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D’Attorre: l’euro è economicamente e democraticamente insostenibile

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In attesa del suo convegno del 15 Settembre, pubblichiamo quest’intervista all’onorevole D’Attorre effettuata per Scenari Economici da Alessandro De Salvo della Rete MMT.

1) Onorevole D’Attorre, ultimamente Lei ha assunto una posizione critica nei confronti della politica economica dell’attuale esecutivo, quali sono gli aspetti dell’azione di governo che la convincono di meno?

Credo che alla base dei limiti della politica economica del governo Renzi ci sia stata anzitutto la rinuncia a sollevare il tema dell’insostenibilità economica e democratica delle attuali regole di funzionamento delleuro. Questa rinuncia si è consumata nel momento che poteva essere il più propizio per Renzi: nell’estate scorsa, dopo una prima fase positiva dell’azione di governo (gli ottanta euro e l’aumento della tassazione delle rendite finanziare) e lo straordinario successo del PD alle elezioni europee, peraltro proprio all’inizio del semestre italiano di Presidenza dell’Unione Europea. Anziché utilizzare la forza irripetibile di quel risultato elettorale per porre ai partner europei il tema del superamento del Fiscal Compact e della ridiscussione dell’architettura dell’eurozona, Renzi ha scelto la strada dell’accordo con l’estabilishment europeo, sostenendo che l’Italia non avrebbe messo in discussione i vincoli europei ma si sarebbe limitata a chiederne un’applicazione un po’ più flessibile. Questo accordo ha prodotto la concessione all’Italia di qualche decimale di decimale di deficit in più per il 2015 in cambio dell’impegno ad approvare la madre di di tutte le riforme strutturali, ossia la riforma del mercato del lavoro nella direzione da lungo tempo auspicata da Confindustria e dalla Commissione Europea. Da quel momento la politica economica del governo si è sempre più orientata su una linea di conformità all’ortodossia economica europea, al di là di qualche innocuo proclama del premier contro l’austerità. La condotta del governo italiano durante la vicenda greca è stata la manifestazione più eclatante di questo posizionamento strategico. I tagli agli enti locali con le loro ricadute su sanità, trasporto pubblico e welfare locale, l’assenza di una politica di investimenti pubblici, la riforma della scuola in chiave aziendalista sono state le dirette conseguenze di questo impianto programmatico. Il risultato è che, a oltre un anno e mezzo dal suo insediamento e nelle condizioni esogene più favorevoli che si siano mai realizzate nel recente passato (deprezzamento dell’euro, crollo del prezzo del petrolio, abbondanza di liquidità e riduzione dei tassi dei titoli pubblici per effetto del QE di Draghi), il governo è costretto a manifestare entusiasmo per una crescita che resta agli ‘zerovirgola’, a livelli più bassi della già anemica media dell’eurozona, e che è dovuta a questa congiuntura internazionale, il cui impatto positivo è stimato attorno all’1,5% del PIL. Per intenderci, senza le cosiddette variabili esogene saremmo ancora in recessione. A ciò si aggiunga che Renzi ha già annunciato di voler impegnare il grosso dei margini di flessibilità sul deficit, che conta di ottenere dalla Commissione Europea per il 2016, per l’eliminazione della tassa sulla prima casa per tutti, ricchi e possessori di immobili di pregio compresi. Una misura economicamente priva di senso e socialmente iniqua, a fronte dell’urgenza di interventi contro la povertà, contro la disoccupazione giovanile ancora oltre il 40%, per i pensionati, per il Mezzogiorno.

2) Ritiene che i cosiddetti vincoli esterni sulla spesa in deficit degli Stati e l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione costituiscano un effettivo ostacolo a una vera ripresa economica?

Su questo mi pare che ormai ci sia un consenso molto diffuso tra gli analisti. In fasi di contrazione del ciclo economico l’austerità non è mai espansiva, distrugge la domanda interna e innesca un circolo vizioso che conduce poi a un ulteriore accrescimento del debito pubblico rispetto al PIL. L’introduzione del pareggio di bilancio è stato un errore compiuto anche dal centrosinistra durante la fase emergenziale del governo Monti. Personalmente, assieme ad altri deputati, ho proposto di correggere questo errore durante la discussione della riforma costituzionale, prevedendo almeno la possibilità di introdurre la cosiddetta golden rule, ossia lo scomputo delle spese di investimento dal calcolo del deficit, ma il governo si è opposto. Più in generale, sono d’accordo con quanti sostengono la tesi di una contraddizione tra il nuovo articolo 81 e il modello di società disegnato dalla prima parte della nostra Costituzione repubblicana.

3) Ritiene che in Europa vi siano le condizioni politiche per riscrivere i trattati che limitano i deficit degli Stati?

Molti si illudono che la nuova posizione della Germania in materia di immigrazione preluda a un cambio di atteggiamento anche sui temi economici. Credo che queste aspettative siano destinate a rimanere deluse. Era sbagliato e auto-consolatorio attribuire la crisi dell’euro, dovuta a errori strutturali di costruzione, a una presunta grettezza congenita dei tedeschi e oggi è altrettanto puerile magnificare la generosità della svolta europeista della Germania, senza riconoscere la lucida interpretazione dell’interesse nazionale che la classe dirigente tedesca è riuscita ad affermare anche sulla vicenda dei profughi siriani, coniugando il governo del fenomeno migratorio con le esigenze di lungo periodo della società e dell’economia tedesca. I cambiamenti radicali che invece servirebbero per mettere in equilibrio l’eurozona -nell’immediato la reflazione tedesca e la riduzione del suo surplus commerciale, in prospettiva la trasformazione dell’unione monetaria in una vera unione fiscale e di trasferimento- sono molto lontani da ciò che appare possibile rispetto alle posizioni dell’opinione pubblica e delle principali forze politiche tedesche.

4) In questo scenario come valuta lipotesi di recuperare la piena sovranità monetaria e di uscire quindi dall’Euro?

Se il quadro è quello che ho accennato prima e se concordiamo che sul fatto che l’attuale assetto dell’euro è insostenibile per il futuro dell’economia e della democrazia italiana, è evidente che abbiamo bisogno di un governo che abbia il coraggio di sollevare questo tema e di verificare non a parole, ma con atti concreti, la possibilità di correggere i difetti di costruzione della moneta unica. L’Italia non è la Grecia, per tante ragioni si trova in una posizione negoziale potenzialmente molto meno svantaggiata, ma l’esperienza greca ci dice che per non fare la fine di Tsipras occorre anche un’altra condizione di cui il governo greco non ha saputo o voluto dotarsi: un piano B concreto e praticabile, fondato sull’ipotesi di un recupero della sovranità monetaria nel caso di un fallimento del negoziato all’interno dell’eurozona.

5) I mesi scorsi sono stati caratterizzati dalla convulsa e, per certi aspetti drammatica, vicenda della Grecia. Che idea si è fatto in merito?

A mio giudizio, la capitolazione di Tsipras dopo la vittoria al referendum del 5 luglio ha due spiegazioni: l’isolamento in cui la Grecia è stata lasciata anche dagli altri governi a guida socialista e la debolezza della posizione ‘fuori dall’austerità ma sempre e comunque nell’euro’. Questa impostazione ha lasciato il governo greco inerme di fronte alla rigidità del fronte dei creditori, guidato dalla Germania, che si è servita della vicenda greca per lanciare un monito disciplinante a tutte le forze che in futuro volessero incamminarsi sulla stessa strada. Non sorprende che uno dei primi contraccolpi della sconfitta politica di Syriza in Grecia sia stato l’indebolimento di Podemos in Spagna, i cui avversari hanno adesso gioco più facile nell’affermare che un programma di radicale superamento dell’austerità si rivela irrealistico e perfino controproducente entro un quadro di mantenimento dell’euro ‘senza se e senza ma’. È una lezione di cui la sinistra europea che non vuole appiattirsi sull’ortodossia di Bruxelles deve tener conto, altrimenti il rischio concreto è che nei prossimi anni la partita politica reale in Europa si giochi tutta tra un centro-destra filo-merkeliano e una destra lepenista.

6) Ritiene che l’esperienza della Grecia abbia dimostrato linsuperabilità del deficit democratico dellUnione Europea?

Se non si supera il vizio d’origine del progetto dell’euro, quello di aver anteposto l’unione monetaria a quella politica e fiscale, questo deficit resta irrecuperabile. Il problema è che i difetti di costruzione dell’euro hanno agito in questi anni come il più potente fattore antieuropeista che sia apparso sulla scena dal dopoguerra a oggi, accrescendo a dismisura la distanza e talora l’ostilità tra le opinioni pubbliche dei Paesi creditori e debitori. Oggi il passaggio a un’unione politica e finale è molto più difficile e irrealistico di quanto lo sarebbe stato se non si fosse cominciato dal lato sbagliato della moneta. La metafora di quale sia oggi lo stato della democrazia nei Paesi debitori dell’eurozona è ancora una volta offerto dalla Grecia: Tsipras è stato costretto ad annullare il risultato delle elezioni politiche di gennaio e del referendum di luglio, chiedendo nuove elezioni la cui natura è veramente singolare. Il 20 settembre i greci votano non per decidere il programma con il quale sarà governato il loro Paese, ma solo per stabilire gli equilibri interni della coalizione che dovrà attuare l’unico programma ammesso e definito fin nei dettagli, quello del terzo memorandum pattuito con la Troika. Non credo che ci sia bisogno di aggiungere altro.

Bene Onorevole D’Attorre diamo appuntamento ai lettori di Scenari economici a Roma il 15 Settembre alle ore 18:00 all’Hotel Turner per affrontare, in un incontro pubblico, insieme al prof. Rinaldi questi ed altri temi.

Grazie e a presto.

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