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IL VIRUS DELL’AUTORITA’

 

Le autorità si credono spesso figure genitoriali e si comportano come tali. Hanno una certa idea del bene e tengono ad inculcarla ai loro sottoposti, che siano d’accordo o no. Pur considerando gli agenti della Polizia Stradale benemeriti per il lavoro duro e pericoloso che svolgono, accade che, in perfetta buona fede, a volte essi possano strafare. L’agente che ferma un automobilista indisciplinato e gli fa un lungo predicozzo vuole atteggiarsi a padre severo e giusto. Purtroppo il suo comportamento significa: “In primo luogo io mai farei quello che hai fatto tu. In secondo luogo quello che hai fatto è una fonte di pericolo per te stesso e per gli altri. In terzo luogo, se ti faccio pagare una contravvenzione, è per il tuo bene”. Tutta una serie di insopportabili sciocchezze.

Il cittadino infatti potrebbe rispondere: “In primo luogo può darsi che tu guidi meglio di me, ma io guadagno quattro o cinque volte più di te. Non facciamo confronti. In secondo luogo, non è il caso che mi spieghi che il mio comportamento è biasimevole; se non lo fosse, non sarebbe sanzionato dallo Stato. E soprattutto nessuno ti ha nominato mio tutore: hai il potere di elevarmi contravvenzione, non di educarmi. Fra l’altro è anche possibile che io non abbia commesso nessun illecito, diversamente non avrei il diritto di far ricorso”. Quale poliziotto non andrebbe fuori dalla grazia di Dio, sentendosi fare questo più che ragionevole discorsetto?

Il comportamento dell’agente che si comporta così ha molte scusanti. Fra l’altro i suoi stessi superiori l’invitano ad educare gli utenti della strada. Il fenomeno infatti ha una spiegazione di più vasto ambito: la tendenza umana ad identificarsi con l’autorità che si rappresenta.

I magistrati, in questo campo, sono un caso esemplare. Alcuni non comprendono che le sentenze non le emettono in base ad un loro personale potere, come Salomone, ma quali strumento dello Stato. Spesso hanno la pretesa di “fare giustizia”, mentre il loro dovere è soltanto quello di applicare le leggi, quand’anche a loro personalmente sembrassero ingiuste. Credono di essere l’autorità, mentre sono soltanto i rappresentanti dell’autorità, di cui devono umilmente applicare i dettati. I peggiori di loro arrivano addirittura a pensare che il non poter essere contraddetti corrisponda all’avere sempre ragione. Come se non ci fossero migliaia di sentenze di Cassazione che li bocciano severissimamente.

Il magistrato non è il depositario di un “Bene” che deve inculcare ai semplici cittadini come se lui personalmente fosse qualcosa di più. È un impiegato di Stato e moralmente, per usare una terminologia religiosa, un peccatore come gli altri. Ha una sedia più alta di quella dell’imputato, ma può avvenire che l’imputato, come Socrate, abbia una testa più alta dei suoi giudici.

Questa tendenza a identificarsi col Potere Benefico è eterna. Ancora tre secoli fa, in Europa abbiamo avuto l’Inquisizione. In molti Paesi musulmani si punisce l’apostasia con la pena capitale: dal momento che l’abbandono dell’Islàm è per il fedele un’enorme disgrazia, lo Stato fa di tutto per evitargliela. Anche con la minaccia, anche con la morte.

Le democrazie moderne hanno superato questo stadio. Lo Stato laico si accontenta dell’obbedienza dei cittadini sugli argomenti più importanti: è la cosiddetta “esteriorità del diritto”. I giuristi intelligenti del resto sanno quanto discusse e discutibili siano le leggi. E tuttavia la vecchia mentalità sopravvive sotterraneamente. I docenti, i carabinieri, i magistrati e le autorità di ogni genere tendono a venerare l’establishment, tanto che ne parlano agli utenti come di qualcosa che anch’essi dovrebbero venerare. Non si accorgono che così si trasformano in ingranaggi del sistema, in sacerdoti del Leviatano, in servitori che vorrebbero trasformare gli altri in servitori dei servitori.

Il rispetto del cittadino, conquista della civiltà, è tendenzialmente contrario alla natura umana. E infatti il totalitarismo si afferma nei Paesi meno sviluppati. Dunque, per un uomo libero, chiunque sia fornito di un minimo d’autorità è spesso insopportabile: perché costui non considera il suo mestiere semplicemente la fonte del suo reddito, come fanno un dentista o un idraulico, lo considera un’occasione per educare il prossimo e indurlo a conformarsi al suo superiore modello.

Nella nostra amministrazione della giustizia, questa mentalità, da nessuno frenata, ha dato risultati disastrosi. Infatti, sul generale concetto di “Bene” da imporre a chi sgarra, si innestò decenni fa un analogo meccanismo riguardante il “Bene” politico. I “pretori d’assalto” vollero purgare la società senza guardare in faccia a nessuno e per farlo stravolsero le leggi con interpretazioni tendenziose, applicarono una “giurisprudenza progressista” e in una parola sperarono di attuare una rivoluzione dall’alto. Dimostrarono così la loro mancanza di scrupoli. Le loro sentenze non servivano ad applicare la legge ma a far progredire la società nella direzione del “Bene secondo la versione della sinistra”. E si servirono di un potere che apparteneva allo Stato, non a loro, per fini che appartenevano a loro e non allo Stato.

Ciò portò in seguito al delirio di “Mani Pulite”. Improvvisamente i magistrati si misero a perseguire reati che prima, per decenni, avevano finto di non vedere. Spesso ottennero la confessione degli accusati con la tortura di una strumentale carcerazione preventiva. Spesso disumanizzarono gli imputati  – che magari, fino al giorno prima, erano stati riveriti da tutti – ostentando per loro un incommensurabile disprezzo. Li riducevano – secondo le parole di Gabriele Cagliari, che si suicidò dopo quattro mesi di carcere – al rango di cani da tirare fuori dalle gabbie quando ne avevano voglia.

La rivoluzione per via giudiziaria, come tutte le rivoluzioni, fu spesso crudele. A parte i suicidi, furono innumerevoli le carriere politiche spezzate. Il più grande partito d’Italia, centro del potere per quasi mezzo secolo, fu delegittimato e fatto sparire. E quando il previsto trionfo del riverniciato partito comunista fu impedito da Silvio Berlusconi, la furia dei pubblici ministeri si riversò su di lui. Non riuscirono a distruggerlo, ma distrussero, agli occhi di molti, la stima dell’onestà e dell’imparzialità della magistratura.

L’Italia infatti lesse questi fenomeni secondo le convinzioni politiche di ciascuno. La destra – attaccata a testa bassa – si convinse più o meno che “il partito dei giudici” era una sezione staccata del partito comunista. Dunque tutti gli uomini di destra, accusati o condannati, erano innocenti. La sinistra, per lungo tempo risparmiata dalla magistratura, ne dedusse al contrario che i suoi uomini erano persone per bene, mentre tutti gli uomini di destra erano corrotti e delinquenti. Infine, quando recentemente i magistrati, scontenti delle posizioni del grande partito di sinistra, hanno cominciato ad attaccarlo, e Matteo Renzi non li ha trattati da autorità incontestabili (brrr… che paura!), anche gli italiani di sinistra hanno cominciato a capire l’inganno di cui sono stati vittime. Ma di questo inganno, per il fervore con cui hanno applaudito la ghigliottina, sono stati largamente responsabili.

Il risultato è drammatico. Pur non avendo magistrati meno numerosi di altri Paesi, abbiamo una giustizia classificata agli ultimi posti del mondo sviluppato. Pur non avendo magistrati peggiori di quelli di altri Paesi, la loro fama è macchiata da alcune primedonne che cercano d’acquisire visibilità per poi spenderla in politica, sicché l’intera magistratura soffre di un deficit di credibilità. La sacralità altruistica della funzione, cui tanti oscuri magistrati sono devoti, è appannata dal comportamento di alcuni: ma purtroppo tutti insieme i magistrati sono colpevoli di avere impedito ogni provvedimento mirante a distinguere i buoni dai cattivi. Le loro associazioni hanno difeso anche i colleghi incompetenti o negligenti ed una carriera che va avanti per anzianità e non per merito.

La nostra amministrazione della giustizia non avrebbe bisogno di qualche ritocco, avrebbe bisogno di una severissima rivoluzione meritocratica. Forse bisognerebbe arrivare ad imporre il divieto di pubblicare il nome dei magistrati. Il Pm non è il signor tale, è il Pm e basta. Infine il giudice non dovrebbe essere esentato dal rischio di essere a sua volta giudicato e dovrebbe anzi correrlo più di altri, proprio perché questo rischio egli lo fa correre quotidianamente ai cittadini di cui si occupa.

Naturalmente non c’è nessuna speranza realistica, in questo senso. Da noi perfino gli uscieri o i bidelli hanno l’alterigia dell’autorità. Anche i gradi di caporale dànno alla testa. E figurarsi l’effetto su quei funzionari che, senza correre nessun rischio, hanno diritto di vita e di morte sui loro concittadini. Infatti il Consiglio Superiore della Magistratura, che dovrebbe punirli, attualmente si occupa soltanto di promozioni e assegnazioni. Per il resto, ego te absolvo.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

27 settembre 2014

 

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