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Economia

Cosa sono Ets e Cbam e perchè l’Italia ne chiede un revisione, che probabilmente ci sarà

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Da alcuni mesi l’Emissions Trading System (ETS) dell’Unione Europea è al centro del dibattito pubblico. L’aumento dei prezzi dell’energia ha portato alcuni Paesi, tra cui l’Italia, a chiederne la sospensione, o comunque una sua maggiore flessibilità, soprattutto in fasi di prezzi energetici elevati. Altri Paesi vogliono proteggere il sistema, sottolineandone l’importanza nella riduzione delle emissioni. Ma come funziona l’ETS e il collegato Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM)? L’ETS, uno dei principali strumenti dell’UE per ridurre le emissioni di gas serra, introdotto nel 2005, è basato sul principio del “cap and trade” (“limita e scambia”). Il primo elemento, il cosiddetto “cap”, è un tetto massimo alle emissioni complessive di gas serra consentite nei settori coperti. Questo limite viene stabilito a livello europeo e diminuisce progressivamente ogni anno, garantendo una riduzione delle emissioni complessive nel tempo. Il tetto totale viene suddiviso in quote di emissione, dette allowances. Ogni quota corrisponde al diritto di emettere una tonnellata di anidride carbonica (CO₂) o altri gas serra. Le imprese devono possedere un numero di quote pari alle loro emissioni effettive: se emettono più CO₂, devono procurarsi più quote; se emettono meno, possono cederle.

Nel tempo, l’ETS è diventato sempre più stringente: il numero delle quote si è ridotto e il numero di quelle gratuite è sceso anche più rapidamente. È previsto che le quote totali si riducano annualmente del 4,4% tra il 2024 e il 2028. Allo stesso tempo, le quote gratuite diminuiranno progressivamente fino ad azzerarsi nel 2034. Fanno eccezione alcuni settori: nel trasporto aereo le quote gratuite scompaiono già nel 2026, mentre in alcuni settori a basse emissioni verranno azzerate nel 2030.

È possibile coniugare la crescita costante necessaria a sostenere l’economia sociale di mercato europea – un modello che distingue il continente nel panorama internazionale – con la lotta ai cambiamenti climatici? La domanda torna ciclicamente d’attualità. È stato così anche recentemente, date le dichiarazioni del governo italiano (e non solo), propenso a “sospendere” il sistema europeo della vendita dei carbon credit, il cosiddetto Ets.

La questione è, ovviamente, complessa. Quello che è certo è che – sempre più – politiche sul clima ed economia sono indissolubilmente legate tra loro. E pretendere di capire le prime senza guardare alla seconda è esercizio sempre più sterile. Vediamo. 

«Il sistema Ets dell’Unione europea è un’ulteriore tassa a carico delle imprese, che incide sui costi e ne limita la competitività», ha affermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. «Chiederemo alla Commissione europea la sospensione fino a una sua profonda revisione che intervenga sui parametri di riferimento delle emissioni e sui meccanismi di assegnazione delle quote, incluso il rinvio della graduale eliminazione delle quote gratuite». La dichiarazione è arrivata nel corso della riunione dei Paesi “Friends of Industry” che si è svolta a Bruxelles il 25 febbraio. Tra i partecipanti, Francia, Germania, Spagna, Polonia e Repubblica Ceca.

Per evitare un dumping ambientale (cioè la delocalizzazione delle produzioni inquinanti, opzione sempre sul tavolo delle aziende quando i costi aumentano) Bruxelles nel 2023 ha messo a punto un altro meccanismo, il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism): si tratta anche in questo caso di una contromisura nota,  e che colpisce le importazioni di prodotti a più alta intensità di CO2 provenienti da Paesi extra Ue. L’idea è, anche qui, di usare gli incentivi economici per corroborare la politica ambientale: il fine è garantire che non vengano vanificati e aggirati gli sforzi di riduzione di Bruxelles. 

Il Cbam (entrato in funzione in maniera definitiva il primo gennaio 2026 dopo una fase transitoria biennale di raccolta di informazioni) è tutt’altro che secondario. Recentemente è stato al centro di molti dei ragionamenti di Pechino all’ultima Cop30 di Belém: la Cina, infatti, vede la misura come una sorta di protezionismo mascherato, a danno delle proprie esportazioni. Un protezionismo, per giunta, nobilitato dal fine ambientale, che ne maschererebbe le reali intenzioni.

Il governo italiano, da tempo è in prima fila per arrivare ad una revisione di un meccanismo che sta mostrando alcuni limiti e storture che stanno creando seri problemi sul fronte della competitività dell’industria europea. E dalla presidente della commissione, nei giorni scorsi, sono arrivate alcune importante apertura al governo Meloni sul tema. “Continueremo a chiedere in Europa di sospendere temporaneamente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricita’ da fonti termiche, cioe’ dal termoelettrico. Si tratta di un provvedimento straordinario e urgente che serve subito, e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente”. Lo ha affermato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nell’Aula della Camera nel corso dell’informativa urgente sull’azione di Governo, ricordando che gia’ nel recente Dl bollette e’ stato chiesto “che l’Ets non comportasse un aumento del costo delle rinnovabili, per abbassare i costi complessivi”. Una norma, ha ricordato il presidente del Consiglio, “che, come si sa, richiede l’autorizzazione dell’Ue ma, alla luce delle conclusioni dell’ultimo Consiglio, siamo al lavoro con la Commissione Europea e siamo fiduciosi che l’obiettivo si possa raggiungere”.

Il tema è stato anche al centro del recente incontro tra il ministro Urso e il vicepresidente esecutivo della Ue e commissario all’industria Stephane Sejournè, due giorni fa a Roma. Urso e Séjourné, a riguardo, hanno evidenziato come nell’attesa della revisione complessiva del meccanismo, che inizierà dalla prossima estate, il banco di prova delle ambizioni industriali europee oggi è rappresentato dalla revisione dei benchmark – allo studio della Commissione europea – e da cui dipende anche l’assegnazione delle quote gratuite, per settore. A tal proposito, ha ricordato il Ministro, molti settori europei ad alta intensità energetica hanno chiesto da tempo un congelamento temporaneo dei benchmark, mantenendoli ai livelli del 2025, per evitare riduzioni drastiche in un contesto geopolitico oltremodo instabile. Mentre si lavora alla revisione completa del meccanismo, questo consentirebbe all’UE di dotarsi di strumenti di policy che tutelano la competitività delle industrie energivore, già penalizzate dagli alti energetici.

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