sbagliato molto a lungo e molto gravemente. Il suo garantismo si è svegliato raramente e sempre a favore di un compagno di partito. In questo campo non bisognerebbe mai seguire gli umori della massa o dei giornali: la voglia di forca di tanti italiani è uno dei più imperdonabili difetti della nostra nazione e non bisognerebbe cavalcarlo. Invece  questa pulsione plebea ha spesso abbassato al livello di teppa la nostra classe dirigente.

I magistrati non sono infallibili e non lo è neppure il giudice che ha condannato De Magistris: ma in passato a questa fallibilità avrebbe dovuto pensare più spesso lo stesso De Magistris, guardandosi allo specchio.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

28 settembre 2014

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