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Come va la vita? Peggio di ieri, secondo l’OECD (parte prima)

 

OECD

Come va la vita? Questa è la domanda che si pone l’ultimo recentissimo studio dell’OECD sulla qualità complessiva reale e percepita della vita delle popolazioni nel mondo. Il quadro che ne esce è molto interessante e dimostra, ancor una volta se ce ne fosse bisogno, l’impatto fortemente negativo che la crisi e le politiche di austerità hanno causato ai Paesi europei periferici, compreso l’Italia.

Cominciamo con l’esaminare le variazioni di reddito netto disponibile, inclusi trasferimenti:

RedditoNettoDisp

I Paesi che dal 2009 al 2013/14 hanno subito i maggiori cali del reddito disponibile sono la Grecia (con una diminuzione quasi di 1/3 del reddito), l’Irlanda, la Spagna e l’Italia.

La distribuzione di questo reddito mostra dettagli interessanti:

RedditoMedio-Mediano

Il reddito medio è la media aritmetica della somma dei valori, il reddito mediano, più significativo, è il reddito che si pone esattamente alla metà della scala dei valori: maggiore è lo scostamento fra media e mediana, maggiore è la non omogeneità della distribuzione fra valori massimi e minimi nella scala. Come si vede in tutti i Paesi la distribuzione è sbilanciata verso il basso, ovvero esistono molte più fasce di reddito basso che di reddito alto: ciò indica una disuguaglianza nella distribuzione del reddito complessivo nazionale. I Paesi che hanno questa maggiore disuguaglianza sono, non certo sorprendentemente, gli USA, seguiti a sorpresa, ma neanche tanto per chi mi segue, dall’Olanda, l’Austria e la Germania.

RedditoDistrib

Ed ecco la riprova: USA, Olanda, Austria e Germania sono proprio i Paesi nei quali il 60% della popolazione più povera detiene la minor parte del reddito netto totale e l’1% della popolazione più ricca ne detiene da sola oltre il 20%. In questi Paesi se sei povero, sei povero davvero e la maggioranza della popolazione è in questo stato. Le ragioni sono molteplici, ma tutte riconducibili a trasformazioni del mondo del lavoro ed a misure di austerità e tagli che hanno portato all’accentramento nelle mani dei grandi gruppi industriali e finanziari la ricchezza prodotta. Per gli USA si deve considerare anche l’effetto deflattivo reale sui salari del NAFTA, il trattato di libero scambio nord-americano.

Che le manovre e le riforme post-crisi non abbiano fatto benissimo ai Paesi che le hanno, volenti o nolenti, adottate lo si ricava anche dalla variazione del tasso di disoccupazione a lungo periodo:

DisoccupLungoPer

La disoccupazione di lungo periodo (un anno ed oltre) è la più dannosa, perché rischia di porre definitivamente fuori il lavoratore disoccupato dal mondo del lavoro, in quanto la prolungata assenza porta, oltre a depressione e mancanza di stimoli, anche una perdita di know how e l’obsolescenza delle proprie conoscenze nel campo di attività, rendendo quindi più difficile e costoso per le aziende il riutilizzo. Come si vede il Paese che ha il futuro segnato della propria forza lavoro è la Grecia, la quale è passata dall’avere nel 2009 poco meno del 4% di disoccupazione a lungo termine ad uno spaventoso 20% nel 2014 circa. Segue la Spagna (considerata dai media mainstream un successo…) che ha visto triplicare fra il 2009 ed il 2014 il proprio tasso. L’Italia ha raddoppiato il proprio, facendo peggio dell’Irlanda e del Portogallo.

ProbPerditaLav

Anche la probabilità di perdere il lavoro ci vede in cattiva posizione: infatti dopo la solita derelitta Grecia (il “grande successo” di Monti, ricordiamolo sempre…) è proprio il dipendente italiano a soffrire maggiormente il pericolo oggi di essere licenziato, rispetto al 2009, essendo aumentato il numero percentuale di quelli che hanno perso lavoro. Come abbiamo visto il Jobs Act non ha modificato sostanzialmente la situazione occupazionale, anzi… Ad esempio per quanto riguarda i giovani:

DisoccupLPDistrib

La disoccupazione è aumentata complessivamente del 19% fra il 2009 ed il 2014, con il terzo maggior incremento nella fascia più giovane dopo i “successi” Grecia e Spagna.

Se usciamo dal mondo del lavoro le cose non migliorano: ad esempio se vediamo la percentuale di reddito disponibile che spendiamo per la nostra abitazione:

SpeseCasa

Le spese considerate sono gli affitti, le manutenzioni e tutte le spese di fornitura servizi e bollette, oltre alle spese per un arredamento base, escluse le tasse: l’Italia è terza nell’aumento delle spese per la casa dopo Grecia e Spagna ed è quinta assoluta come percentuale di reddito che deve essere messo a disposizione, superando vari Paesi, come Canada, Messico e Germania, che nel 2009 dovevano spendere di più per la propria abitazione.

Finiamo con una nota lieta (cit. Mel Brooks): l’aspettativa di vita alla nascita ci pone al 4° posto mondiale ed è ancora migliorata dal 2009 al 2014, nonostante i tagli alla spesa sanitaria:

AspettVita

Nonostante ciò, però, non ci sentiamo in salute:

SalutePercep

Solo il 68% degli italiani si considera in ottima o buona salute. Naturalmente i ricchi si sentono meglio dei poveri, ma la differenza non è così elevata come in altri Paesi:

SalutePercReddito

Gli estoni sono quelli che se poveri si percepiscono meno sani, seguiti dai cecoslovacchi, dai finlandesi e dai tedeschi: quest’ultimi passano dal 50% dei poveri che dichiarano di essere in buona salute ad un quasi 80% dei ricchi. Siamo sicuri che sia un Paese da imitare?

Alla prossima puntata la qualità della vita e la sicurezza reale e percepita: anche qui vi saranno sorprese…

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