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Non molti sanno che cos’è o dov’è lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil). E per una volta non si tratta di ignoranza in geografia: infatti quello Stato ancora non esiste. Si tratta semplicemente del tentativo di creare un Paese in cui il fanatismo islamico è legge: insomma un califfato, uno Stato su base religiosa come l’avrebbe voluto Osama bin Laden. Del resto all’inizio l’Isil era esplicitamente affiliato ad al-Qaeda.

La nuova nazione dovrebbe comprendere l’Iraq (o almeno la sua parte settentrionale), l’intera Siria (ecco perché a volte, invece di Isil si legge Isis, Stato Islamico dell’Iraq e della grande Siria) e, più tardi, anche il Libano. Attualmente essa si scontra col governo di Bashar al Assad ed anche con i ribelli moderati siriani. Inoltre è in conflitto col nuovo Iraq, dove ha già conquistato Falluja, l’importantissima città di Mosul, nel nord, ed infine – notizia di oggi – Baiji, dove c’è la più grande raffineria di petrolio dell’Iraq. È utile notare che l’Isil ha fatto già migliaia e migliaia di morti fra i civili, senza contare i loro stessi kamikaze, e infatti i civili in fuga si contano a centinaia di migliaia.

L’Isil è sunnita e ciò fa sì che il movimento sia destinato a scontrarsi con i numerosi shiiti dell’Iraq (sostenuti dall’Iran shiita), così come già si scontra col regime di Damasco, dominato dalla setta shiita degli alawiti. Oltre lo scontro laici/religiosi c’è dunque la possibilità di uno scontro sunniti/shiiti. Sicché contro il fanatismo degli uni dovremo invocare la teocrazia degli altri. Situazione poco allegra, intricata e dagli sviluppi imprevedibili. Tanto che, per ciò che interessa noi europei, conviene discuterne per tratti generali.

Il più grande conflitto del Ventesimo Secolo indusse gli Stati Uniti a trasformarsi da grande nazione periferica in potenza mondiale egemone. Inoltre la vittoria li confermò nell’idea che tutti gli uomini, quando hanno sofferto sotto una dittatura sanguinaria, tendono alla libertà e alla democrazia. E i fatti, sul momento, confermarono l’assunto. L’Italia, la Germania e lo stesso Giappone, appena ne ebbero la possibilità, divennero compiute e solide democrazie. Persino l’Unione Sovietica, troppo grande per essere “liberata” dagli Stati Uniti, se pure con molto ritardo, si liberò da sé. A Washington si convinsero che gli irakeni, avendo sofferto l’oppressione di un orrendo dittatore, sarebbero stati felici di vedersi regalare la democrazia. Speravano anche che l’Iraq avrebbe costituito un’utile diga alle mire egemoniche dell’Iran ed un esempio per le folle arabe oppresse. Il calcolo si rivelò interamente sbagliato.

Oltre dieci anni dopo la caduta del dittatore, e dopo aver goduto della democrazia, l’Iraq rischia di divenire uno Stato terroristico e meno laico che ai tempi di Saddam Hussein. Tutto ciò può anche far piacere a chi vuol trattare da imbecilli i governanti di Washington ma rimane lo stupore per il comportamento delle masse islamiche. Se l’Algeria e l’Egitto non sono preda degli estremisti religiosi è perché a costoro la strada è stata sbarrata dai militari, non dagli elettori. Anche in Libia, dopo il balordo e disastroso intervento della Francia, alcuni militari pensano di salvare con la forza la laicità dello Stato. In Siria Bashar al Assad, contro il quale si è schierato il lungimirante Obama,  rispetto ai fanatici dell’Isil somiglia a Montesquieu. Bisogna insomma rassegnarsi ad ammettere che le folle dei Paesi “arabi” preferiscono l’integralismo islamico allo Stato laico e democratico. Preferiscono la sharia al garantismo giuridico occidentale. Preferiscono il burka, le mutilazioni genitali, i matrimoni forzati, la lapidazione delle adultere e tutto l’armamentario dell’Islàm popolare alla vita come è concepita in Occidente. Anche quando fanno di tutto per venire a vivere qui, rischiando anche la vita, è perché sperano di avere senza sforzo i nostri vantaggi materiali, non per cambiare mentalità. Rimangono capaci di trucidare una figlia perché si è convertita al Cristianesimo, perché vuole sposare un giovane non musulmano o semplicemente – è avvenuto anche questo – perché veste all’occidentale.

È sulla base di tali dati di fatto che bisogna rinunziare all’idea di migliorare la condizione degli islamici e in particolare delle loro donne. I nostri consigli non sono graditi. I nostri stessi aiuti sono sospetti. A volte sono stati anche uccisi dei medici volontari, andati da loro per curare gratuitamente i bambini: è avvenuto a sei oculisti occidentali in Afghanistan. Se vuole, Allah può guarire il tracoma dei bambini e non ha bisogno degli infedeli.

Questi popoli sono diversi da noi e vogliono rimanere diversi da noi. Non ci rimane che evitare di essere costretti ad essere come loro. E da questo imperativo ognuno può trarre i propri corollari.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it

11 giugno 2014

1 Comment

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