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Chi è Marcello Foa di Stefano Lorenzetto

 

Silvio Berlusconi è andato a farsi ossigenare il sangue all’ospedale San Raffaele, ma temo che qualcosa sia andato storto nel microcircolo, perché le sue sinapsi non sembrano aver tratto beneficio dalla terapia. Solo un marcato ottenebramento cerebrale può infatti giustificare il pasticcio che il leader di Forza Italia ha combinato in Rai.

Marcello Foa, designato dalla Lega (ma anche dal Movimento 5 stelle) alla presidenza del servizio pubblico, è stato per 22 anni stimato e stipendiato dall’editore Berlusconi quale caporedattore e inviato speciale del Giornale. Adesso però il politico Berlusconi tutto d’un tratto si accorge che non gli piace più per questioni di metodo: Matteo Salvini avrebbe dovuto discutere preventivamente con lui la candidatura. In tal modo l’ex Cavaliere, ridotto a tenere insieme i cocci di un partito che arranca attorno all’8 per cento in attesa di autoestinguersi, ha incassato la prima vittoria dopo ripetute batoste elettorali. Complimenti. Pirro non avrebbe saputo fare di meglio.

Secondo me, l’astuto Salvini, che finora ha portato a spasso l’amico Silvio in tutti i modi, ha creato di proposito l’incidente. Imponendo il nome di Foa, ha sospinto Forza Italia in un cul de sac (più cul che sac), e ora potrà annettersi con comodo le residue truppe azzurre, avendo buon gioco nel predicare che Berlusconi ha impallinato un suo ex dipendente pur di dare manforte al Pd e alle altre forze – parola grossa – di sinistra, che non lo volevano alla guida della Rai in quanto sovranista, antieuropeista, populista, no euro, filo Putin, e via demonizzando.

Per poter azzoppare il successore di Monica Maggioni, la sgangherata compagnia di giro è stata costretta a ravanare su Twitter. Alla fine lo hanno impiccato a un sostantivo, «disgusto», utilizzato tempo fa per commentare una dichiarazione del presidente Sergio Mattarella. Esercizi di una ridicolaggine assoluta: se si andasse a scartabellare in archivio fra tweet o articoli vergati in passato dai detrattori di Foa, salterebbe fuori materia più che sufficiente per provocare un’ecatombe.

Ma l’uomo del giorno è davvero come viene descritto dalla stampa? Poteva trasformarlo in babau solo chi non lo aveva mai visto in faccia prima d’ora. Siccome io ci ho lavorato insieme per anni, ho stentato a riconoscerlo nelle ricostruzioni giornalistiche.

Quando Concetto Vecchio di Repubblica mi ha cercato al cellulare per chiedermi chi diavolo fosse questo Foa, da pochi minuti indicato come presidente della Rai, mi trovavo in una clinica psichiatrica (tranquilli, non come paziente), quindi nel luogo più idoneo per esprimermi sulle vicende di viale Mazzini. Da sempre esse hanno connotazioni manicomiali, come potrebbe ben testimoniare il nostro concittadino Alfredo Meocci, che di quella gabbia di matti fu per una breve stagione il direttore generale. Al telefono con Vecchio, la prima definizione che mi è salita alle labbra per Foa è stata di due parole: persona perbene. Nei giorni successivi ho avuto la consolazione di sentir ripetere questo stesso giudizio da molti esponenti delle istituzioni e dei partiti che hanno avuto modo di apprezzarne la correttezza. Segno che sul suo conto non mi ero sbagliato.

Come abbia potuto proprio Berlusconi porsi alla guida della canea di mestatori che hanno trasformato Foa nella controfigura di Belzebù, è per me incomprensibile. Devono avergli forzato la mano i falchi. Del resto è notorio che, escluso il fidato Gianni Letta, l’uomo si avvale da anni di una corte di consiglieri poco consigliabili, alcuni dei quali, essendo da lui lautamente retribuiti, hanno tutto l’interesse ad appiccare incendi per poi ricavare profitti dal loro spegnimento. O davvero l’ex presidente del Consiglio pensa che Foa sia inadatto a governare la Rai a causa di qualche vecchio tweet un po’ urticante? Vorrebbe dire che si è rimangiato quanto mi disse in un’intervista nel 2000. Gli ricordai che Giancarlo Galan aveva definito Umberto Bossi un «pazzo furioso», sostenendo che «con lui non è nemmeno il caso di prendere un caffè», e gli chiesi dunque per quale motivo fosse tornato ad allearsi con il Senatùr che lo aveva tradito. «Sticks and stones will break my bones, but names will never hurt me», mi rispose Berlusconi con un detto anglosassone. Cioè: bastoni e pietre mi spezzano le ossa, ma gli epiteti mi fanno un baffo. E aggiunse: «Con Bossi ce ne siamo dette di tutti i colori, però è venuto il momento di dare una lezione allo strumentalismo della sinistra, che ieri voleva la Lega tutta per sé». Pare che oggi il leader di Forza Italia abbia cambiato idea, visto che preferisce la sinistra al Carroccio.

Ho lavorato con Foa negli anni Novanta, quando Vittorio Feltri mi arruolò come suo vicedirettore vicario al Giornale, dove il mio collega era stato assunto da Indro Montanelli. Nonostante la giovane età (32 anni), era già capo della redazione esteri, quella messa in piedi dallo stesso Montanelli, comprendente mostri sacri del calibro di Vittorio Dan Segre, uno dei fondatori dello Stato d’Israele, già inviato di guerra al seguito della Brigata ebraica durante la Resistenza in Italia, poi ambasciatore di Tel Aviv e infine corrispondente da Gerusalemme per Le Figaro e il Corriere della Sera.

Brillante, poliglotta, autorevole nelle analisi e acuto nei giudizi, già allora Foa aveva un punto di vista su tutto e lo esprimeva sempre con equilibrio, senza acredine, sfoggiando l’invidiabile neutralità del milanese munito di passaporto svizzero.

Di quel periodo ricordo due episodi sgradevoli, entrambi provocati da me, non certo da lui. Il primo fu un ordine di servizio per impedirgli di mandare nel mio ufficio un giovanissimo stagista con le pagine di esteri da vistare. L’aspirante redattore infatti dimostrava un’unica dote: rideva in continuazione, specialmente quando gli segnalavi una cappellata nel bozzone. Con il tempo l’apprendista dev’essere parecchio migliorato, perché oggi dirige un quotidiano nazionale.

Il secondo episodio accadde una domenica pomeriggio, giorno che di solito mi vedeva da solo al comando. Durante la riunione di redazione, detta in gergo messa cantata, Foa si mise a perorare l’importanza di un avvenimento di sua competenza, chiedendo con decisione una pagina in più per poterlo trattare in modo acconcio. Al che io, già stufo di celebrare quell’assurdo rito pomeridiano, gli ricordai che degli esteri al nostro direttore non importava una benamata cippa. Intendiamoci, la cosa era assolutamente vera. Non appena segnalavi a Feltri qualsiasi fatto che fosse accaduto non dico fuori dai patri confini, ma appena sotto la linea del Po, cominciava a sbuffare. In più, per ragioni di bilancio, lo stratega orobico aveva chiuso tutte le sedi estere del Giornale, lasciando in piedi solo quella di Washington, che tuttavia venne ristretta nel perimetro dell’abitazione di Alberto Pasolini Zanelli, storico corrispondente dagli Stati Uniti. Alfredo Pallavisini, il nostro uomo in Germania, fu declassato a semplice collaboratore; Luca Romano, figlio dell’ex ambasciatore a Mosca, venne richiamato bruscamente da Londra e messo nelle condizioni di doversene andare; Federico Fubini, oggi vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, si vide ridimensionare nel ruolo di sentinella a Bruxelles.

Foa, che evidentemente già mal tollerava lo svilimento quotidiano del proprio lavoro, quella domenica reagì con fermezza inusitata al mio casermesco rilievo verbale. Non ottenne la pagina in più che reclamava, però dimostrò a tutti gli astanti, e a me per primo, di quale pasta fosse fatto. La stessa che oggi servirebbe ai piani alti dell’azienda radiotelevisiva di Stato: acciaio avvolto nel velluto.

Abbiamo ricordato insieme questo episodio lo scorso 10 maggio a Padova (anzi, gliel’ho ricordato io, perché lui se l’era completamente dimenticato: un’ulteriore riprova della sua nobiltà d’animo). Non ci sentivamo e non ci vedevamo da vent’anni esatti. Mi aveva cercato per chiedermi di presentare alla libreria Feltrinelli il suo nuovo libro, “Gli stregoni della notizia  Atto secondo” , un seguito del primo saggio uscito con lo stesso titolo nel 2006 da Guerini e associati e adottato come testo da sette università. Quel pomeriggio verniosservai che, dopo aver letto il sottotitolo, Come si fabbrica informazione al servizio dei go, non ero molto sicuro che l’autore sarebbe arrivato all’indomani. Il pubblico rise di gusto, credendo che fosse una battuta. Passati meno di tre mesi, pare che sia diventata una profezia.

Marcello Foa è uno stregone corretto. Durante il dibattito a Padova, per esempio, ha ammesso con franchezza di aver creduto ad alcune colossali menzogne confezionate dagli spin doctor dei padroni del mondo. Una per tutte: quella sulle (inesistenti) armi di distruzione di massa custodite negli arsenali chimici di Saddam Hussein, che consentì al presidente George W. Bush di scatenare la guerra contro il dittatore iracheno, poi condannato all’impiccagione. «Avrei dovuto indagare con più scrupolo e non fidarmi delle verità preconfezionate», si è scusato. Conoscendolo da sempre come strenuo difensore degli Stati Uniti e di Israele, la sua confessione mi ha impressionato.

Laureato in scienze politiche alla Statale di Milano, Foa esordì nel giornalismo a Lugano nel 1984, alla Gazzetta Ticinese, per passare poi al Giornale del Popolo. Cinque anni dopo Montanelli lo chiamò al Giornale, e lì è rimasto fino al 2011, quando lo hanno nominato amministratore delegato del gruppo editoriale Media Ti Holding, che pubblica il Corriere del Ticino, quotidiano della Svizzera italiana fondato nel 1891, e possiede anche Tele Ticino, prima emittente privata della Confederazione elvetica, e Radio 3i, la più ascoltata dai ticinesi.

Tra i fondatori dell’Osservatorio europeo di giornalismo, Foa si è specializzato nelle indagini accademiche sulla  manipolazione mediatica. È docente di giornalismo internazionale e comunicazione all’Università della Svizzera italiana e per anni ha insegnato la stessa materia al master di giornalismo della Cattolica di Milano.

Eppure Paolo Gentiloni ha ironizzato sostenendo che, con Foa presidente, la Rai avrebbe corso il rischio di dover uscire dall’Eurovisione. Nonostante sia di una decina d’anni più vecchio del collega ticinese, l’ex premier del Pd diventò giornalista professionista quando Foa era già da oltre un lustro sulla tolda di comando agli esteri del Giornale. Inoltre Paolo il freddo può vantare nel proprio curriculum unicamente la direzione della Nuova Ecologia, che non è l’edizione italiana delNew York Times, bensì il mensile della Legambiente. Ecco, questo è lo spessore professionale di coloro che si sono impancati a giudici di Foa, sbarrandogli il passo in viale Mazzini. Forse temevano che insegnasse ai direttori e ai redattori della Rai come si tiene la schiena dritta. Del resto, per anni costoro si sono contentati di avere come presidente un tizio che una domenica d’estate chiamò al telefono l’unico giornalista di turno, il mio amico Gianni Gennari, ingiungendogli di mandare subito una squadra di tecnici nella sua casa di villeggiatura umbra perché gli si era guastata l’antenna del televisore.

Quali benemerenze avrebbe mai potuto vantare Foa agli occhi di gente simile? Il fatto di aver offerto la prima pagina del Corriere del Ticino a Ferruccio de Bortoli, accogliendolo come editorialista quando lasciò per la seconda volta la direzione dell’altro Corriere, quello di via Solferino?

Che il mio amico italo-svizzero sia estraneo a certi giochi di Palazzo mi è apparso definitivamente chiaro il giorno del nostro incontro alla Feltrinelli di Padova. Si era portato una decina di numeri del Corriere del Ticino e mi ha chiesto a bruciapelo: «A settembre vorrei procedere con una rinfrescata alla prima pagina. Saresti disposto a darmi una mano?». È talmente raro incontrare giornalisti ancora innamorati del loro mestiere che gli ho risposto d’istinto in modo affermativo. È cominciato così fra di noi uno scambio di idee e di prove grafiche, durato fino al 20 luglio, quando mi ha comunicato che andava in vacanza e che avremmo ripreso in mano il progetto il 1° agosto. Invece una settimana dopo era presidente della Rai. Per me questa è la prova regina che davvero la sua designazione è stata inaspettata, non cercata, e dettata unicamente dalla fiducia professionale che il governo pentastellato ripone in lui.

Il giorno in cui la commissione di vigilanza lo ha stoppato, grazie all’inedita alleanza Forza Italia, Pd, Liberi e uguali, gli ho scritto: «Mi spiace. Ma ricorda sempre la frase di Karen Blixen in La mia Africa: “Quando Dio vuole punirci, esaudisce i nostri desideri”. Dio ti vuole bene».

Tornatene a Lugano, Marcello. Ci sarà un motivo se andò a morirci in esilio volontario quel galantuomo di Giuseppe Prezzolini, convinto che il popolo italiano si dividesse in due categorie, i furbi e i fessi. Lo scrittore affermava che i fessi hanno dei princìpi, i furbi soltanto dei fini; che i furbi non usano mai parole chiare, i fessi qualche volta; che i fessi si preoccupano di produrre la ricchezza, i furbi solo di distribuirla. E invitava a non confondere i furbi con gli intelligenti, perché quest’ultimi spesso sono fessi pure loro. Mi pare che tu ne abbia avuto la riprova, no?

www.stefanolorenzetto.it

L’Arena di Verona, 5 agosto 2018

 


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