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Cosa aspetta l’Unione Europea a sospendere il Patto di stabilità? Non sono bastati gli errori del passato?
L’Europa affronta la nuova crisi energetica globale con regole vecchie. Tra i vincoli del Patto di stabilità e il paradosso dei tassi BCE, il rischio di una grave stagflazione è sempre più reale. Ecco perché serve una sospensione immediata delle regole di bilancio.

L’Europa si trova, ancora una volta, al centro di una crisi energetica globale dalle implicazioni sistemiche profonde. Non si tratta di un evento imprevedibile né tantomeno isolato. Al contrario, siamo di fronte all’ennesima manifestazione di una fragilità strutturale che affonda le radici in scelte politiche ed economiche reiterate nel tempo. Dalla fiammata dei prezzi delle materie prime energetiche del 2011, passando per lo shock innescato dalla guerra russo-ucraina, fino alle più recenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente con epicentro in Iran, il quadro è chiaro: volatilità energetica crescente e incapacità dell’Unione Europea di dotarsi di strumenti adeguati.
Ciò che colpisce non è tanto il ripetersi delle crisi — fisiologico in un contesto globale instabile — quanto la sistematica riproposizione degli stessi errori di policy. L’Unione Europea continua a muoversi con una lentezza disarmante e, soprattutto, con un’impostazione concettuale che ignora le evidenze empiriche degli ultimi quindici anni. Oggi il problema appare ancora più evidente: non siamo più di fronte soltanto a inefficienze operative, ma a una rigidità strutturale che impedisce all’Unione di adattarsi tempestivamente a shock esterni di natura sistemica.
Il primo elemento di criticità è l’assenza di un coordinamento effettivo tra gli Stati membri. In una fase in cui sarebbe indispensabile una strategia energetica comune, capace di affrontare congiuntamente shock sui prezzi e sulle forniture, si assiste invece a una frammentazione crescente. Ogni Paese procede in ordine sparso, adottando misure emergenziali e spesso disomogenee, con il risultato di indebolire l’intero sistema europeo e amplificare le divergenze interne.
Il secondo nodo, ben più rilevante, riguarda l’architettura della governance economica europea e, in particolare, il nuovo Patto di stabilità e crescita. Nonostante la veste riformata, esso continua a mantenere una natura intrinsecamente pro-ciclica. In presenza di uno shock negativo di natura esogena, come quello energetico, gli Stati membri dovrebbero poter attivare politiche fiscali espansive per sostenere famiglie e imprese. Al contrario, i vincoli esistenti comprimono gli spazi di manovra, costringendo i governi a operare entro margini estremamente limitati.
Ed è qui che emerge la contraddizione più evidente: esiste una soluzione tecnica immediata e già sperimentata, ossia la sospensione — anche selettiva — delle regole di bilancio per le spese legate alla gestione dell’emergenza energetica. Scorporare tali interventi dal computo del deficit consentirebbe di attenuare l’impatto dei rincari senza compromettere altri capitoli di spesa.
L’assenza di questa scelta produce effetti distorsivi rilevanti. Le risorse destinate a contenere il costo dei carburanti e dell’energia devono essere reperite all’interno di bilanci già vincolati, determinando inevitabili riallocazioni a scapito di settori essenziali come sanità, istruzione e servizi pubblici. Si tratta di un meccanismo che, lungi dal risolvere la crisi, trasferisce il problema su altri ambiti, aggravando le fragilità complessive del sistema economico.
In termini macroeconomici, siamo di fronte a una dinamica chiaramente pro-ciclica: si riduce la domanda interna proprio nel momento in cui sarebbe necessario sostenerla. Il risultato è un rallentamento dell’attività economica che rischia di autoalimentarsi, innescando una spirale recessiva.
A rendere il quadro ancora più critico interviene la possibile evoluzione della politica monetaria. In un contesto in cui l’inflazione è manifestamente trainata da fattori esogeni — in primis l’aumento dei prezzi energetici dovuto a tensioni geopolitiche — la Banca Centrale Europea sta valutando un ulteriore irrigidimento attraverso l’aumento dei tassi di interesse.
Questo rappresenta un paradosso macroeconomico di straordinaria evidenza. L’inasprimento monetario è uno strumento concepito per contenere un’inflazione da domanda, non per contrastare shock di offerta. Applicarlo in questa fase significa comprimere ulteriormente la domanda interna senza incidere sulle determinanti reali dell’inflazione.
Il rischio è quello di una combinazione particolarmente insidiosa: prezzi energetici elevati e crescita economica stagnante. In altri termini, uno scenario tipicamente stagflazionistico. Se a ciò si somma la rigidità della politica fiscale imposta dal Patto di stabilità, emerge una configurazione estremamente penalizzante: restrizione fiscale e restrizione monetaria che operano simultaneamente in presenza di uno shock negativo esogeno. Questa è, in termini tecnici, la massima espressione della pro-ciclicità.
A questo punto, la questione assume una valenza non più soltanto economica, ma eminentemente politica. È difficile sostenere che si tratti di errori di valutazione: le evidenze storiche sono ormai consolidate. Dalla crisi dei debiti sovrani alla gestione della pandemia, l’Europa ha già sperimentato i limiti di un approccio eccessivamente rigido. E proprio durante la pandemia, la sospensione del Patto di stabilità ha dimostrato l’efficacia di una maggiore flessibilità.
Eppure, di fronte a una crisi energetica di natura sistemica, si assiste a un ritorno a logiche già dimostratesi inadeguate. La combinazione di frammentazione decisionale, vincoli fiscali stringenti e possibile stretta monetaria rischia di produrre effetti recessivi profondi, con conseguenze economiche e sociali di lungo periodo.
In definitiva, la crisi energetica rappresenta un banco di prova decisivo per l’Unione Europea. Non si tratta soltanto di gestire un’emergenza contingente, ma di dimostrare la capacità di apprendere dai propri errori e di adattare gli strumenti di policy a un contesto mutato.
Se ciò non avverrà e anche velocemente, il rischio è che ogni nuova crisi non faccia altro che rendere sempre più evidente una verità scomoda: l’attuale architettura europea, così come concepita, tende a replicare sistematicamente gli stessi errori, trasformando shock esterni in crisi interne amplificate.
Antonio Maria Rinaldi
Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.








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