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AMARCORD: STORIA DEGLI ULTIMI FALLIMENTI BANCARI ITALIANI. Da Etruria a Pop Bari

In questo articolo vogliamo riassumervi gli ultimi cinque anni di fallimenti bancari, fermandoci sui casi più eclatanti, e cercando di trarne degli insegnamenti. Notiamo che i veri e propri fallimenti sono avvenuti dopo l’entrata in vigore della BRRD, la direttiva 2014/59, quella che ha imposto ai risparmiatori ed agli azionisti di partecipare alle perdite in caso di default bancario. Presentata come un elemento che avrebbe portato ad un mercato creditizio più consapevole, si è rivelato invece uno strumento destabilizzante a causa della opacità dei bilanci bancari: infatti non è da tutti comprendere se una banca è solida o al limite del fallimento. Proprio questa pretesa di trasformare tutti gli investitori in esperti di bilancio è stata la presunzione principale alla base del fallimento della normativa, entrata poi in azione in un momento in cui si sono incrociati, per l’Italia, rallentamento economico, una normativa più stringente sulle sofferenze ed  un calo dei margini interbancari legato alla politica espansiva della BCE.

BANCA ETRURIA: quando 11 febbraio 2015 il commissario mandò a casa il CdA di Banca Etruria tutto era già compiuto e le perdite della banca avevano ridotto il CET1, l’indice di capitalizzazione dei mezzi propri, a 0,66%. La banca era fallita. A portarla a  fallimento, oltre alle cause generali di crisi del sistema bancario, una malagestione che veniva da lontano:la perdita d’esercizio a fine 2014 esplose a 517 milioni di euro, dopo che Bankitalia impose svalutazioni su crediti malati per oltre 600 milioni. In realtà l’ispezione della Banca Centrale portò all’emersione di 3 miliardi di sofferenze per prestiti dati senza adeguate garanzie, con un 40% di sofferenze sul totale dei crediti verso la clientela, vero record in Italia. Per non farsi mancare nulla gli amministratori, oltre a gestire male, hanno anche accumulato esposizione per 190 milioni, 143 effettivamente utilizzate e di cui 90 hanno generato sofferenze. Negli ultimi 5 anni di gestione comunque sindaci e CDA non si fanno mancare nulla, con 14 milioni in compensi, mentre la banca cumula 300 milioni di perdite. In questo caso si fece la prima esperienza del “BailOut”, la brutta copia italiana del Bail In, nel quale fu creata una bad bank in cui confluirono le insolvenze , le obbligazioni junior e gli azionisti. Peccato che gli azionisti Junior non fossero stati precedentemente informati che, al contrariodei Senior, i loro risparmi erano a rischio.

CASSA DI RISPARMIO DI FERRARA. Come ha fatto una banca  nata nel 1838 ad  andare in liquidazione coatta, essere quindi sottoposta al Bail Out, come Etruria e poi essere data gratuitamente a BPER banca ? Carife era già stata ristrutturata nel 2010, con la cessione di due controllate e la ricapitalizzazione con l’entrata di 4000 mila nuovi soci, ma nessuno aveva previsto che la Banca sarebbe caduta in due speculazioni, poi chiamate chiaramente truffe, a Milano, con Immobiliare Santa Monica e MiLuce. Entrambe finanziate tramite la controllate di Carife Vegagest, si sono rivelate due complete truffe. Terreni comprati da imprenditori immobiliari a 17 milioni nel 2002 vennero venduti a 112 milioni a Vegagest per lo sviluppo immobiliare. In tutto questo imprenditori che ricevevano i finanziamento poi riacquistavano quote dei fondi di Vagagest Immobiliare, causando una commistione che, alla fine, porto al dissesto della banca. Ovviamente obbligazionisti Junior ed azionisti della banca furono quasi completamente lasciati all’oscuro della situazione. In questo caso il processo penale ai membri del CDA si è concluso con solo 2 condanne. Un fallimento senza colpevoli.

VENETO BANCA. Nata da successivi ingrandimenti ed acquisizioni della Banca Popolare di Montebelluna, avvenuti soprattutto alla fine degli anni 90 e del 2000, Allo stesso modo in cui si espanse Banca Popolare di Vicenza. anche in questo caso molte acquisizioni furono di banche dai bilanci ballerini, come le Banche Popolari di Fabriano e Montecuprana e di  Banca Apulia. Famosa anche l’espansione all’estero, nata per supportare l’espansionismo dell’economia veneta di quegli anni, acquisto una banca rumena che poi fu trasformata in Veneto Banca Romania, soprattutto per coprire le notevoli perdite in quell’area. Errore gestionali, acquisti errati, poca attenzione ai costi operativi, portarono ad una crisi che però non era riflessa dai valori delle azioni che, sino all’ultimo furono sempre in crescita.

Fino al 2014 i valori delle azioni erano visti sempre in crescita, per poi subire un primo riaggiustamento nel bilancio 2014 che definì i valori nell’aprile 2015. In Veneto Banca i valori erano stabiliti internamento ed esternamente era deciso e fatto valutare solo il criterio di valutazione delle azioni. Un secondo crollo vi fu con la definizione del prezzo di recesso a seguito dell’a trasformazione obbligata in SpA, secondo clamoroso errore voluto dal governo, quandoil prezzo cade a 7, 3 euro. Una operazione che distrusse la fiducia nella banca, e nel credito la fiducia è tutto. La Banca, a causa delle potenti svalutazione dei crediti verso i clienti e per la perdita di fiducia, e quindi di attivo e di depositi, ebbe perdite per 871 milioni nel 2015 e di 1631 milioni nel 2016. L’entrata di Fondo Atlante non fece che peggiorare la situazione per l’accresciuta sfiducia e conflittualità degli azionisti depauperati, spesso vittima delle famigerate baciate. La liquidazione avvenne nel 2017 a Giugno, con la letterale donazione (pagata) della banca a Intesa, insieme a BPVI, e la creazione di SGA, dove confluiro gli azionisti ormai azzerati:

BANCA POPOLARE DI VICENZA: Nasce nel 1866 come prima banca popolare del Veneto, ma la sua crescita veramente rapida è successiva al 2000 quando, fallita la possibilità di controllare BNL ed uscita dalla grande banca romana , anche piuttosto malamente,  nel terrore di essere assorbita da qualche grande gruppo bancario iniziò a crescere sotto il comando di Zonin. La crescita divetà quasi un’ossessione, con acquisti poco significativi dal punto di vista dell’operatività economica, ma che avrebbero dovuto portare alla creazione di un gruppo a livello internazionale. Gli acquisti fatti a caro prezzo gonfiarono l’attivo di “Avviamenti” a fronte dei quali non  vi erano una contropartita vera di bilancio.  Molti acquisti furono fatti per fare un piacere ad altri gruppi, come l’acquisto di 67 filiali di UBI, o per aiutare le operazioni di salvataggio di Banca d’Italia, come ad esempio l’acquisto di 4 filiali di CariChieti, mentre le acquisizioni di Cariprato  e di Banca Futura, in Sicilia, non portarono mai ai risultati sperati. Nel frattempo la Banca investiva in fondi lussemburghesi rivelat poi forieri di ulteriori perditi, o investiva nella produzione di Film, come La Grande Bellezza.  La valutazione delle azioni è sempre stata senza intervento del mercato, ma solo su perizia del prof. Bini , docente di valutazione aziendale alla Bocconi,che poi si difenderà affermando che i valori forniti erano errati. Anche BPVI dovette rivedere i propri valori di valutazione in modo verticale negli ultimi anni di vita.

A marzo 2016 la Banca, come Veneto Banca, Viene prima trasformata in SPA e quindi letteralmente espropriata dall’aumento di capitali per 1,5 miliardi di Fondo Atlante. L’attivo che cresceva in modo equilibrato fino al 2013 inverte la rotta ed inizia a calare come la raccolta:

L’attivo comunque era ancora 43 miliardi a fine 2014. Le notizie negative, la svalutazione delle azioni, le prime inchieste, la richiesta di trasformazione in SPA e quindi la perdita di voto capitatico portano al calo dell’attivo , cioè degli impieghi “Buoni” , aumentando quindi il peso delle insolvenze sull’attivo stesso. Al 31/12/2016 il primo ed unico bilancio di BPVI chiuso dal dott. Viola di Atlante vede l’attivo ridotto a 34 miliardi. A questo punto il cammino è segnato. Si poteva fare qualcosa di diverso? Forse si, magari facendo l’opposto e scorporando e cedendo i rami aziendali quando ancora sussisteva la fiducia nell’istituto, e coinvolgere gli azionisti nel salvataggio. Forse, ma non lo si è fatto, ed è finita così, con la liquidazione coatta a giugno 2017.

POPOLARE DI BARI. Se le cause della crisi di Popolare di Bari sono simili a quelle di BPVI; con l’aggravante che la crisi di TERCAS che , nel 2013, ha peggiorato la situazione. A dir la verità sono un po’ in difficoltà a descriverela situazione finanziaria dal momento in cui l’amministratore delegato De Bustis in una registrazione parlava di conti evidentemente falsificati e di un management che agiva in modo molto superficiale. Se i conti sono falsificati, che si può dire sulla banca? Quello che è incredibile è che gli stessi problemi e comportamenti non responsabili visti anni prima in BPVI e VB si sono ripetuti esattamente con Poplare di Bari. Le baciate , la vendita selvaggia delle azioni, e così via.

Per concludere la crisi delle banche è legata a fattori generali ed a fattori specifici.

Generali:

  • il calo di margine di intermediazione con le politiche monetarie espansive;
  • la concorrenza di banche fintech a basso costo;
  • le normative Basilea II e II e le richieste di capitalizzazione da parte dei controllori sempre più stringenti e quindi che diminuiscono la possibilità di remunerazione di capitale proprio e di terzi;

Specifiche:

  • una crescita irresponsabile ed incontrollata;
  • una scarsa eticità degli organi di direzione e di controllo. Il che risulta divertente, dato che per entrare nei CdA delle banche vengono richiesti criteri etici non richiesti per altri settori;
  • la non comprensione che le banche si basano sulla fiducia e questa si crea sia non punendo gli azionisti, soprattutto quelli minimi, o gli obbligazionisti, con un ente ultimo di garanzia e con procedure di controllo rapide e verificabili.

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