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Bolivia nel caos: stato d’emergenza e militari in strada. Il conto salato delle “cure” di bilancio

Supermercati vuoti, inflazione alle stelle e logistica in tilt dopo i tagli voluti dal Fondo Monetario. Il presidente Paz dichiara lo stato d’emergenza: militari nelle strade per salvare il Paese dal crac.

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La Bolivia si ferma. O meglio, è ferma da quasi due mesi. Dopo ben 50 giorni di blocchi stradali ininterrotti, che hanno letteralmente paralizzato l’economia del Paese andino, il presidente Rodrigo Paz ha deciso di giocare la carta più pesante a sua disposizione: la dichiarazione dello stato d’emergenza. Questo significa, in termini molto pratici, mandare i militari nelle strade per forzare i posti di blocco e cercare di riportare un minimo di ordine e viabilità.

Ma come si è arrivati a questo punto di rottura totale?  L’economia reale ha presentato un conto duro e socialmente pesante

Tutto è nato da una decisione che, sulle scrivanie di qualche ministero, doveva rimettere in ordine i numeri. Il governo boliviano, alle prese con una cronica e grave carenza di dollari e con il fiato sul collo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per un potenziale piano di salvataggio, ha pensato bene di tagliare di netto i sussidi storici sui carburanti. L’obiettivo era semplice: ridurre il deficit pubblico, anche perché il carburante costava veramente poco nel paese e il sussidio era molto pesante sui bilanci. Il risultato pratico, però, è stato un’esplosione sociale e proteste diffuse in un paese dove i mezzi a motore sono necessari alle comunità locali.

Le ricadute economiche di questa “cura” sono state immediate e devastanti per il tessuto produttivo e sociale:

  • Collasso logistico e scaffali vuoti: I blocchi stradali hanno fermato migliaia di camion. Cibo, carburante e medicine semplicemente non arrivano più nelle grandi città. La capitale La Paz è quasi isolata, costretta a razionare i beni primari.

  • Fiammata dell’inflazione: La scarsità fisica dei beni porta inevitabilmente a un’impennata dei prezzi. Prodotti basilari per l’alimentazione hanno visto rincari pesantissimi, colpendo duramente le tasche dei cittadini comuni.

  • Paralisi produttiva: Il cuore industriale e agricolo del Paese è tagliato fuori. C’è chi stima danni economici per miliardi di dollari. Una cifra mostruosa per un’economia già fragile.

Di fronte a questo disastro autoinflitto, Paz ha cercato di fare marcia indietro. Ha provato a stabilizzare di nuovo i prezzi alla pompa e a cancellare alcune riforme terriere poco popolari. Ma ormai il danno era fatto. Le proteste si sono allargate, trasformandosi in un malcontento generale e politicizzato. I sindacati ora chiedono molto di più: aumenti di stipendio per sopravvivere al carovita, la fine della carenza di valuta estera e le dimissioni del presidente.

Venerdì sembrava esserci un piccolo spiraglio di luce. Paz ha annunciato in pompa magna un accordo con la principale sigla sindacale (la COB). Ma c’è un problema enorme: la “Bolivia profonda” non ha firmato nulla. Le potenti associazioni rurali e indigene, in gran parte vicine all’ex presidente Evo Morales, non si sono sedute al tavolo delle trattative. Sono loro (soprattutto nella zona di Cochabamba) che controllano materialmente le strade e non hanno nessuna intenzione di togliere i blocchi.

pesidente boliviano Paz

Così, sabato è arrivato l’annuncio in diretta televisiva. Paz ha firmato il decreto di emergenza, che ha effetto immediato, anche se dovrà passare dal Congresso entro 72 ore. Con una certa dose di retorica, il presidente ha dichiarato che l’esercito interviene “per restituire la libertà al popolo” e per garantire il flusso delle merci.

Resta da chiedersi se l’esercito basterà a risolvere un problema che è strutturale. Quando si tagliano le risorse essenziali in modo brutale per compiacere i bilanci, la reazione della piazza non si ferma con un decreto. La Bolivia oggi ci ricorda, con un filo di amara ironia, che i tagli perfetti sui fogli di calcolo si scontrano sempre con la realtà di un Paese che, semplicemente, ha bisogno di lavorare e mangiare.

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