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CHE SIGNIFICA IL NO DEI TURCHI

Da sempre estimatore di Atatürk, molti anni fa mi innamorai di Istànbul. Tanto da tornarci più volte. Poi però vidi la Turchia cambiare tanto, da ripensare ad essa come a un bel sogno perduto.
Negli ultimi anni essa è divenuta un qualunque Paese musulmano – forse meno laico della Tunisia – dove le donne vanno in giro velate, dove l’Islàm, invece di essere una religione indifferente allo Stato quanto il Cristianesimo o l’Ebraismo (secondo il dettato di Atatürk), è divenuto opprimente per il presente e addirittura minaccioso per il futuro. Un Paese che non si vergogna di favorire, neanche troppo copertamente, lo Stato Islamico che si è creato lungo il suo confine meridionale.
E tuttavia, pur rimanendo lecito non avere alcuna simpatia per Recep Tayyip Erdoğan, un fatto è certo: un partito che vince tante elezioni di seguito, come l’Akp, non è il risultato dell’azione di un uomo. Caso mai è il segno che quell’uomo ha saputo intercettare il sentimento di gran parte del popolo turco. Soprattutto dell’entroterra.
Negli anni recenti la Turchia ha voluto abbandonare il kemalismo e ha cominciato a volgersi ad un islamismo ortodosso. Dunque il tentativo di Erdoğan di chiedere un più ampio mandato per modificare la costituzione in senso presidenzialista – ed evidentemente per condurre il Paese più vicino ad una sorta di teocrazia – non era irrazionale. Si trattava di compiere un ultimo e definitivo passo, cui il leader pensava il Paese fosse ormai disposto.
Si sbagliava. La Turchia ha detto di no, e ciò è certamente un buon segno per i laici, per gli occidentali, e per coloro che amano quel Paese. Ma non è chiaro a che cosa i turchi abbiano detto “no”. Certo non è significativo il calo della Borsa: dal momento che per un mese e mezzo probabilmente non si riuscirà a formare un nuovo governo, e forse bisognerà tornare alle urne, non è strano che il mondo economico reagisca negativamente. Se c’è una cosa che i produttori temono, è l’instabilità. Ma al riguardo si avranno migliori indicazioni nei giorni avvenire. Più interessanti sono dunque le ragioni del recente voto. Aspettando di saperne di più, si possono fare alcune ipotesi.
La Turchia potrebbe avere avuto una reazione “democratica” nei confronti di un leader già accentratore e che, se fosse stata approvata la riforma della costituzione, si sarebbe probabilmente attribuito un potere quasi dittatoriale. Prospettiva tutt’altro che gradevole, per alcuni, soprattutto se si considera che Erdoğan si è già dimostrato intollerante alle critiche, fino a reagire con la mano pesante nei confronti delle pubblicazioni a lui ostili. A questo punto il “no” potrebbe essere anche un riflesso di paura. Ottant’anni di kemalismo potrebbero aver lasciato una traccia e i turchi potrebbero aver temuto di perdere le loro libertà democratiche. La dura repressione di Gezi Park, per esempio, non sarà stata dimenticata dagli abitanti di Istànbul.
Un secondo motivo di irritazione dell’elettorato potrebbe essere stato il conclamato e sempre più invadente islamismo di Erdoğan e del suo partito. Le ragazze che qualche lustro fa passeggiavano in minigonna, a Istànbul, non accoglierebbero volentieri l’obbligo di andare in giro velate. Anche se la quasi totalità dei turchi è musulmana, anche se è stata disposta, negli ultimi tempi, a tollerare una deriva passatista, esiste ancora tutta una classe, prevalentemente cittadina, che non è anti-islamica, ma a cui la tolleranza è stata insegnata per troppi anni, per accettare senza proteste il bigottismo insorgente e una sorta di moderno califfato. Probabilmente le campagne e l’interno dell’Anatolia non avranno considerato questa tendenza all’intervento della religione nella vita sociale particolarmente fastidiosa, ma forse le grandi città si sono avviate verso una reazione di rigetto.
Un’ultima ipotesi – strettamente legata al successo del partito di ispirazione curda – è la recente politica di Erdoğan nei confronti del Vicino Oriente. Probabilmente alcuni saranno stati contenti del fatto che Ankara guadagnava prestigio e importanza nell’area, ma molti saranno stati infastiditi dal vedere come tendevano ad essere cordiali i rapporti con i selvaggi dello Stato Islamico. Un conto è presentarsi come campioni dei musulmani sunniti, un altro allearsi, anche se copertamente, con figuri impresentabili come l’autoproclamato califfo al Baghdadi.
Soprattutto il fatto che il Paese abbia chiuso un occhio sull’afflusso di foreign fighters attraverso il territorio turco, non ha certo fatto piacere a quei curdi che hanno visto dopo quante esitazioni Ankara ha permesso l’afflusso di rinforzi curdi a Kobane assediata. Inoltre il partito dei curdi ha avuto il buon senso di abbandonare le azioni violente di un tempo, e di presentarsi come nazionale, moderno, tollerante, laico, e perfino aperto ai “diversi” in campo sessuale. Il suo successo, in questo senso, è la prima luce che si vede sul Bosforo da parecchi anni a questa parte.
Ma non si sbaglia mai tanto facilmente come quando si parla di ciò che avviene in Paesi in cui non si vive. Speriamo dunque di ottenere lumi dall’interno della Turchia, e di vedere questi lumi confermati dai fatti.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 giugno 2015

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