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LA CAMUSSO FORSE FUORI TEMPO MASSIMO

 

      I sindacati sono associazioni private, previste dalla Costituzione all’art.39, che tuttavia non li definisce, reputando probabilmente che la parola stessa ne descriva la natura. Essi hanno dunque – secondo l’accezione corrente consacrata nei dizionari – la funzione di proteggere i lavoratori e rappresentarli nelle contrattazioni nazionali che li riguardano, come previsto del resto dall’ultimo comma del citato articolo.Il contratto nazionale sarà sembrata una bella idea, a chi lo ha istituito, e tuttavia soffre di un ineliminabile difetto: appiattisce sulla stessa normativa situazioni che, da una regione all’altra, possono essere molte diverse. Ma anche ad essere una buona cosa, esso ha forse contribuito a produrre un effetto imprevisto. Dal fatto che il sindacato abbia poteri e funzioni nazionali è nata l’idea che esso possa e debba partecipare alla politica nazionale, per ciò che concerne il lavoro e, di riflesso, l’economia. Questa associazione delle principali organizzazioni sindacali riconosciute (la famosa Trimurti) al governo del Paese ha finito con l’avere un nome, “concertazione”. Al governo non basta essere sostenuto da una maggioranza parlamentare che gli fornisce gli strumenti legislativi per la sua azione, non gli basta, cioè, essere sostenuto dal voto dei cittadini di cui è legittimo rappresentante, dovrebbe anche contrattare (“concertare”) i provvedimenti con i sindacati, ottenerne l’assenso, e all’occasione subirne il “veto”. Come si è visto in occasione del tentativo firmato Monti-Fornero di riformare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Il sindacato pose il veto ad un governo nientemeno sostenuto da destra e sinistra, oltre che dichiaratamente dal Presidente della Repubblica, e il governo capitolò.

Come si sia potuti giungere a ciò si spiega con l’origine e della nostra Costituzione e della mentalità italiana. L’Italia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale non è uscita dalla mentalità totalitaria. Non è passata da un totalitarismo blando di destra ma più esattamente socialista ad una mentalità liberale (quella cioè realmente opposta al fascismo), è passata ad un totalitarismo blando di sinistra, confessatamente o inconfessatamente comunista. Ne è eco la Costituzione in molti passaggi, a cominciare dall’affermazione retorica e insignificante secondo cui la Repubblica è “fondata sul lavoro”. Quasi a dire che “i lavoratori” sono cittadini più uguali degli altri.

Da questa mentalità è nata la pretesa dei sindacati di essere, accanto al legislativo, all’esecutivo e al giudiziario un quarto potere dello Stato. Al punto che, quando il Primo Ministro afferma che i sindacati vanno ascoltati ma non obbediti, la signora Susanna Camusso, leader della Cgil, al congresso di questa organizzazione parla di “torsione democratica a favore della governabilità e a scapito della partecipazione”.

Traduciamo. I sindacati sono un potere dello Stato democratico, un po’ come “i Soviet degli operai e dei contadini” di leniniana memoria. Se il governo non se ne lascia condizionare viola la Costituzione e compie un atto contro la democrazia. Dal momento che nulla sostiene questa affermazione, almeno in Italia, se non la tradizione di prevaricazione dei sindacati, bisognerebbe dichiararsene scandalizzati. Ma nessuno lo farà. E dire che la loro pretesa di contribuire alla guida del Paese è ancor più sfacciata e infondata di quella dei magistrati, i quali quanto meno – se non un “potere” – almeno costituiscono un “ordine” dello Stato.

Ma di fatto è stato così per decenni, sicché la discussione si può spostare sul piano squisitamente politico. Renzi è molto deciso e il Paese ha preso coscienza del fatto che i sindacati sono stati un possente freno all’innovazione. Se, su questa base, il governo riuscirà a riprendere il timone del Paese, i sindacati “dovranno farsene una ragione”, per citare le parole del Primo Ministro. Se viceversa il governo cadesse, se la piazza, sobillata dai sindacati, facesse la voce grossa, potremmo in breve tempo tornare al “business as usual”, magari finché non rovini l’intero sistema.

Quante probabilità ha Renzi di riuscire nell’impresa? Il futuro è sempre oscuro. È vero che egli ha la fortuna di un certo vento antisindacale, che nel Paese diviene sempre più percettibile. Ed è soprattutto vero che soltanto un governo di sinistra può fare una riforma nella direzione della ragionevolezza economica, che di solito si attribuisce (come colpa) alla destra. Ma una base allevata a sentire il Parlamento come un intralcio al potere dei soviet degli operai e dei contadini potrebbe dargli qualche dispiacere. Del resto, questa base ha i suoi bravi rappresentanti all’interno dello stesso Pd. È una partita cui val la pena d’assistere, se pure senza farsi troppe illusioni.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

7 maggio 2014

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