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AUTONOMIA DELLE REGIONI DEL NORD (e Stati Uniti d’Europa) – di Guido Grossi


di Guido Grossi

Articolo tratto dal nuovo mensile Sovranità Popolare
https://www.sovranitapopolare.org/2019/02/12/autonomia-delle-regioni-del-nord-e-stati-uniti-deuropa/

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Lo sai? Te lo raccontano i telegiornali che il ministro degli Affari Regionali e delle Autonomie sta elaborando in un testo “top secret” una profonda Riforma delle autonomie regionali, ma pensata solo per tre regioni del nord: Emilia, Veneto e Lombardia?
Così leggo sul Fatto Quotidiano.
Facciamo mente locale: guarda che già Trentino, Valle d’Aosta e Friuli hanno i loro statuti speciali. Si profila dunque un Nord Italia “diverso”, tentato dal rinchiudersi in sé stesso, meno solidale che mai.
Certo, se “leggi” il mondo attraverso lo squallore della contabilità, e ti capita di confondere il fine ultimo della vita con l’accumulazione di ricchezze materiali, la tentazione si spiega.

Forse, però, sull’altare del dio denaro si finisce per sacrificare qualcosa di più prezioso, come le origini antiche, la cultura, la storia, la lingua, le tradizioni, la solidarietà ed un sentire comune che ha avuto nella Costituzione della Repubblica italiana il punto più alto di condivisione, ed ora rischia di dissolversi, per sempre, prima ancora di essere portato a compimento.
Quel disegno costituzionale è fatto, nella sua essenza, di una comunità repubblicana che avverte inderogabili doveri di solidarietà verso tutti i suoi membri, e di un lavoro dignitoso e ben remunerato per tutti, che sia contemporaneamente strumento di piena realizzazione della persona umana e modo per contribuire alla crescita materiale e spirituale della nazione. Che riconosce la proprietà privata e la libertà di iniziativa economica, ma le subordina all’utilità sociale.
È un modello consapevole dei bisogni non solo materiali degli esseri umani, che vivono di relazioni sane ed equilibrate.
In tal senso, mina alla radice gli interessi del capitalismo globale, e perfino quelli che erano a suo tempo gli interessi del comunismo reale.
Forse è per questo che sin dall’inizio, la sua attuazione è stata ostacolata da forze più o meno occulte che hanno infestato le Istituzioni italiane.

Sicuramente ha influito la circostanza che, quando è stata promulgata la Costituzione, gran parte degli italiani non sapevano né leggere e né scrivere. Sarebbe stato necessario un grande sforzo per spiegare il contenuto, il significato ed il valore di quel modello sociale; sforzo, purtroppo, appena accennato, ed oggi completamente abbandonato.
Ma, attenzione: finché vive, la Costituzione della Repubblica italiana rappresenta una minaccia mortale per il pensiero – ormai unico – del capitalismo globale.
Teniamo a mente la circostanza, importantissima, che la Costituzione è sempre una legge fondamentale (che fa da fondamenta a tutto il diritto), dalla quale discende la legittimità di qualsiasi altra legge ordinaria, e perfino di qualsiasi Trattato internazionale.
Nessuna norma è legittima, se contrasta con la Costituzione.
Purtroppo, questi principi non sono stati spiegati all’immaginario collettivo: non si insegna il “diritto” nelle scuole! Così finisce che il popolo, che è sovrano ma non sa di esserlo, è rassegnato a sottostare ai potenti che pretendono il rispetto di leggi, norme e regolamenti, che con la Costituzione fanno letteralmente a cazzotti, e pertanto non dovrebbero neppure esistere.

Osserva questa informazione alla luce del fatto che le moderne democrazie liberali di tutto il mondo, a partire dagli Stati Uniti d’America, si vantano un po’ ipocritamente di essere fondate sulla “rule of low”: sul rispetto della legge.
Il malinteso, è che i furbi pensano ed usano una qualunque legge. Il rispetto della “legalità formale” finisce così per essere la pretesa di rispetto di leggi scritte in maniera illeggibile dai potenti per i potenti, imposte un po’ attraverso la confusione interpretativa, che fa prevalere il potere organizzato, e quando serve attraverso la “violenza di stato”, con l’uso e l’abuso delle forze dell’ordine.
Tutto ciò viene accettato come “normale” e perfino “giusto”, nel mondo controllato dalle élite, quello che “appare”: quello dei giornali, delle TV, delle riunioni istituzionali e degli incontri mondani.
Allora capisci perché i difensori del capitalismo globale hanno bisogno di farla sparire, la nostra Costituzione italiana.
E capisci anche l’accanimento a fabbricare leggi elettorali che impediscano al popolo sovrano di scegliersi liberamente i propri rappresentanti per accedere alle Istituzioni repubblicane, perché un partito che sia realmente espressione della volontà popolare, farebbe tabula rasa di queste ipocrisie, e riprenderebbe saldamente in mano quel progetto da attuare.

Torniamo ora alle Regioni del Nord, e domandiamoci: che strano mondo è questo che da una parte vuole disgregare lo Stato Nazione verso il basso, passando il potere alle Regioni (ma solo ad alcune), e dall’altro lo vuole sciogliere verso l’alto, concependo gli Stati Uniti d’Europa? Perché lo hai capito, sì, che le élite di tutto il mondo stanno lavorando alacremente, ma dietro le quinte, per preparare il terreno agli Stati Uniti d’Europa?
Guarda: sembra una contraddizione, ma la realtà potrebbe essere un filino più cinica: il disegno “Regioni autonome + Stati Uniti” potrebbe essere un disegno unitario, ed avere il principale obiettivo di declassare o addirittura far sparire le Costituzioni repubblicane.
Dentro gli Stati Uniti d’Europa, infatti, le Regioni (o le macroregioni, di cui “l’Italia del Nord” sarebbe certamente una delle espressioni) avrebbero una forte autonomia normativa ed amministrativa, così come oggi avviene negli Usa per gli stati federati.
Naturalmente, verrebbe esclusa da questa autonomia il controllo della moneta, affidato ad una banca centrale fortemente “autonoma” dalle tentazioni della politica. Così come sarebbe escluso il controllo delle principali forze militari e di sicurezza: il diritto di esercitare la “violenza legale”, resta fortemente accentrato.
Ecco dunque il probabile senso di quella autonomia: libertà, ma solo di fare commerci.
Libertà, di accumulare ricchezze materiali. Protetti dalle forze di sicurezza federali, europee. Mai e poi mai, invece, verrebbe concessa la libertà di manovrare democraticamente i veri strumenti di controllo sociale: forze dell’ordine, e moneta.

Sarò strano io, ma a me quello appare il trionfo di uno squallido egoismo affaristico, dove “fare business”, SENZA IL FASTIDIO DI UNO STATO SOCIALE, diventa l’unica “licenza” (mi viene troppo difficile chiamarla libertà).
Si perfezionerebbe così il sogno perverso delle élite aristocratiche di tutto il mondo, di distruggere il modello costituzionale italiano; di seppellirlo nell’oblio della storia.
Un triste baratto, alla fine, fra élite sopra nazionali ed élite locali: io ti garantisco che puoi continuare a commerciare liberamente, inseguendo l’illusione della ricchezza, tu mi lasci in mano il potere vero, con il quale viene tenuto a freno il “fastidio della democrazia”.

Altro aspetto – importantissimo – di cui non si rendono conto i piccoli e medi imprenditori del nord Italia, ossatura delle élite locali fortemente tentata dall’idea di diventare “una delle regioni più ricche d’Europa, è che il contesto altamente competitivo è pensato e organizzato su regole concepite per sfiancare, alla distanza, la piccola dimensione, favorendo un processo lento ma inarrestabile di concentrazione verso l’altro. Sono “prede designate” di un grande capitale sopra nazionale che non ha fretta.
Mi domando se i nostri ricchi concittadini delle regioni del nord (élite locali) siano consapevoli dei rischi insiti in questa sostanziale cessione definitiva di sovranità, mascherata da autonomia. E non finiscano piuttosto per essere pedine di un gioco, abilmente manovrato dall’alto.
Attenzione, comunque: anche nelle “ricche regioni”, ovunque nel mondo, i poveri saranno tanti di più, quanto più spinta sarà la libertà di circolazione di capitali e merci. Questa è una regola universale, che andrebbe scolpita nella roccia, e che le fasce meno protette della popolazione del nord Italia dovrebbe attentamente considerare. Nei processi di concentrazione aziendale, sono sempre i lavoratori che scivolano verso la povertà.

Come difenderci, allora?
Ora, ragioniamo: l’Autonomia è una cosa serissima, su questo non ci deve essere dubbio. Ma va capita, definita nella sua essenza, e portata al giusto livello. Innanzitutto, va portata il più vicino possibile al Popolo Sovrano, se vogliamo rimanere nell’ambito definito dalla Costituzione di democrazia e di sovranità popolare.
Le Istituzioni regionali, con i loro uffici, assessori e dirigenti, sono a portata di mano delle lobbies economiche del territorio regionale (e soprattutto di quelle sopra nazionali), ma restano lontanissime dai cittadini: praticamente irraggiungibili, se non ai più testardi, organizzati e determinati.
L’Autonomia va data piuttosto ai Comuni, che sono senz’altro più vicini e accessibili tanto ai singoli cittadini, quanto alle loro aggregazioni politiche e sociali.
Le Regioni non servono, e vanno eliminate, perché rappresentano una inutile tentazione: un livello amministrativo in grado di minacciare gravemente l’unità statale (come stanno facendo) senza arrivare a portata di sovranità popolare.
Certo, a volte sono troppo piccoli, i Comuni, e allora vanno incentivate forme di integrazione, aggregazione e collaborazione, ma sempre per libera scelta, mai per imposizioni calate dall’alto. E le aree metropolitane, certamente poco “accessibili” ai cittadini, devono concedere una reale autonomia, anche finanziaria, ai Municipi.

Poche leggi quadro a livello statale, chiare e comprensibili da tutti, che garantiscano livelli standard minimi per tutti, e più autonomia possibile ai Comuni, compresa quella di gestire le risorse, di definire i “Beni Comuni” locali, e di controllare l’economia locale e perfino la finanza, inclusa la possibilità – disciplinata per legge statale – di emettere una moneta locale, che favorisca l’economia circolare nel territorio.
Perché una cosa va detta da subito, aspettando il giorno in cui anche i sassi avranno capito che il commercio fra territori deve tendere al pareggio, se amiamo la pace: facciamola finita con questa idea pelosa della finta solidarietà fatta di trasferimenti di soldi, con la quale gli sfruttatori si lavano la coscienza!

Quei trasferimenti (dai ricchi ai poveri) sono il segno ipocrita che garantisce l’equilibrio dello sfruttamento. Pensare di compensare con i trasferimenti di vile denaro le follie del modello mercantilista, che antepone i diritti dei capitali e delle merci di accumulare sbilanci, alla dignità degli esseri umani, è un’offesa intollerabile.
Decidiamoci a rimettere noi esseri umani, divini e sovrani, nel posto che ci spetta ed è immensamente al di sopra di quello che oggi riserviamo follemente ai capitali ed alle merci, se la pace ci sta a cuore.

Garantiamo a tutti l’accesso alle informazioni rese libere dal controllo del potere economico, e garantiamo l’accesso popolare diretto alle istituzioni dove si prendono le decisioni che ci riguardano, modificando strutturalmente sia le leggi elettorali, sia gli strumenti della partecipazione diretta.
Proteggiamoci dai prepotenti, garantendo la legalità nei territori con una la forza pubblica resa democratica e popolare.
Prendiamoci la responsabilità di gestione dell’economia del territorio, inclusa l’autonomia monetaria.

E il mondo cambia. Si rivoluziona. Torna ad essere a dimensione umana (che è sempre divina, e sovrana).

A quel punto, resta da domandarci: a cosa altro possono servire, gli Stati Uniti d’Europa?
Siamo proprio sicuri che per trovare forme di collaborazione pacifica, alle quali tutti noi sicuramente aspiriamo, dobbiamo costruire Istituzioni Politiche, grandi e lontane, di qualsiasi forma?
Quanto più il potere di decisione è lontano dai popoli sovrani, tanto più è vicino ed accessibile solo ed esclusivamente ai rappresentanti del grande capitale sopra nazionale, che della democrazia, non sanno cosa farsene.
Gli Stati Uniti d’Europa, sono a dimensione di multinazionale, non di popoli sovrani. Esattamente come lo sono, già oggi, gli Stati Uniti d’America.
Pensaci, seriamente: per collaborare, servono piuttosto luoghi di incontro, dove si dialoga, dove si espongono i punti di vista e si confrontano le esperienze. Luoghi di consultazione, di elaborazione di pensiero e di proposte e, eventualmente, di programmazione comune.
Più Relazioni fra i popoli, e meno Istituzioni per le élite, e viviamo tutti meglio, ed in pace.


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