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Caos nello Stretto di Hormuz: le conseguenze economiche del blocco e la potenziale mossa a sorpresa su Mosca
L’Iran minaccia la chiusura dello Stretto di Hormuz: petrolio verso i 130 dollari e inflazione in rialzo. Ma lo shock potrebbe spingere gli USA a una mossa a sorpresa sulle sanzioni alla Russia. Ecco gli scenari per i mercati.

La notizia battuta in queste ore dalle principali agenzie internazionali ha i contorni dell’incubo per ogni banchiere centrale, oltre che per le cancellerie di mezzo mondo. Secondo le ultime segnalazioni, evidenziate tra gli altri da The Kobeissi Letter, l’Iran sta notificando alle navi mercantili e alle petroliere la chiusura dello Stretto di Hormuz. Non si tratta di un semplice titolo di giornale ad effetto, ma di un vero e proprio defibrillatore economico globale che viene brutalmente staccato dalla presa di corrente.
Lo Stretto di Hormuz, quel braccio di mare nevralgico che separa l’Oman dall’Iran e connette il Golfo Persico con il Mare Arabico, non è solo un dettaglio geografico. È il collo di bottiglia attraverso cui transita circa il 20% del consumo mondiale di liquidi petroliferi. Stiamo parlando di oltre 20 milioni di barili di petrolio al giorno. Quando un volume simile di “ossigeno finanziario” ed energetico smette di fluire, i mercati non si prendono il tempo di meditare o di analizzare i fondamentali, ma semplicemente entrano in convulsione.
A seguito degli attacchi statunitensi sull’Iran della scorsa notte, la situazione è precipitata. Già nelle scorse ore, gli Stati Uniti hanno formalmente raccomandato alle flotte commerciali di evitare il transito nello stretto. L’analisi condotta da JP Morgan in merito agli scenari del 2025 aveva descritto esattamente questa dinamica come l’evento peggiore in assoluto in caso di conflitto aperto tra Israele e Iran.
Intanto circa il 20% di petrolio e condensato passano proprio per lo stretto di Hormuz, e la maggior parte di questo petrolio va a finire in Estremo Oriente, in massima parte. Questo non rende il problema meno pressante, dato che , comunque, viene a mancare dell’offerta e questo influenzerà i mercati:
Below is a breakdown of the origin and destination of oil exports through the Strait of Hormuz.
In 2024, exports of crude and condensate from Saudi Arabia accounted for 38% of total Hormuz crude flows (5.5 million b/d).
Even the US and EU receive oil from this passage. pic.twitter.com/qohltgApKq
— The Kobeissi Letter (@KobeissiLetter) February 28, 2026
Le conseguenze macroeconomiche di un simile shock sull’offerta sono fin troppo facili da delineare per chi osserva l’economia reale, ma non per questo meno dolorose. Secondo le stime di JP Morgan , una chiusura effettiva e prolungata di Hormuz potrebbe proiettare i prezzi del greggio rapidamente verso la fascia dei 120-130 dollari al barile. Questo implicherebbe un effetto a cascata sull’inflazione, con l‘Indice dei Prezzi al Consumo (CPI) statunitense destinato a schizzare nuovamente verso la soglia del 5%. L’ultima volta che l’economia americana ha dovuto fronteggiare un’inflazione al 5% era il marzo del 2023, in un periodo in cui la Federal Reserve era costretta ad alzare i tassi di interesse con un’aggressività senza precedenti recenti.
All’apertura dei mercati, lo shock potrebbe rivelarsi pesantissimo, quasi devastante. La reazione istintiva degli operatori vedrà i futures sul petrolio impennarsi in verticale e i titoli del comparto energetico registrare rialzi stellari, mentre le compagnie aeree e il settore logistico inizieranno a sudare freddo. Le aspettative inflazionistiche si riaccenderanno come una cattiva abitudine dura a morire, e le banche centrali, da Francoforte a Washington, torneranno a stringere i denti, trovandosi di fronte al classico dilemma keynesiano di uno shock esogeno sull’offerta contro il quale la leva dei tassi di interesse è spuntata, se non addirittura dannosa.
Tuttavia, questo panico iniziale sarà molto probabilmente di breve periodo. La storia insegna che una cosa è minacciare la chiusura di Hormuz, ma un’altra, ben più complessa, è mantenere il blocco senza invitare una ritorsione militare travolgente.
A questo punto, la partita si sposta sulla scacchiera navale e diplomatica. Possiamo sintetizzare i prossimi movimenti in alcuni punti chiave:
- Azione militare immediata: La Quinta Flotta degli Stati Uniti non staziona nell’area solo per sorseggiare caffè. Assisteremo rapidamente a missioni di scorta armata, pressioni da parte di coalizioni internazionali e operazioni di brinkmanship militare ai limiti dell’incidente diplomatico.
- Pressione diplomatica globale: I canali diplomatici sotterranei andranno in sovraccarico. Da Pechino a Bruxelles, nessun attore globale può tollerare uno strangolamento prolungato dei flussi energetici, specialmente la Cina, che dipende in modo vitale da quelle rotte.
- Ribilanciamento delle forniture: I mercati inizieranno a prezzare il premio di rischio geopolitico, ma cercheranno immediatamente fonti alternative. L’Africa, ad esempio, non aspetta altro per produrre di più.
Di seguito, una tabella riassuntiva del possibile scenario a breve termine:
| Variabile Economica | Impatto Stimato (Breve Periodo) | Reazione di Mercato |
| Prezzo del Petrolio | Spike verso $120-$130/barile | Acquisti massicci su futures e titoli energetici |
| Inflazione (CPI USA) | Ritorno potenziale verso il 5% | Vendite su obbligazionario, aumento rendimenti |
| Politica Monetaria | Stop ai tagli, possibile wait and see | Volatilità elevata sui mercati azionari |
In una situazione di tale emergenza, la politica estera americana potrebbe compiere mosse del tutto inaspettate. L’amministrazione Trump, guidata da un approccio pragmatico e transazionale agli affari internazionali, potrebbe trovarsi a dover scegliere il classico “male minore”. Con il greggio a 130 dollari e l’economia americana a rischio recessione per lo shock sui costi, Washington potrebbe decidere di allentare, se non annullare del tutto, le sanzioni sul petrolio russo.
Immaginate lo scenario: per compensare l’ammanco mediorientale, gli USA potrebbero improvvisamente offrire i propri servizi assicurativi e di nolo navale al greggio degli Urali, magari utilizzando il pretesto di un necessario miglioramento delle relazioni bilaterali per favorire la pace in Europa orientale. Basterebbe semplicemente sospendere l’applicazione delle cosiddette sanzioni secondarie per permettere a giganti affamati di energia come Cina, Giappone e India di acquistare liberamente il petrolio russo senza timore di ritorsioni finanziarie occidentali. Se Vladimir Putin cogliesse questa occasione, non facendosi pregare, si tratterebbe di un colpo geniale, capace di reintegrare pienamente Mosca nei circuiti commerciali ufficiali, disinnescando al contempo la bomba inflazionistica iraniana.
Il prossimo capitolo di questa crisi si giocherà dunque sul sottile confine tra leva negoziale ed escalation incontrollabile. Capiremo presto se i movimenti di Teheran rappresentino solo una postura per ottenere concessioni, o la campana d’inizio di qualcosa di decisamente più oscuro. In ogni caso, se quel passaggio d’acqua dovesse chiudersi per davvero, l’intero pianeta lo percepirebbe prima nei prezzi alla pompa di benzina, e solo in un secondo momento nei titoli dei telegiornali.








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