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Dalla frusta di Vance allo scudo di Rubio: a Monaco va in scena la metamorfosi strategica del Trumpismo

Da Vance a Rubio, la metamorfosi del Trumpismo a Monaco: fine del libero mercato senza regole, via alla re-industrializzazione di Stato. L’Occidente sceglie la sovranità per sopravvivere. Il testo completo del discorso

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Se c’è un luogo che funge da sismografo per le ansie dell’élite globale, quello è l’Hotel Bayerischer Hof durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Esattamente un anno fa, le cancellerie europee andavano in iperventilazione ascoltando il vicepresidente JD Vance sferzare il Vecchio Continente. Oggi, dodici mesi dopo, lo spartito è cambiato: il Segretario di Stato Marco Rubio è salito sullo stesso palco per offrire una visione grandiosa, quasi epica, del destino occidentale. Non un passo indietro rispetto alla linea dell’amministrazione Trump, ma la sua naturale evoluzione. Abbiamo assistito, in diretta globale, al dispiegarsi delle due anime del nuovo conservatorismo americano: quella distruttiva, necessaria per abbattere le ipocrisie dello status quo, e quella costruttiva, indispensabile per edificare il nuovo secolo industriale.

Il trauma del 2025: la terapia d’urto di JD Vance

Per comprendere l’offerta di Rubio, dobbiamo prima metabolizzare lo shock di Vance. L’anno scorso, l’approccio di Washington fu squisitamente transazionale e brutalmente diretto. L’America di Vance guardava a un’Europa deindustrializzata, persa nelle astrazioni del green deal e paralizzata dalle proprie ossessioni burocratiche, e presentava semplicemente il conto.

Il messaggio di Vance era una doccia fredda per i teorici del multilateralismo a stelle e strisce: l’ombrello di sicurezza americano non è un diritto divino acquisito, ma un servizio che ha un costo. E l’Europa, rammollita da decenni di dividendi della pace spesi in spesa corrente e regolamentazioni asfissianti, non stava pagando il suo. Vance ha incarnato l’anima “populista” e rustica del trumpismo, quella legata alla Rust Belt, che non vede alcun senso nel difendere i confini dell’Europa dell’Est quando il fiume Rio Grande è un colabrodo. È stata la fase della “distruzione creatrice” diplomatica: rompere il giocattolo per mostrare a Bruxelles che era vuoto all’interno.

L’alba del 2026: la chiamata alle armi (industriali) di Rubio

Se Vance ha fatto a pezzi le illusioni di Davos, Marco Rubio, il Segretario di Stato, ha portato a Monaco i mattoni per ricostruire. Il discorso del 2026 non ha parlato di decimali di spesa militare, ma di civiltà, di eredità storica e, soprattutto, di catene di approvvigionamento. Rubio si è presentato come l’espressione dell’anima imperiale e istituzionale del trumpismo, ma che riconosce le radici culturali e storiche dell’Europa e come gli USA non possono ignorare il Vecchio Continente ed esserne esterni, anzi la crescita e la sicurezza di uno sono strettamente collegati fra i due lati dell’Oceano. Rubio questo lo ammette chiaramente dicendo “Noi saremo sempre dei figli dell’Europa“.

Se Vance aveva suonato la sveglia, Rubio ha offerto una mano tesa, pur mettendo in evidenza i problemi e le debolezze della UE.

 

Rubio ha toccato il vero nervo scoperto dell’Occidente: la deindustrializzazione. Non l’ha definita un’evoluzione naturale del libero mercato, ma una scelta politica precisa, un’aberrazione volontaria che ha spogliato le nostre nazioni della ricchezza e della capacità produttiva. In questa visione, l’economia non è separata dalla sicurezza nazionale, ma ne è il fondamento.

Ecco i pilastri della dottrina Rubio per la nuova alleanza:

  • Sovranità industriale: Riportare in patria le filiere produttive essenziali. Dipendere da potenze terze (leggi: Cina) per le merci critiche è una vulnerabilità che nessun esercito può compensare.
  • Dominio tecnologico condiviso: Sviluppare un fronte comune per la conquista dello spazio commerciale, la manifattura flessibile, l’automazione e l’intelligenza artificiale, staccandosi dall’utopia della globalizzazione senza confini.
  • Controllo demografico: La gestione dei confini non è relegata a fobia irrazionale, ma è inquadrata come atto fondamentale di sovranità nazionale e precondizione per la tenuta del patto sociale.
  • Riforma del multilateralismo: Le Nazioni Unite e i vecchi organismi sono visti come gusci vuoti. Serve un’azione basata sugli interessi vitali dei popoli, non su astratte norme di diritto internazionale spesso violate dai loro stessi creatori.

Il poliziotto cattivo e il poliziotto buono

Sbaglia chi vede una contraddizione tra l’aggressività di Vance e il tono accogliente di Rubio. Si tratta di una sofisticata strategia a tenaglia. Vance ha creato il panico necessario per svegliare l’Europa dal suo letargo, costringendo i governi (dalla Germania in giù) a rivedere frettolosamente i bilanci della difesa. Rubio, ora che l’attenzione è massima, offre la via d’uscita onorevole e amichevole.

Una piccola curiosità: nei suo discorso ha citato gli antenati italiani, Lorenzo e Caterina Geraldi, che avrebbero vissuto a Casale Monferrato nel 1777.

Un Trumpismo economico e strategico

Ciò che emerge con prepotenza dal discorso di Rubio è una fine definitiva dell’ubriacatura neoliberista degli anni ’90. Quando il Segretario di Stato americano invoca la creazione di una “supply chain occidentale per i minerali critici” per evitare estorsioni da altre potenze, sta parlando la lingua della politica industriale comune, che però è comunque un intervento di stato. Sta dicendo che il mercato, lasciato a se stesso, ha prodotto delocalizzazione e debolezza strategica.

È un approccio che guarda all’economia reale, alla fabbrica, al ceto medio produttivo, in netta contrapposizione all’economia finanziarizzata di carta. Lo Stato (o l’alleanza di Stati sovrani) deve intervenire pesantemente per guidare lo sviluppo, proteggere l’occupazione e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. Un atteggiamento pratico, immediato, che è esattamente l’opposto dell’ambientalismo burocratico di Bruxelles.

La scelta di Bruxelles

La palla passa ora alle cancellerie europee. L’America di Trump non vuole gestire il “cortese declino” dell’Occidente. Non cerca dei comprimari da accudire, ma degli alleati robusti che non si vergognino della propria storia.

L’offerta è sul tavolo: abbandonare le velleità da superpotenza morale disarmata e tornare a sporcarsi le mani con l’industria pesante, l’estrazione mineraria e la difesa dei confini. L’Europa ha passato l’ultimo anno a lamentarsi dei modi rudi di Vance. Ora che Rubio ha mostrato il volto nobile dell’alleanza, a Bruxelles restano solo due opzioni: rimboccarsi le maniche e iniziare a produrre, o rassegnarsi a diventare un parco a tema per turisti asiatici. La scelta, ancora una volta, è squisitamente politica.

Il testo completo

 Vogliamo che l’Europa sia forte, crediamo che l’Europa debba sopravvivere, perché le due grandi guerre dell’ultimo secolo ci servono da costante promemoria storico che, in ultima analisi, il nostro destino è e sarà sempre intrecciato al vostro. Perché lo sappiamo.

Perché sappiamo che il destino dell’Europa non sarà mai irrilevante per la nostra stessa sicurezza nazionale. La quale, e di questo tratta in gran parte questa conferenza, non è semplicemente una serie di questioni tecniche: quanto spendiamo per la difesa o dove e come la dispieghiamo. Queste sono domande importanti, lo sono. Ma non sono la questione fondamentale. La domanda fondamentale a cui dobbiamo rispondere fin dall’inizio è: cosa stiamo difendendo esattamente? Perché gli eserciti non combattono per delle astrazioni. Gli eserciti combattono per un popolo, gli eserciti combattono per una nazione, gli eserciti combattono per uno stile di vita. Ed è questo ciò che stiamo difendendo: una grande civiltà che ha tutte le ragioni per essere orgogliosa della propria storia, fiduciosa del proprio futuro, e che mira a essere sempre padrona del proprio destino economico e politico.

È stato qui, in Europa, che sono nate le idee che hanno piantato i semi della libertà che ha cambiato il mondo. È stato qui, in Europa, che è stato dato al mondo lo stato di diritto, le università e la rivoluzione scientifica. È stato questo continente a produrre il genio di Mozart e Beethoven, di Dante e Shakespeare, di Michelangelo e Da Vinci, dei Beatles e dei Rolling Stones. E questo è il luogo in cui le volte affrescate della Cappella Sistina e le imponenti guglie della grande cattedrale di Colonia testimoniano non solo la grandezza del nostro passato, o una fede in Dio che ha ispirato queste meraviglie, ma prefigurano le meraviglie che ci attendono nel nostro futuro.

Ma solo se non ci scuseremo per il nostro retaggio e saremo orgogliosi di questa eredità comune potremo, insieme, iniziare il lavoro per immaginare e plasmare il nostro futuro economico e politico. La deindustrializzazione non era inevitabile; è stata una scelta politica consapevole, un’impresa economica durata decenni che ha spogliato le nostre nazioni della loro ricchezza, della loro capacità produttiva e della loro indipendenza. E la perdita della nostra sovranità sulle catene di approvvigionamento non è stata in funzione di un sistema di commercio globale prospero e sano; è stata folle. È stata una trasformazione folle, ma volontaria, della nostra economia, che ci ha lasciato dipendenti da altri per i nostri bisogni e pericolosamente vulnerabili alle crisi.

L’immigrazione di massa non era e non è una preoccupazione marginale di poco conto; è stata e continua ad essere una crisi che sta trasformando e destabilizzando le società in tutto l’Occidente. Insieme possiamo reindustrializzare le nostre economie e ricostruire la nostra capacità di difendere i nostri popoli. Ma il lavoro di questa nuova alleanza non dovrebbe concentrarsi solo sulla cooperazione militare e sul recupero delle industrie del passato; dovrebbe anche concentrarsi sul portare avanti insieme i nostri interessi reciproci verso nuove frontiere, liberando il nostro ingegno, la nostra creatività e lo spirito dinamico per costruire un nuovo secolo occidentale.

I viaggi spaziali commerciali e l’intelligenza artificiale all’avanguardia, l’automazione industriale e la produzione flessibile, la creazione di una catena di approvvigionamento occidentale per i minerali critici che non sia vulnerabile alle estorsioni di altre potenze, e uno sforzo unificato per competere per le quote di mercato nelle economie del Sud del mondo. Insieme, non solo possiamo riprendere il controllo delle nostre industrie e delle catene di approvvigionamento, ma possiamo prosperare nei settori che definiranno il XXI secolo.

Ma dobbiamo anche acquisire il controllo dei nostri confini nazionali. Controllare chi e quante persone entrano nei nostri Paesi non è un’espressione di xenofobia, non è odio; è un atto fondamentale di sovranità nazionale. E non farlo non è solo un’abdicazione a uno dei nostri doveri più elementari verso i nostri popoli, ma è una minaccia urgente al tessuto delle nostre società e alla sopravvivenza stessa della nostra civiltà.

E infine, non possiamo più porre il cosiddetto “ordine globale” al di sopra degli interessi vitali dei nostri popoli e delle nostre nazioni. Non abbiamo bisogno di abbandonare il sistema di cooperazione internazionale di cui siamo stati autori e non abbiamo bisogno di smantellare le istituzioni globali del vecchio ordine che abbiamo costruito insieme, ma queste devono essere riformate, devono essere ricostruite.

Ad esempio, le Nazioni Unite hanno ancora un enorme potenziale per essere uno strumento di bene nel mondo, ma non possiamo ignorare che oggi, sulle questioni più urgenti che abbiamo di fronte, non hanno risposte e non hanno svolto praticamente alcun ruolo. Non hanno potuto risolvere la guerra a Gaza; è stata invece la leadership americana a liberare i prigionieri dai barbari e a portare a una fragile tregua. Non hanno risolto la guerra in Ucraina; c’è voluta la leadership americana, in collaborazione con molti dei Paesi qui presenti oggi, solo per portare le due parti al tavolo alla ricerca di una pace ancora elusiva. Sono state impotenti nel limitare il programma nucleare dei chierici sciiti radicali a Teheran; per quello sono state necessarie 14 bombe sganciate con precisione dai bombardieri americani B-2. E sono state incapaci di affrontare la minaccia alla nostra sicurezza da parte di un dittatore narco-terrorista in Venezuela; c’è voluto l’intervento delle forze speciali americane per assicurare questo latitante alla giustizia.

In un mondo perfetto, tutti questi problemi e altri ancora verrebbero risolti dai diplomatici e da risoluzioni scritte con parole forti. Ma non viviamo in un mondo perfetto, e non possiamo continuare a permettere a coloro che minacciano palesemente e apertamente i nostri cittadini e mettono in pericolo la nostra stabilità globale di farsi scudo dietro astrazioni del diritto internazionale che loro stessi violano sistematicamente.

Questo è il percorso che il Presidente Trump e gli Stati Uniti hanno intrapreso. È il percorso su cui chiediamo a voi qui in Europa di unirvi a noi. È un percorso che abbiamo già percorso insieme in passato e che speriamo di percorrere di nuovo insieme. Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente si era espanso: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il globo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, si stava contraendo.

L’Europa era in rovina, metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla a breve. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino terminale, accelerato da rivoluzioni comuniste senza Dio e da rivolte anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e steso la falce e martello rossa su vaste aree della mappa negli anni a venire.

In quel contesto, allora come oggi, in molti arrivarono a credere che l’era del dominio dell’Occidente fosse giunta al termine e che il nostro futuro fosse destinato a essere un’eco debole e fioca del nostro passato. Ma insieme, i nostri predecessori riconobbero che il declino era una scelta, e fu una scelta che si rifiutarono di fare. Questo è ciò che abbiamo fatto insieme una volta, e questo è ciò che il Presidente Trump e gli Stati Uniti vogliono fare di nuovo ora, insieme a voi.

Ed è per questo che non vogliamo che i nostri alleati siano deboli, perché questo ci rende più deboli. Vogliamo alleati che sappiano difendersi, in modo che nessun avversario sia mai tentato di mettere alla prova la nostra forza collettiva. Questo è il motivo per cui non vogliamo che i nostri alleati siano incatenati dal senso di colpa e dalla vergogna. Vogliamo alleati che siano orgogliosi della loro cultura e del loro retaggio, che comprendano che siamo eredi della stessa grande e nobile civiltà e che, insieme a noi, siano disposti e capaci di difenderla.

Ed è per questo che non vogliamo alleati che razionalizzino lo status quo ormai rotto, piuttosto che fare i conti con ciò che è necessario per sistemarlo. Perché noi in America non abbiamo alcun interesse a essere gli educati e ordinati custodi del declino gestito dell’Occidente. Non cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare una vecchia amicizia e rinnovare la più grande civiltà della storia umana. Ciò che vogliamo è un’alleanza rinvigorita, che riconosca che ciò che ha afflitto le nostre società non è solo una serie di cattive politiche, ma un malessere fatto di disperazione e compiacimento.

L’alleanza che vogliamo è un’alleanza che non sia paralizzata nell’inazione dalla paura: la paura del cambiamento climatico, la paura della guerra, la paura della tecnologia. Al contrario, vogliamo un’alleanza che corra con coraggio verso il futuro, e in cui l’unica paura che abbiamo sia la paura della vergogna di non lasciare le nostre nazioni più orgogliose, più forti e più ricche per i nostri figli. Un’alleanza pronta a difendere i nostri popoli, a salvaguardare i nostri interessi e a preservare la libertà di azione che ci permette di plasmare il nostro destino; non un’alleanza che esista per gestire uno stato sociale globale e per espiare i presunti peccati delle generazioni passate.

Un’alleanza che non permetta che il suo potere venga esternalizzato, limitato o subordinato a sistemi fuori dal suo controllo. Un’alleanza che non dipenda da altri per le necessità critiche della propria vita nazionale, e che non mantenga la garbata finzione che il nostro stile di vita sia solo uno tra i tanti, o che chieda il permesso prima di agire. E, soprattutto, un’alleanza basata sul riconoscimento che ciò che noi, l’Occidente, abbiamo ereditato insieme è qualcosa di unico, distintivo e insostituibile.

Perché questo, dopotutto, è il fondamento stesso del legame transatlantico. Agendo insieme in questo modo, non solo aiuteremo a recuperare una politica estera sana, ma ci restituirà un chiaro senso di noi stessi, ci restituirà un posto nel mondo e, così facendo, respingerà e scoraggerà le forze della cancellazione di civiltà che oggi minacciano allo stesso modo sia l’America che l’Europa.

Quindi, in un’epoca di titoli di giornale che annunciano la fine dell’era transatlantica, sia noto e chiaro a tutti che questo non è né il nostro obiettivo né il nostro desiderio. Perché per noi americani, la nostra casa potrà anche essere nell’emisfero occidentale, ma saremo sempre figli dell’Europa.

La nostra storia è iniziata con un esploratore italiano, la cui avventura verso il grande ignoto per scoprire un nuovo mondo ha portato il cristianesimo nelle Americhe ed è diventata la leggenda che ha definito l’immaginazione della nostra nazione pioniera. Le nostre prime colonie furono costruite da coloni inglesi, ai quali dobbiamo non solo la lingua che parliamo, ma l’intero nostro sistema politico e legale. Le nostre frontiere furono modellate dagli scozzesi-irlandesi, quel clan fiero e robusto delle colline dell’Ulster che ci ha dato Davy Crockett, Mark Twain, Teddy Roosevelt e Neil Armstrong. Il nostro grande cuore del Midwest è stato costruito da agricoltori e artigiani tedeschi che hanno trasformato pianure vuote in una potenza agricola globale e, tra l’altro, hanno migliorato drasticamente la qualità della birra americana.

La nostra espansione verso l’interno ha seguito le orme dei commercianti di pellicce e degli esploratori francesi, i cui nomi, a proposito, adornano ancora i cartelli stradali e i nomi delle città in tutta la valle del Mississippi. I nostri cavalli, i nostri ranch, i nostri rodei… l’intero romanticismo dell’archetipo del cowboy, diventato sinonimo del West americano, sono nati in Spagna. E la nostra città più grande e iconica si chiamava Nuova Amsterdam prima di chiamarsi New York.

E sapete, nell’anno in cui è stato fondato il mio Paese, Lorenzo e Caterina Geraldi vivevano a Casale Monferrato, nel Regno di Piemonte-Sardegna, e José e Manuela Arena vivevano a Siviglia, in Spagna. Non so cosa, e se sapessero qualcosa, delle 13 colonie che avevano ottenuto l’indipendenza dall’Impero Britannico, ma di una cosa sono certo: non avrebbero mai potuto immaginare che, 250 anni dopo, uno dei loro discendenti diretti sarebbe tornato qui oggi, in questo continente, come capo diplomatico di quella nazione neonata.

Eppure eccomi qui, a ricordarmi, attraverso la mia stessa storia, che sia le nostre storie sia i nostri destini saranno sempre legati insieme. Abbiamo ricostruito un continente distrutto all’indomani di due devastanti guerre mondiali. Quando ci siamo ritrovati divisi ancora una volta dalla Cortina di Ferro, il libero Occidente ha stretto le braccia con i coraggiosi dissidenti in lotta contro la tirannia a est per sconfiggere il comunismo sovietico. Abbiamo combattuto l’uno contro l’altro, poi ci siamo riconciliati, poi abbiamo combattuto, poi ci siamo riconciliati di nuovo. E abbiamo sanguinato e siamo morti fianco a fianco sui campi di battaglia, da Kapyong a Kandahar.

E sono qui oggi per chiarire che l’America sta tracciando il percorso per un nuovo secolo di prosperità e che, ancora una volta, vogliamo farlo insieme a voi, i nostri cari alleati e i nostri amici più antichi. Vogliamo farlo insieme a voi. Con un’Europa orgogliosa del suo retaggio e della sua storia. Con un’Europa che ha quello spirito di creazione e libertà che ha inviato navi in mari inesplorati e ha dato i natali alla nostra civiltà. Con un’Europa che ha i mezzi per difendersi e la volontà di sopravvivere. Dobbiamo essere orgogliosi di ciò che abbiamo raggiunto insieme nel secolo scorso, ma ora dobbiamo affrontare e cogliere le opportunità di un nuovo secolo. Perché ieri è finito, il futuro è inevitabile e il nostro destino, insieme, ci attende.

Grazie.”

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