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“ Cummannari è megghiu ca futtiri…” di Raffaele SALOMONE-MEGNA

 

Un Governo, come quello in carica, che si propone di rilanciare la domanda interna e la produzione industriale, dovrebbe avere il gradimento della Confindustria, cosa che invece non avviene, almeno a giudicare dalle dichiarazioni del suo presidente Boccia.

Secondo il leader degli imprenditori italiani, infatti, i provvedimenti contenuti nel D.E.F. non aiutano la crescita.

Mancherebbero gli investimenti per le grandi opere infrastrutturali e soprattutto le risorse per diminuire il cuneo fiscale che è la somma delle imposte dirette, indirette e dei contributi previdenziali che pesano sul costo del lavoro, sia per quanto riguarda i datori di lavoro, sia per quanto riguarda i dipendenti.

Più semplicemente: il cuneo fiscale è la differenza tra quanto un dipendente costa all’azienda e quanto lo stesso dipendente incassa al netto in busta paga e questa differenza in Italia è molto alta.

Rilievi giusti, di fronte ai quali il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento Cinque Stelle sembrerebbe completamente fuori contesto e prospettiva.

Tuttavia, chiedere più investimenti, meno imposte e tasse e nel contempo il rispetto delle assurde norme europee, ancorché accettate dai Governi precedenti, diventa un vero e proprio ossimoro economico.

E’ come aspettarsi la crescita dalla recessione, la diminuzione delle imposte dall’aumento delle stesse.

Dalle dichiarazioni di Boccia assolutamente non si capisce dove voglia andare la classe imprenditoriale italiana, ma forse si capisce fin troppo bene.

Valerio Malvezzi ci fornisce una prima chiave di lettura.

Infatti nell’industria e nei servizi le imprese italiane sono poco più di quattro milioni.

Orbene, su quattro milioni di imprese, le grandi imprese, quelle con oltre duecentocinquanta addetti, sono 3.140 e assorbono il 18% dei lavoratori.

Le restanti aziende, pari al 94,9% del totale, hanno una media di 3,8 lavoratori ed impiegano il 48% di tutti gli addetti, praticamente assorbono la meta’ dell’occupazione italiana.

Dette imprese, con meno di 10 operai , giuridicamente sono denominate micro-imprese.

In definitiva, il sistema Italia si regge sugli artigiani, sui commercianti, sui piccoli agricoltori, sui piccoli imprenditori.

Boccia parla nell’interesse di queste micro-imprese o delle poche aziende che hanno dimensioni tali per potere esportare?

La risposta è univoca.

La Confindustria è strettamente legata al progetto globalista degli anni ‘90, che assume la forma più compiuta con la creazione dell’Unione Europea, e che può essere così riassunto: stabilità dei prezzi, indipendenza della banca centrale, basso costo del denaro, delocalizzazioni, grande attenzione all’export.

Sappiamo anche, però, che questo nel medio-lungo periodo ha comportato la ristrutturazione del sistema-paese da grande potenza industriale a mera piattaforma logistica di trasformazione e consumo di prodotti non nazionali.

Ma perché portare avanti questa visione ottusa, che ormai da anni caratterizza tutto l’ambiente confindustriale, priva di impegno per la stragrande maggioranza degli imprenditori?

Per il potere.

I vincoli esterni, il giudizio dei mercati, l’arbitraggio fiscale, le strutture sovranazionali non elette hanno marginalizzato il ruolo della politica, ridotto il Parlamento o mero gabelliere di Bruxelles, hanno evirato le organizzazioni sindacali ed impedito qualsiasi lotta di classe degna di questo nome conferendo così un grande potere politico e decisionale alle imprese multinazionali.

In definitiva che la politica economica del Governo Movimento Cinque Stelle e Lega possa avere successo ed alleviare i problemi del 95% degli imprenditori italiani alla Confindustria interessa poco.

In fondo essa rappresenta solamente ed esclusivamente gli interessi delle lobby nostrane, che sono pronte ad immolare l’Italia nel perseguimento del progetto distopico globalista secondo i dettami dei suoi cattivi maestri.

Ça va sans dire: cummannari è megghiu ca futtiri.

Raffaele SALOMONE-MEGNA


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